[Immagine tratta da www.cipra.org.]Come saprete, ovvero ne avrete sentito dire, ogni anno il Global Footprint Network – un’organizzazione di ricerca internazionale fondata nel 2003 che promuove la sostenibilità misurando l’impronta ecologica – calcola l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui l’umanità ha consumato le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di un anno, iniziando a vivere “a debito” ecologico per il resto dei mesi.
Ogni anno questa data cade sempre più in anticipo nel calendario. Quella ufficiale per il 2026 non è ancora stata annunciata dal Global Footprint Network, che tradizionalmente la comunica il 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Nel 2025 l’Earth Overshoot Day a livello mondiale è stato il 24 luglio, nel 2024 era caduto il 1° agosto.
Detto questo, abbiamo un grosso problema, noi e le Alpi: già in primavera i paesi alpini esauriscono le risorse disponibili per l’anno e gli Overshoot Day nazionali cadono molto prima di quello globale. L’Austria ha esaurito le proprie risorse già il 2 aprile, la Francia il 24 aprile, l’Italia lo ha fatto domenica scorsa 3 maggio, la Germania il 10 maggio, la Svizzera e il Liechtenstein l’11 maggio. Come noterete, considerando la data media alpina ricavata da quella dei singoli paesi che è il 28 aprile, le risorse annuali degli stati delle Alpi vengono esaurite quasi tre mesi prima rispetto alla data globale. Ciò in linea teorica significa che, se l’anticipazione della data dell’Overshoot Day alpino continuasse con il ritmo globale degli ultimi anni, ovvero circa una settimana all’anno, tra circa trent’anni le Alpi già il 1° gennaio non avranno nuove risorse a disposizione e vivranno unicamente a debito ecologico e a consumo. Una sorta di autocannibalismo costante, in pratica.
Forse è il caso di fermarci un attimo e, almeno, di provare a riflettere su questo stato delle cose.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Come rimarca la Cipra, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, anno dopo anno aumenta la fame di risorse, dagli alimenti di origine vegetale e dalle fibre come il cotone fino ai prodotti di origine animale, al legno o alle superfici destinate alle infrastrutture e agli insediamenti. Inoltre, c’è bisogno di sempre più superficie forestale che assorba la CO2 emessa prevalentemente dai combustibili fossili. I calcoli mostrano che sono soprattutto i paesi industrializzati a vivere al di sopra delle proprie possibilità: se tutti consumassero tante risorse quanto quelle del piccolo paese alpino che è l’Austria, sarebbero necessari quattro pianeti Terra.
Sì, è decisamente il caso di rifletterci sopra per bene. Anche perché se da un lato abbiamo – avremmo – tutta la tecnologia necessaria per invertire il processo di consumo costante del pianeta e ci sarebbe solo da applicarla (chissà poi con quali enormi vantaggi in termini economici e industriali – certo, non per l’industria dei combustibili fossili e delle altre materie ecologicamente insostenibili e inquinanti), dall’altro lato di pianeti da consumare ne abbiamo solo uno, la Terra. E visto che le missioni di colonizzazione interplanetaria sono e resteranno ancora fantascienza per molto tempo, dobbiamo improcrastinabilmente riflettere su ciò che stiamo cagionando al pianeta e nello specifico, vista la situazione sopra rimarcata, alle nostre Alpi, cioè a noi stessi. E non mi pare che il tanto vanaglorioso Sapiens si reputi tale anche perché pratica l’autocannibalismo… Ma è ciò che sta facendo – che stiamo facendo, in buona sostanza, sulle Alpi anche più che altrove.
