Nelle città circondate da montagne la qualità della vita è più alta (almeno così si direbbe!)

[Lecco. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Nelle classifiche della qualità della vita per fasce d’età che misurano rispettivamente il benessere di anziani, giovani e bambini sul territorio italiano, pubblicate di recente dal “Sole 24 Ore” delle classifiche, balza rapidamente all’occhio (a chi ha un certo occhio montano) la presenza nelle prime posizioni di città poste in territori montani o molto prossime ad essi e comunque circondate da monti più o meno elevati.

[Cliccate sull’immagine per leggere tutte le classifiche nel dettaglio.]
Nella classifica relativa ai bambini (0-14 anni) ci sono Lecco, Aosta e Trento, che le montagne le hanno praticamente “dentro” la città; in quella per i giovani (18-35 anni) ci sono Bolzano e Cuneo – ma anche Gorizia e Trieste hanno da sempre un legame speciale con le loro montagne più prossime; nella classifica riferita agli anziani (oltre i 65 anni) ci sono Bolzano, Trento e Como, ma pure Treviso ha un certo legame con i monti a settentrione della città.

[Bolzano. Immagine tratta da www.elle.com.]
Le classifiche del “Sole 24 Ore” hanno ricavato i propri punteggi dalla valutazione di 12 indicatori di natura prettamente pratica legata ai servizi di base dei quali la popolazione può usufruire nelle varie città. Tuttavia, siccome è cosa certa che il paesaggio influisce sulla vita delle persone e sulla loro relazione con il territorio abitato e la qualità della vita in esso, dunque agisce in qualche modo anche su come le persone vivono le città in cui abitano usufruendo dei loro servizi, mi viene da pensare – forse con troppa superficialità, forse no – che in quale modo anche l’orizzonte montano particolarmente bello e potente di cui godono le città citate abbia influito sulla posizione così alta raggiunta nelle rispettive classifiche.

Forse a riprova di quanto appena rimarcato, in tutte le tre classifiche elaborate le grandi città metropolitane italiane, che anche quando hanno montagne non troppo distanti quasi sempre le nascondono dietro i loro palazzoni di cemento e i grandi centri commerciali, si piazzano nelle posizione medio-basse, non di rado prossime al fondo.

[Trento. Immagine tratta da www.retecittadellacultura.it.]
D’altro canto, se tale mio pensiero appare certamente speculativo, sarebbe una bella e concreta cosa se gli amministratori delle “città montane” veramente sapessero trarre un’ispirazione e un’energia concrete dai monti che le circondano al fine di farne un ulteriore valore aggiunto alla qualità della vita dei residenti e una spinta a migliorarla costantemente. Non per vincere chissà quale competizione – in effetti queste classifiche sono senza dubbio indicative circa la realtà delle cose ma vanno analizzate e interpretate oltre le mere graduatorie, anche perché in tutte le città “vincenti” di problemi da risolvere, anche gravi, ce ne sono eccome – ma, appunto, per garantire agli abitanti delle città la migliore quotidianità possibile, ben sapendo che un grande aiuto a ciò lo offriranno sempre le montagne che le circondano e sovrastano.

Le bocciofile, un luogo di socialità paesana in via di estinzione

Come per ogni altra cosa, anche per i territori montani i giovani rappresentano la speranza di un futuro più virtuoso rispetto a quanto fatto di sbagliato, sovente, fino a oggi: è tanto banale dirlo quanto necessario ribadirlo. Ma nei piccoli paesi di montagna, e in generale nei centri minori, è la popolazione anziana a rappresentare la maggioranza residente: cittadini al pari di tutti gli altri ma, come viene da pensare, spesso trascurati dalla politica locale. Fino a qualche tempo fa tali cittadini “diversamente giovani” trovavano in ogni loro paese un luogo di ritrovo caratteristico, tradizionale e di notevole valenza sociale: le bocciofile. Ce n’era almeno una con relativo bocciodromo (i due termini sono sostanzialmente sinonimici) in ogni comune, anche nel più piccolo, diverse in quelli più grandi; da anni sono ormai in via di estinzione. Basti vedere qui sotto la mappa di Google della zona a nord di Milano, tra Bergamo, Lecco e Como, e constatare quante bocciofile vengano segnalate:

Un tempo ce n’erano in ogni paese, ribadisco: decine e decine, nella porzione di territorio sopra mappata.

Perché si è lasciato che chiudessero? Non sono ancora passate le generazioni che intorno ai campi di bocce si radunavano e si radunerebbero ancora, salvaguardando una socialità preziosa e fondamentale per chi la vive oltre che per la vitalità dei paesi stessi. Sarebbero ben vive e frequentate anche attualmente, c’è da scommetterci. Oggi molti di quegli anziani li si vede vagare, e così passare le loro giornate, tra le corsie degli ipermercati – parlo per esperienza diretta e costante: dalle mie parti la chiusura delle bocciofile è avvenuta in contemporanea all’apertura dei primi grandi discount. Sarà stata una coincidenza, forse, o magari no. In ogni caso, meglio che si svaghino giocando a bocce, a carte ovvero altro del genere in quei circoli di paese, oppure nei meandri del turboconsumismo contemporaneo o chiusi in casa sorbendosi le immani stupidaggini della TV di oggi?

