Nesolio, un gioiello di architettura montana

Nei boschi montani della Val San Martino (provincia di Lecco), sopra l’abitato di Erve e in vista del versante meridionale del Resegone, si nasconde un altro piccolo ma mirabile gioiello di storia e architettura montane, il villaggio di Nesolio. “Nasconde” è termine improprio ma geograficamente indicativo, visto come il nucleo di case resti sostanzialmente invisibile dal fondovalle, celato dalla morfologia locale e dai vecchi e vasti castagneti che lo circondano; inoltre la bella mulattiera che vi giunge non si trova sulle direttrici turistiche che da Erve, durante tutto l’anno, portano numerosi escursionisti verso il Resegone. Tale posizione discosta accentua la condizione di “oblio” di Nesolio, che come numerosi altri nuclei di montagna simili ha subìto nel Novecento uno  spopolamento inesorabile, mitigato solo dalla trasformazione di alcune abitazioni in dimore per il fine settimana dei locali; d’altro canto, quella condizione ne ha cristallizzato il fascino antico e profondo dal quale c’è da augurarsi che si possa generare una sensibilità particolare e costante verso la salvaguardia del luogo e della sua lunga nonché emblematica storia.

Già citato nel Cinquecento ma risalente nella sua porzione più antica e secondo indagini condotte sulle murature al secolo XIV, il nucleo di Nesolio è disposto su vari piani che seguono la linea di crinale e si articola lungo un asse viario principale pavimentato, alla cui sommità si apre una piazzetta. Esempio rappresentativo dell’architettura montana e delle sue connessioni urbanistiche e socio-economiche, oggi quasi del tutto abbandonato, è posto a 695 m poco sopra l’abitato di Erve, al quale è unito dalla citata bella mulattiera selciata che vi sale dalla contrada Torre.

L’insediamento, ufficialmente attestato nel secolo XVI, si ritiene sia il centro originario della Val d’Erve. La tradizione orale (invero non avallata da riscontri oggettivi) narra che siano state genti di presunta origine franco-gallica di stanza in Valle Imagna, più precisamente nella zona di Valsecca,  in cerca di nuovi terreni agricoli a calare dall’alto e fondare il primigenio nucleo abitativo, costruito ai margini di una vasta area che venne disboscata per ricavarne prato, chiamata Prà Ratto. Denominati “quelli di Valsecca” e quindi i Valsec, avrebbero poi dato origine alla prima e tutt’oggi più numerosa casata della valle, i Valsecchi [1]. Il toponimo Nesolio deriverebbe invece da “nissoi”, noccioli, mentre l’origine dall’unione dei termini francesi “nes” nato, e “Soleil”, Sole, cioè “luogo da dove nasce il Sole” è parte di quelle tradizioni orali ad oggi non convalidate.

Il tipo di abitato alpino, compatto intorno ad un asse e comprendente senza soluzione di continuità dimore, fienili e stalle, si compone come un grappolo di edifici disposto secondo il risalire della costa, dove i ripiani si allargano, e lungo una direttrice che sale ai pascoli e ai boschi del Monte Ocone e al passo del Pertüs. È ragionevole ipotizzare che la scelta di ubicare l’insediamento ove si trova sia derivata da una molteplicità di fattori quali la buona esposizione al sole su un crinale appena al di sopra del pendio più ripido, la presenza di un paio di sorgenti, l’affioramento di roccia destinata a fornire materiale da costruzione e la buona solidità alle fondazioni. Bisogna peraltro ricordare che a quei tempi non era usanza solita (come verrebbe da pensare oggi) edificare insediamenti abitati nei fondivalle, soprattutto in presenza di corsi d’acqua, col fine primario di preservarli da possibili inondazioni oltre che per garantire ai nuclei una posizione di maggior sicurezza generale.

I caseggiati maggiori si distinguono per l’elevazione, dovuta generalmente a sopralzi ottocenteschi; predomina la doppia falda nord-sud, con affaccio verso valle di complessi ballatoi in legno, a volte intagliati e decorati negli accessi e nei ripiani inferiori contigui all’abitazione. Peculiare è pure l’uso delle pareti divisorie in rami di castagno, o ciliegio, ricoperti di malta. Gli edifici più antichi (secolo XIV) sono quelli che rivelano una migliore tecnica costruttiva, impregnata ancora di saperi che si rifanno alle esperienze dell’età romanica. Tra di essi la mulattiera procede con slarghi, ripiani, gallerie, si muove con prospettive mutevoli dovute all’adattarsi delle costruzioni secondo spazi e altimetrie; nella parte più alta si apre una piazzetta comunitaria, con resti del lastricato originario e una fontanina addossata al montante della mulattiera. Dalla piazzetta dipartivano altri percorsi che permettevano di raggiungere con agiatezza sia i boschi delle montagne circostanti, sia l’altipiano ai piedi del Resegone, sia quello di Mònico, (il Pian Munik), dove insistevano gli alpeggi ora in gran parte rioccupati dal bosco ma attivi, secondo fonti orali, fino alla metà del Novecento.