La vicenda della “Tangenziale dell’Alute”, la contestatissima strada che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nell’omonima piana, vero e proprio paesaggio identitario (forse l’ultimo in tal senso) del territorio bormino che ne uscirebbe distrutto per il solo beneficio di sciatori e immobiliaristi, è diventata un caso politico. Dopo anni di indifferenza pressoché totale, i partiti si sono accorti della vicenda e, immediatamente, l’hanno strumentalizzata gettandola in caciara (già becera, peraltro): d’altronde è ciò che alla politica italiana viene meglio, lo sappiamo ormai bene tutti. E sul caso ora si stanno innestando le lotte di potere tra schieramenti opposti e nella stessa parte alla quale apparterebbe l’amministrazione comunale di Bormio in carica: non so se questo porterà beneficio alla causa a difesa della piana dell’Alute che da anni porta avanti il Comitato civico “Bormini per l’Alute” con il quale ho avuto l’onore di collaborare, perorando la tutela della piana, oppure se la caciara politico-ideologica farà diventare la Tangenzialina uno strumento di propaganda di chi insiste a volerla imporre e realizzare.
A tal riguardo, lo scorso 30 aprile nella sede della Regione Lombardia si è tenuta un’audizione della Commissione Infrastrutture dedicata alla Tangenzialina «richiesta – come riporta il quotidiano “SondrioToday” – da Fratelli d’Italia per ascoltare le posizioni del territorio. Presenti rappresentanti istituzionali e associazioni, tra cui il Comitato a tutela dell’Alute con l’avvocato Stefano Clementi, mentre è stata rilevata l’assenza del sindaco di Bormio Silvia Cavazzi.» Posto che a tal punto bisogna attendere il pronunciamento del TAR previsto per il prossimo 22 maggio in forza del ricorso presentato lo scorso novembre dalla sezione sondriese di Italia Nostra e dal Comitato in difesa dell’Alute, dall’audizione del 30 aprile è emersa – sempre stando a quanto riferito da “SondrioToday” – dai “referenti di Regione Lombardia” una cosa sbagliatissima e pure un po’ offensiva:
In attesa della pronuncia del Tar fissata per il 22 maggio, durante l’audizione i referenti di Regione Lombardia hanno chiarito un punto decisivo: ogni scelta sulla realizzazione della strada nella piana dell’Alute spetta esclusivamente all’amministrazione comunale di Bormio, che potrà decidere se procedere oppure rinunciare all’intervento.
No! La decisione sulla Tangenzialina dell’Alute spetta alla comunità di Bormio, e in base alla volontà popolare l’Amministrazione comunale stabilirà il da farsi, non viceversa! Tanto più che la Giunta in carica ha dimostrato più volte un atteggiamento fazioso e molto poco democratico nonché rispettoso riguardo la propria comunità, a partire dall’assoluta mancanza di ascolto e interlocuzione con gli abitanti del territorio bormino – atteggiamento ben confermato dall’assenza del Sindaco di Bormio all’audizione del 30 aprile. La decisione sull’Alute spetta alla comunità, punto. Ogni altra disposizione in tal senso rappresenta un atto di ingiustizia amministrativa e politica, di prevaricazione nei confronti dei bormini e del loro territorio, di prepotenza a danno del loro futuro.
Mi auguro vivamente che ciò non accada e che “i referenti di Regione Lombardia” si rendano realmente conto dell’importanza e del valore identitario culturale della piana dell’Alute per il paesaggio di Bormio e si dimostrino consapevoli che l’unica decisione giusta, peraltro già rimarcata dalla gran parte della comunità locale seppur mai ascoltata dalla Giunta comunale, sia quella di tutelare la zona ora e nel futuro. Punto.
Dopo qualche settimana d’assenza per cause di forza maggiore, rieccovi la rassegna stampa n°24 di “MONTAG/NEWS”, che vi propone alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento.
Vi ricordo che le notizie più recenti le trovate quotidianamente e con aggiornamenti frequenti sulla home page del blog nella colonna di sinistra, sotto il logo di “MONTAG/NEWS“; l’archivio permanente di tutte le notizie pubblicate lo trovate invece qui.
Come al solito, buone letture e buoni approfondimenti!
A ST.MORITZ STANNO COSTRUENDO CASE NON DI LUSSO
Letta come ne dice il titolo, la notizia che segue sembrerebbe uno scherzo, oppure il frutto di un equivoco. Invece anche nella località per super-ricchi engadinese, che conta cinquemila abitanti stabili, mancano case per molte persone con un reddito medio-basso (per i parametri svizzeri) che vivono e ci lavorano e non possono permettersi gli altissimi affitti della zona. Così nei giorni scorsi è iniziata la costruzione di un edificio che ospiterà 19 appartamenti che il comune intende affittare alle persone residenti in base al loro reddito. È un primo progetto che fa parte di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti.