I tempi cambiano, i costumi sociali idem e il modus vivendi altrettanto, lo so bene. Potrà apparire una riflessione meramente e ingenuamente retorica, la mia, ci sta. Tuttavia, a mio modo di vedere, potrebbe anch’essa risultare significativa di quella realtà, sicuramente problematica, che affligge le cosiddette “aree interne” del nostro paese. Territori ricchissimi di cultura vernacolare lasciati troppo spesso al loro destino per trascuratezza politica, quando non sciatteria, e per incapacità di comprenderne le reali potenzialità – ne ha scritto mirabilmente al riguardo l’amica Anna Rizzo nel suo I paesi invisibili. Che poi si tratti di preservare ovvero di (ri)aprire bocciofile, circoli e similari luoghi di ritrovo e socializzazione paesana oppure di altri interventi, pratiche, iniziative più articolate e strutturali, credo sia comunque un tema che nel complesso resta troppo ampiamente sottovalutato. Con effetti che poi ricadono sull’intera comunità, giovani inclusi.

P.S.: per fortuna dalle mie parti ancora qualche bocciofila che resiste e, anzi, risulta ben vitale c’è, come spiega questo articolo dal quale ho tratto le immagini che vedete qui sopra.

Per chi lorda lire 5 di pena

 

La nostra società ondeggia fin troppo spesso tra due pretesi e antitetici “assiomi”: quello per il quale ogni nuova generazione si crede migliore della precedente e l’altro che sostiene che «si stava meglio quando si stava peggio». Sono entrambi assiomi tanto reputati quanto insensati, in verità, perché basati su una percezione asincrona delle cose e dunque sostanzialmente distorta; d’altro canto sono vernacolarmente applicati con regolarità – insieme a molti altri cosiddetti “luoghi comuni” – in qualsiasi ambito più o meno importante della quotidianità, e in ciò contribuiscono a generare la visione ordinaria del mondo in cui viviamo.

In verità ogni tempo – ovvero la gente che lo ha vissuto – ha sofferto della sostanziale incapacità di relazionarsi diacronicamente con la propria storia e questo fatto, in un mondo che, posta la propria più recente evoluzione, rende ogni cambiamento ancor più profondo che una volta, diventa un problema analogamente più importante. Ad esempio, circa l’immagine lì sopra: sostenere che un tempo si fosse più civili e civici, come sovente si sente dire, non è solo una generalizzazione pressoché priva di fondamento ma rischia di diventare una funzionale seppur paradossale giustificazione a un certo stato di cose odierno che, per convinzione diffusa e distorta, ci appare preponderante. Non sarebbe forse meglio lavorare e impegnarci affinché il futuro possa essere più civile e civico del presente? Se si è così convinti che una volta le cose andavano meglio rispetto al presente e ugualmente che oggi siamo “più bravi” di ieri, piuttosto di contrapporre tali “assiomi” ricavandoci inevitabilmente un conflitto di princìpi, sarebbe forse il caso di correlarli, di analizzare meglio il passato per svilupparne i retaggi migliori, con la “bravura” del presente, così da farne concreti vantaggi futuri, parimenti imparando dagli errori che la storia ha registrato per evitare di commetterli nuovamente. Perché la “normalità” da contemplare non è quella per la quale già una volta si apponevano avvisi a salvaguardia del decoro pubblico esattamente come si fa oggi, dunque che ancora ce ne sia bisogno come occorreva un tempo, semmai è (sarebbe) che di quegli avvisi non ci debba più essere il bisogno.

Capite che non è una questione di essere migliori o meno di qualcuno e qualcosa oppure di vivere epoche più confortevoli o disagevoli di altre, ma di fare del tempo che passa un moto di costante evoluzione (come d’altro la stessa fisica postula) culturale, umanistica, etica, politica, sociale, antropologica, senza invece restar fermi sul presente già immemori del passato e indifferenti del futuro, come sembra che oggi sovente accada per forma mentis inopinatamente e malauguratamente diffusa. Lo saprà fare, la nostra società, oppure tutto ciò è da considerare come una mera e un po’ ottusa utopia?

L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

Il virus peggiore

[Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons.]
Ad ennesima riprova del fatto che il peggior virus con relativa pandemia che attanaglia il genere umano sia (da sempre) l’idiozia, è tanto divertente quanto emblematico (ovvero inquietante) ammirare l’illustrazione qui sopra – cliccateci sopra per ingrandirla. È del 1802 e l’autore è il disegnatore satirico James Gillray, che così prendeva in giro gli antivaccinisti del tempo convinti che l’inoculazione del vaccino contro il vaiolo, una delle malattie più letali nella storia dell’umanità (si ritiene sia stata la causa di 300-500 milioni di decessi durante il solo XX secolo), trasformasse i vaccinati in mucche.

Per la cronaca, proprio in forza di una delle più grandi campagne di vaccinazione mai realizzate, il vaiolo è stata l’unica malattia eradicata nella storia umana fino al 2011, quando anche la peste bovina venne dichiarata tale: ma questo certamente non grazie ai no vax del tempo così come a quelli contemporanei per le malattie odierne, quando ancor più di una volta i veri “malati” sono loro, già.