Agli inizi del XX secolo, Nesolio contava 170 abitanti distribuiti in una ventina di unità abitative ed altrettante famiglie, dedite all’allevamento degli animali e allo sfruttamento delle risorse del bosco. Ancora negli anni Cinquanta le famiglie residenti erano 17, ma a partire da allora il nucleo è stato progressivamente abbandonato salvo per i pochi che vi salgono per risiedervi temporaneamente, accudire agli animali domestici e curare piccole coltivazioni. In effetti ancora oggi un sistema articolato di appezzamenti di terreno per colture o prati si distribuisce tutto attorno all’abitato. A valle, il versante ripido era utilizzato per piccoli orti e per il prato stabile; a monte, il versante meno scosceso in parte venne terrazzato sia con scarpate inerbate sia con muri a secco che denotano differenti tecniche costruttive e, in altra parte, era tenuto a prato misto con castagni.

Oggi Nesolio, nonostante l’inesorabile degrado di alcune delle sue costruzioni conseguente anche alla difficoltà di recupero e manutenzione del nucleo, rappresenta senza alcun dubbio uno dei migliori esempi di borgo rurale montano dell’intera Lombardia, sia dal punto di vista architettonico che storico-antropologico (parimenti al vicino nucleo di Colle di Sogno, in territorio comunale di Carenno), oggetto di studio nonché di alcune iniziative culturali e artistiche tese a valorizzare il dialogo tra contesto ambientale, rilevanze storiche e presenze contemporanee, nel potenziale tentativo di recuperare l’antica e peculiare ruralità urbana del borgo. Caratteristiche per le quali, tuttavia, è necessaria l’attenzione e la sensibilità di tutti, residenti locali o visitatori occasionali, perché in fondo Nesolio “appartiene” alle sue montagne ma la sua dimensione, la sua storia, l’atmosfera, la bellezza e il suo fascino sono patrimonio di tutti.

[1] In verità tale ipotesi sull’origine principale del familonimo “Valsecchi” è controverso, dacché alcuni elementi storici farebbero ritenere un’origine milanese e dunque, nel caso, sarebbe stata la famiglia a dare il nome alla località valdimagnina giungendovi da Erve.

P.S.: il testo che avete appena letto, redatto in origine da Fabio Bonaiti e qui da me integrato, è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

(Crediti delle immagini, ove non di proprietà dello scrivente: Paola Clarissa / commons.wikimedia.org; valsanmartinospot.it; Ecomuseo Val San Martino; Agnese Econimo/Orobie.it.

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Lo stravolgimento climatico

Dunque, a proposito di clima (ne scrivevo giusto ieri qui, ancora), per riassumere e fare il punto della situazione ad oggi, qui da me: in autunno ha fatto l’inverno (ha nevicato in maniera importante tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre), poi l’inverno non c’è sostanzialmente stato perché ha fatto primavera (niente più neve e temperature miti). Arrivata la primavera ha fatto l’inverno (si veda l’immagine sopra dei primi di aprile, sopra i 1000 m sui monti di casa, per la gioia del mio segretario personale a forma di cane) e adesso che siamo ancora in primavera sta facendo l’estate piena, con temperature ormai prossime ai 30°.

Be’, ormai qui più che di “semplice” cambiamento climatico c’è da parlare di autentico stravolgimento climatico. Già.

L’acqua (o il ghiaccio) che fu

Il cambiamento climatico sta avendo un grande impatto sulla criosfera, la porzione di ghiaccio e neve che ricopre la superficie terrestre. Il progressivo aumento della temperatura media globale ha effetti tangibili sulla salute dei ghiacciai. Solo per quanto riguarda l’Europa, si stima che la maggior parte dei ghiacciai alpini che si trovano al di sotto dei 3.600 metri di altitudine scomparirà completamente entro la fine di questo secolo. Perderemo non solo importanti riserve di acqua dolce, ma anche un registro senza pari su ciò che è accaduto al nostro Pianeta nel corso dei millenni. […] Secondo le stime degli scienziati, raccolte nel 2019 in un importante rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU, entro la fine di questo secolo le Ande, le Alpi europee e le catene montuose dell’Asia settentrionale perderanno fino all’80 per cento dei loro ghiacciai, se continueremo a immettere nell’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, come avvenuto negli ultimi decenni. Il processo potrà essere mitigato se riusciremo a ridurre sensibilmente le emissioni entro pochi anni, ma una perdita consistente dei ghiacciai montani è ormai inevitabile.