“ALPI IN MOVIMENTO”, UN’AZIONE COLLETTIVA A TUTELA DELLE MONTAGNE
Lo spazio alpino è chiamato ad affrontare grandi sfide comuni: crisi climatica, estinzione delle specie, turismo di massa e congestione del traffico. A partire da quest’anno la giornata d’azione “Alpi in movimento”, che si terrà il 29 agosto 2026, richiamerà l’attenzione sulle possibili soluzioni attraverso una vasta gamma di attività, invitando a vivere le Alpi, a scoprirne la diversità e a festeggiarle insieme. Ogni idea conta: che si tratti di un grande evento o di un’iniziativa locale – una lettura, una visita guidata, una tavola rotonda, un’escursione, un’azione creativa o una manifestazione politica – tutto è benvenuto! Da subito è possibile inserire le attività direttamente sulla mappa all’indirizzo www.alpiinmovimento.org, nel quale troverete ogni altra info utile.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]
OLIMPIADI, LA LOMBARDIA CONTINUA A NON PAGARE I PROPRI DEBITI CON LA SVIZZERA
Mentre a soli due mesi dalla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina si moltiplicano le notizie sui debiti sempre più alti accumulati dall’organizzazione, in aggiunta agli enormi costi risaputi, il piano per gestire la viabilità e la sicurezza olimpici nel Canton Grigioni dovrebbe risultare meno costoso rispetto ai 5,5 milioni di franchi previsti: a riprova della minor affluenza di pubblico rispetto alle cifre pindariche (e già allora poco credibili) diffuse prima dei Giochi. Di contro, la Regione Lombardia continua a non dare risposte agli svizzeri sul pagamento del contributo a lei spettante: un comportamento istituzionale non solo opaco ma che pure, viene da pensare, rimarca il disequilibrio nei conti olimpici. E sono passati solo due mesi dalla fine dei Giochi!
NON CI SONO PIÙ I BIVACCHI DI MONTAGNA D’UNA VOLTA (?)
I bivacchi in alta montagna oggi stanno vivendo un momento contraddittorio: se l’alpinismo prestazionale tutto velocità e cronometro li snobba, possono di contro sostenere la frequentazione meno impattante e più genuina delle montagne, e infatti anche per questo l’architettura li sta rendendo sempre più tecnologici e confortevoli. Non solo: con il notevole numero di persone che affrontano le montagne senza adeguata preparazione, la loro funzione di riparo d’emergenza riacquisisce valore. Luca Gibello, autore del bel volume “I bivacchi delle Alpi”, di innovazioni tecnologiche e “cultura del bivacco” attuale ne ha parlato di recente qui, spiegando come il bivacco sia tutt’oggi un presidio montano fondamentale ma in certi casi “incompreso” e banalizzato.
OLIMPIADI DI MILANO CORTINA, MEDAGLIA D’ORO AI DEBITI
La Fondazione Milano-Cortina, organizzatrice dei Giochi olimpici e paralimpici che si sono svolti fra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige a febbraio e marzo, rischia di chiudere il 2026 con un rosso in bilancio da circa 300 milioni di Euro. La cifra, riportata da diverse fonti nelle ultime ore, sarebbe stata stimata nel corso dell’ultimo CdA della Fondazione, che si è svolto lo scorso 9 aprile. Una perdita economica provocata dall’aumento dei costi (di circa 230 milioni) e dagli introiti totali più bassi del previsto. E chi li pagherà, secondo voi, questi debiti? Le Regioni, le provincie, i comuni coinvolti. Cioè noi tutti contribuenti. Come avrebbe esclamato la sublime Sora Lella, «ANNAMO’BBENE, PROPPRIO’BBENE!»
LO SCI IN CRISI, ANCHE SULLE MONTAGNE BRESCIANE
In un dettagliato dossier, il quotidiano “BresciaToday” racconta la crisi crescente delle stazioni sciistiche della provincia di Brescia, tra la neve che non c’è oppure è sempre più incerta e discontinua, gli impianti che chiudono o vengono dismessi, l’innevamento artificiale, i costi energetici e idrici altissimi, le settimane bianche che non si fanno più, la montagna cambia volto: ma il modello dello sci è davvero destinato a sopravvivere? Il turismo nei numeri cresce ma quando sale sui monti lo fa sempre meno per sciare e per ciò il sistema dello sci manifesta una fragilità strutturale sempre maggiore. Insomma, anche sulle montagne bresciane l’epoca dello sci di massa sembra sempre più avviata verso il tramonto.
DEREGULATION DELLA CACCIA, C’È DA ALLARMARSI
Mountain Wilderness Italia lancia un nuovo allarme riguardo la deregulation della caccia contenuta nella riforma della legge in vigore, che si sta discutendo in Parlamento: «Si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna». Domanda (spontanea): come mai tutto questo supporto di certa politica ai cacciatori, categoria ormai in via di estinzione?
GIOVANI IN MONTAGNA PER RISCRIVERE LA PROPRIA VITA
Mountain è un progetto Erasmus+, Cooperation Partnerships in Youth, coordinato dal consorzio Comunità Brianza, che vede il Club Alpino Italiano come partner ed è cofinanziato dall’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è dare una seconda possibilità per i giovani già autori di reato o devianti, quindi tendenzialmente a rischio. Il progetto è già entrato nella sua prima fase di attivazione, con i primi minori che sono stati accolti, formati e accompagnati in montagna, la quale può così diventare un terreno fertile per provare a fare germogliare il seme del cambiamento con una fatica che non è fine a sé stessa, ma mira a riparare il danno arrecato, a trasformarlo in buone azioni. Utili non solo alla società, ma all’individuo stesso.
[Il Rifugio Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio/Rosengarten (Dolomiti). Foto di Obisnow, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
IL CLIMA FARÀ CAMBIARE ANCHE LE APERTURE DEI RIFUGI?
Le aperture stagionali dei rifugi in alta montagna sono sempre state molto regolari: tre mesi in estate più alcuni weekend, e qualche settimana in primavera per quelli scialpinistici. Oggi invece la crisi climatica in corso sta cambiando anche tale aspetto dell’andare sui monti: a volte nevica talmente poco o tardi, oppure la meteo è ancora favorevole, che a ridosso dell’inverno le condizioni sono simil-estive, altre volte invece ad inizio stagione sono sfavorevoli, inoltre capita sempre più spesso che in estate manchi l’acqua, per l’estinzione dei ghiacciai che prima alimentavano i rifugi o per i periodi di siccità prolungata. D’altro canto prolungare la stagione di apertura potrebbe comportare rischi economici per i gestori. Tra i quali il dibattito al riguardo è ormai aperto.
INVERNO 25/26: POCA NEVE SUI MONTI, POCA ACQUA NEI LAGHI
Secondo ARPA Lombardia, le riserve idriche regionali si presentano sotto la media all’inizio della primavera: al 28 marzo la disponibilità complessiva – tra grandi laghi, neve e invasi idroelettrici – è pari a 2455 milioni di metri cubi. Il confronto con la media degli ultimi vent’anni evidenzia un deficit di oltre 800 milioni di metri cubi, circa il 25% in meno rispetto ai valori di riferimento. Ciò in quanto, nonostante le affermazioni (di mera propaganda) degli impiantisti, di neve sulle montagne lombarde ne è venutapoca: in Orobie e in Valcamonica il manto nevoso è inferiore di circa la metà rispetto alla media del periodo. Per di più l’ultimo inverno è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni, provocando la fusione di molta neve prima del solito.