Questi sono brani di un articolo pubblicato da “Il Post” lo scorso 9 maggio nel quale, dissertando di estinzione della superficie glaciale alpina e europea in generale, si dà notizia del progetto di un grande archivio antartico per conservare campioni dei ghiacciai prossimi allo scioglimento definitivo così da preservarne la “narrazione storico-scientifica” che sanno offrire, come segnala anche un passaggio sopra citato. Ciò che invece non può essere preservato, se non attraverso le immagini e la memoria, è il paesaggio che verrà perso con l’estinzione dei ghiacciai, ovvero la relazione fondamentale tra gli uomini e quelle montagne che stanno cambiando il loro aspetto, a volte radicalmente, mutando così anche la percezione culturale che se ne può ricavare, quella che appunto forma in gran parte il concetto di “paesaggio”. Di questo tema, in verità poco indagato eppure di importanza notevole, ne ho parlato diverse volte, ad esempio in questo articolo.

Tuttavia può capitare che anche le immagini più significative – come quelle comparative: lì sopra ne vedete due che mostrano la riduzione del ghiacciaio della Marmolada (prese da quest’altro articolo e pubblicate in origine su storieminerali.it) – non riescano a dare la percezione concreta di ciò che sta accadendo sulle nostre montagne, a volte perché troppo “belle” per suscitare sentimenti di inquietudine (be’, colpa della meravigliosa bellezza delle montagne, non certo dei fotografi!). Più “tecniche” (per questo spesso repulsive) ma ugualmente se non più emblematiche delle immagini, alcune infografiche vengono in aiuto allo scopo suddetto, e nell’articolo citato de “Il Post” ne ho trovata una piuttosto chiara e comprensibile, questa:

Rende, attraverso le linee del grafico, la diminuzione della massa dei ghiacciai europei per ciascuna zona geografica che ne presenta, riferita all’anno 1997 ovvero il punto “zero” nel quale le varie linee si intersecano; i dati sulla sinistra cumulano le variazioni delle masse glaciali esprimendole in metri equivalenti di acqua (m w.e.) o in tonnellate per metro quadro (t per sqm), due unità di misura equiparabili. Se prendiamo la linea relativa alle Alpi si può notare che, a fronte di un breve periodo di aumento delle masse glaciali tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, la linea si inabissa verso quantità di perdite di ghiaccio non solo spaventose nell’entità ma pure maggiori rispetto a qualsiasi altra regione glacializzata europea – posto che nessuna è messa bene e il trend continentale medio, cioè la linea nera tratteggiata, ha un andamento del tutto eloquente, purtroppo. Solo la Scandinavia “contiene” le perdite, indicando comunque una tendenza netta alla deglacializzazione costante nonostante un periodo di aumento perdurato per qualche decennio fino al cambio di secolo.

In breve, il grafico indica che al 2018 le Alpi stanno perdendo in media più di 25 tonnellate di ghiaccio al metro quadrato ovvero una colonna di acqua alta 25 metri. Acqua che è potabile e che ci poteva dissetare, che ci permetteva di lavarci, che poteva garantire l’ecosistema dei fiumi di origine alpina e irrigare i campi… Un patrimonio idrico che in condizioni climatiche “normali” per la nostra latitudine si scioglieva ogni estate e si riformava a ogni inverno, in modi variabili nei cicli stagionali ma regolari sul lungo periodo, e che i ghiacciai ci conservavano, come autentici forzieri di acqua potabile. Sto scrivendo al passato, già, perché tutta quell’acqua è ormai perduta in quanto si è perduto e non più riformato il ghiaccio dal quale si originava. Lo avrete intuito, credo.

Ecco, questo è quanto. Ci tenevo a rimarcarlo e renderlo evidente, per quel poco che sono in grado di fare. Il mondo continuerà, senza dubbio, ma (anche) per quanto ho appena scritto non sarà più quello di prima e, almeno negli aspetti qui trattati e in ciò che vi fa riferimento, non sarà “migliore” e nemmeno bello com’era. È bene rendersene conto da subito, senza catastrofismi inutili ma con razionale e resiliente lucidità.

P.S.: da due anni a questa parte Legambiente, con il supporto scientifico del Comitato Glaciologico Italiano, pubblica il report La Carovana dei Ghiacciai, nel quale vengono presentati i rilievi sullo stato dei ghiacciai italiani attraverso i dati di alcuni apparati glaciali campione. Un ottimo documento per comprendere ancora meglio la realtà di fatto sul tema e promuovere la tutela della montagna d’alta quota. Qui trovate le due edizioni 2020 e 2021 finora pubblicate.