DIFENDERE I MICROBI DEI GHIACCIAI PER DIFENDERE LA VITA (E NOI STESSI)
La conservazione della biodiversità si concentra su ciò che vediamo: foreste, coralli, grandi mammiferi. Ma il vero sistema di supporto della vita sulla Terra resta invisibile: è il sistema microbico, che regola l’ossigeno che respiriamo, il carbonio che assorbiamo, la stabilità degli ecosistemi e risulta dunque fondamentale per ogni organismo vivente. Eppure, mentre proteggiamo specie iconiche, non facciamo lo stesso con i microbi, che stanno collassando senza che ce ne accorgiamo per gli effetti della crisi climatica e delle attività antropiche. Come quelli che dimorano nei ghiacciai: sono comunità microbiche uniche, che potrebbero contenere soluzioni mediche o ecologiche oggi impensabili. Che stanno svanendo insieme ai ghiacciai che le ospitano.
Che i soggetti politici e non promotori delle Olimpiadi di Milano Cortina stiano tentando di imporre l’opinione che i Giochi siano stati un evento positivo per i territori coinvolti, risulta ormai palese a chiunque, anche ai sassi di quei territori. Purtroppo (non solo per loro) è un tentativo già ora pressoché disperato, a soli due mesi dalla fine dei Giochi, visti i debiti che si stanno palesando in aggiunta ai budget ampiamente sforati, ai costi olimpici complessivi, alle opere non realizzate e sovente nemmeno iniziate, all’insuccesso di pubblico nelle sedi olimpiche che tuttavia possono quanto meno sperare in un futuro ritorno d’immagine turistica, a differenza dei territori limitrofi che invece le Olimpiadi le hanno subite e continueranno a subirle negli anni a venire.
Così, tra gli autoincensamenti a gogò dei giorni appena successivi alla fine dei Giochi, le “medaglie d’oro” diffuse – sempre dagli organizzatori olimpici – a se stessi, alle infrastrutture delle gare, alle strade, ai treni (aspetti, questi ultimi, che hanno ripresentato le solite inefficienze già dal primo giorno dopo la fine delle Olimpiadi), ogni cosa apparentemente positiva che ora accade nei territori olimpici diventa “legacy”. Ma se tutto diventa “legacy”, nulla lo diventa realmente perché manca il senso autentico del termine e dell’idea che vi dovrebbe stare dietro: come si rimarca nel progetto di ricerca con il quale l’Università di Bergamo sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti verificando benefici e criticità dell’eredità olimpica, «La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.»
Invece, qualche giorno fa, è stata proclamata «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere, pensato per legare indissolubilmente il destino della Valtellina ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026» una piacevole tanto quanto ordinaria passeggiata che unisce alcuni itinerari già esistenti della bassa valle nei pressi di Morbegno, piazzandoci diciotto totem con i medaglieri olimpici e paralimpici di Milano-Cortina, cinque bacheche che illustrano alcune rilevanze storico-culturali e «l’unico “Spectacular” (i cinque cerchi olimpici) permanente della Regione Lombardia», cioè una gigantesca riproduzione metallica del simbolo olimpico piazzata in un punto panoramico visibile dal fondovalle. «Questo progetto rappresenta la vera essenza della “Legacy olimpica”. Volevamo lasciare al territorio qualcosa di tangibile che andasse oltre l’evento sportivo» hanno detto i promotori dell’iniziativa. Ah sì? E cosa lascerebbe di realmente concreto a favore del territorio e delle sue comunità? Un percorso escursionistico già esistente (a bassa quota su versante solivo, dunque percorribile solo quando non faccia troppo caldo) per la cui conoscenza non servivano certo le Olimpiadi ma un’ordinaria dose di conoscenza del territorio, consapevolezza delle sue peculiarità e creatività culturale. Viceversa, “grazie” alle Olimpiadi, si è piazzato un catafalco metallico in mezzo al verde che chissà quanto resterà in buone condizioni prima di deperire sotto l’effetto degli agenti atmosferici e diventare (non lo auguro proprio, ma visti i precedenti di altre installazioni simili) un rottame arrugginito e magari pericolante.
Ma quale diavolo di «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere» sarebbe una cosa così? Seriamente, di cosa stiamo parlando? Va bene, è un percorso in ambiente naturale (ma con ampi tratti su asfalto) che offre belle vedute del paesaggio locale (seppur in questo modo, obiettivamente, offra pure la constatazione di quanto sia cementificato il fondovalle valtellinese), i testi delle bacheche saranno accattivanti, consente di passeggiare… ma, posti questi aspetti del tutto ordinari per un’opera del genere, dov’è la “legacy”? Dov’è l’unicità, dove sarebbe la «meta iconica» che diverrebbe la zona secondo i promotori della passeggiata? Inoltre, detto tra noi, cosa c’entra lì la storia dei medagliati olimpici, che nesso ha con quel territorio dove nulla di olimpico-invernale si può fare, viste le sue caratteristiche geomorfologiche e le ben diverse peculiarità che piuttosto raccontano vicende e narrazioni storiche totalmente differenti?
D’altro canto, la notevole affluenza di politici locali all’inaugurazione di tale “Passeggiata Olimpica”, nemmeno fosse una grande opera a beneficio della comunità locale, rende ben chiaro ciò che denotavo in principio, ovvero il tentativo disperato di far credere cose chiaramente non credibili, riguardo le Olimpiadi, e imporre verità che, alla prova dei fatti, si smentiscono da sole. E, ribadisco, sono passati solo due mesi dalla fine delle Olimpiadi! Se la realtà della “legacy olimpica” di Milano Cortina è questa, nei prossimi mesi ne vedremo proprio delle belle. “Belle” si fa per dire, ovviamente.
N.B.: come avrete già notato, lo spunto originario di queste mie riflessioni e le immagini relative vengono da questo articolo del quotidiano on line “SondrioToday”.
[La funivia a due piani di Samnaun, in Svizzera, da 180 persone a cabina. Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]In uno dei tanti passaggi interessanti e stimolanti (alle pagg.115-116) del suo libro “All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche” (del quale vi scriverò presto), Selma Mahlknecht pone l’attenzione su come sulle montagne il turismo sempre più massificato abbia imposto i rigonfiamento, l’ingigantimento di ogni cosa, spostando sempre più in là il limite ovvero sostanzialmente negando che ve ne possa essere qualcuno:
Quand’è che il turismo diventa troppo? Il limite di tolleranza varia in continuazione. Quando si raggiunge un eccesso precedentemente messo in conto, la nostra sensibilità si adatta alla nuova realtà e sposta la soglia del dolore un poco più in là. Come nelle terapie di iposensibilizzazione, l’aumento costante della dose porta a una crescente insensibilità, o come in una dipendenza patologica, si ha il bisogno di alzare continuamente l’asticella del consumo per provare ancora qualche stimolo.
Mahlknecht ha ragione, drammaticamente ragione. Fateci caso: rifugi e ristori lungo le piste da pochi coperti fino a qualche tempo fa oggi servono centinaia di pasti al giorno assomigliando a mense industriali, funivie che caricavano pochi passeggeri per cabina ora ne portano 150 e più, sentieri escursionistici lungo i quali ci si doveva fermare per far passare gli altri camminatori oggi sono ampi tracciati ciclabili se non carrabili, alberghi e pensioni da poche camere e con servizi spartani ora sono grand hotel a più stelle con servizi d’ogni genere per centinaia di ospiti, eccetera.
Una volta le prime cose citate erano normali e nessuno pensava che non potessero esserlo, oggi è “normale” che siano diventate come descritto e nessuno penserebbe di tornare indietro a ciò che erano prima. Tuttavia, sia un tempo che oggi, in montagna ci si divertiva e ci si diverte, si sciava, si faceva la coda agli skilift (gli skilift! Solo uno sciatore per volta che saliva, roba da cavernicoli!) così come oggi alle grandi funivie, si facevano/fanno escursioni, si aspettava/aspetta il proprio turno per pranzare in rifugio. Solo che ogni cosa si è ingigantita – strade parcheggi hotel impianti sentieri rifugi – e questo processo di ingrandimento crescente non sembra avere termine, mentre di contro le montagne sono ancora quelle di una volta, non crescono di più, non hanno più spazio da offrire. Se non sfruttando e consumando il territorio naturale ancora intatto: come se da una parte non ci possano e debbano essere limiti e dall’altra, sulle montagne, di limiti ce ne siano eccome ma lo si ignora.
[La funivia Campodolcino-Alpe Motta, nel comprensorio sciistico di Madesimo in valle Spluga, attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta, che presi tante volte da ragazzino per andare a sciare: 16 persone per cabina, code di ore in salita e in discesa.]Ribadisco: era “normale” la montagna di una volta ed è “normale” quella di oggi, nel senso che la norma è ciò che noi accettiamo sia tale: ma è evidente che si tratti di due dimensioni differenti, di due montagne rese differenti, di modi di fruirle che hanno la stessa forma ma sostanze ben diverse, dettate dal fatto che il turismo pretende e abbisogna di mandare sempre più persone in montagna ma pure da come noi percepiamo e consideriamo – o non consideriamo – cosa sia la montagna e cosa possa o debba essere. E se ci meravigliamo, in bene o in male, quando vediamo quanto sia diventato grande e confortevole un rifugio lungo le piste da sci che anni fa era piccolo e spartano, facciamo più fatica a constatare cosa sono diventate le montagne nello stesso tempo, le pensiamo sempre come “normali” nella loro apparente immutabilità:diventiamo sempre più insensibili nonché bulimici, come scrive Mahlknecht. In effetti non sono le montagne che cambiano, siamo noi a cambiare, le nostre visioni, gli immaginari, le pretese, le “verità”, e tutto quello che da ciò poi deriva, inclusi i segni che lasciamo sulle montagne – strade case impianti piste eccetera. E ogni cambiamento può essere in meglio oppure in peggio, ça va sans dire.
[Sopra, la “Baita del Sole”, ristoro-alloggio sulle piste di Madesimo, negli anni Settanta; sotto, un “rifugio” (il “Piz Boé Alpine Lounge“) sulle piste dell’Alta Badia, nelle Dolomiti.]Dunque, per dircela tutta: è veramente normale, la “normalità”? Al netto del contesto temporale in cui si manifesta e di ogni altro ragionamento possibile al riguardo, chi lo stabilisce che lo sia e su quali basi? Perché ciò che un tempo ci sembrava normale oggi non lo è più – ovvero, era più normale prima o adesso? Ancora: non è che ciò che noi stabiliamo come “normale” per il nostro mondo, in base al nostro giudizio, non lo è per il mondo stesso del quale comunque siamo parte?
No, non «si stava meglio quando si stava peggio signora mia!», questa riflessione che state leggendo non vuole affatto essere passatista – per carità, il passatismo è tra le cose più ottuse che si possano manifestare. Ma altrettanto ottuso io penso sia il dare per scontato ciò che potrebbero non esserlo, il considerare qualcosa “normale” senza pensare, riflettere o stabilire quale sia la norma che lo sancisce, e credere che qualcosa possa essere “normale” anche quando genera rischi che invece si potrebbero evitare, con una maggior ponderazione della norma alla base. Fino ad arrivare – per dirne una – a lamentarsi dell’overtourism in montagna e del degrado conseguente quando sulle vette della zona ci arrivano funivie da 150 persone, telecabine da portate di 6000 persone all’ora e ai piedi sono stati realizzati parcheggi da centinaia di posti auto circondati da hotel da duecento camere dove prima c’erano una piccola funivia, uno spiazzo per le auto e qualche piccola pensione. Dove sta il punto di equilibrio – sempre che ce ne sia uno – tra le due dimensioni? E quello di rottura, se l’ingigantimento continua senza sosta e senza che sappiamo stabilirne normalità o anormalità?
[Tignes, rinomata località “ski total” sulle Alpi francesi.]Non «si stava meglio quando si stava peggio», di sicuro, ma forse si sta veramente meglio quando si riesce a capire ciò che ci può far stare peggio, traendone da questa consapevolezza una “norma”, una normalità, non solo condivisa ma pure sensata, equilibrata, contestuale, veramente razionale e, dunque veramente benefica per tutti. Anche perché a dare per scontate troppe cose, sulle montagne anche più di altrove, ha sempre generato molti problemi e conseguenze infauste. Meglio evitarle.