Trovo parecchio sconcertante (e irritante, ma non dovrei dirlo) l’atteggiamento di molte persone che, nei pubblici dibattiti sulle piccole o grandi realtà del mondo, siano esse importanti o meno, identificano arbitrariamente e rigidamente i propri interlocutori in categorie pressoché indiscutibili, facendo «di tutta l’erba un fascio», come dice il noto detto popolare. Monofascismo erboso, appunto – e tale mia definizione ritenetela ironica ma non troppo.
Per fare un esempio attuale (purtroppo), in questi giorni quelli che come me sostengono la causa dell’Ucraina contro l’attacco russo al paese ordinato dal presidente Putin, per molti sono “sicuramente” filoamericani e servi della propaganda USA. Oppure, per fare un altro esempio: ci si pone in modo critico nei confronti di qualche manufatto turistico in ambiente naturale? Si è “ambientalisti da salotto” o addirittura – come un tizio scrisse rivolto a me – «uno che vorrebbe che in montagna non si toccasse nemmeno un sasso». Eh, proprio!
Tuttavia, ribadisco, è un atteggiamento che non nasce oggi e che i social amplificano a dismisura ma non hanno affatto inventato, visto che si rifà direttamente ad un pensiero di stampo manicheista tipico di certa “cultura” nostrana.
A quanto pare, questi individui non conoscono per nulla cosa sia la libertà di pensiero e l’indipendenza di opinione (forse, nemmeno la libertà in senso generale), concetti che non sanno cogliere ed elaborare – tanto più che solitamente non conoscono nemmeno le persone che etichettano in quei modi. Accusano quelli che non la pensano come loro di essere “servi” quando, con il proprio comportamento palesano senza alcun dubbio come siano essi quelli sottomessi a una tale forma mentis deviata e così degradante la loro libertà intellettuale – non a caso si esprimono spesso per slogan presi direttamente dai media o dal web. Dimostrando in tutto ciò pure una malcelata insolenza, per giunta.
[Foto di Robert-Erik, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Quella che potete ammirare nell’immagine era l’Hoverla (in ucraino: Гове́рла), alta 2061 m: la montagna più elevata dei Carpazi ucraini e di tutta l’Ucraina.
Scrivo “era“, già, e non per errore: visto quanto sta accadendo, chissà se queste meravigliose montagne “esisteranno ancora”, per noi, o se “spariranno” dietro una nuova, maledetta, scellerata cortina di ferro.
[Immagine tratta da qui e anche da qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo intitolato Costruire bene in montagna (si può) nel quale raccontavo l’esperienza sulle Alpi di Gion A. Caminada, uno dei più importanti e stimati architetti operanti nella regione alpina, prendendola a modello di come sui monti si possa costruire con stile innovativo, attenzione e coerenza culturale, sensibilità paesaggistica e con il più elementare tanto quanto prezioso buon senso. Caminada non è l’unico progettista virtuoso in tal senso, ve ne sono parecchi in attività e capaci di proporre cose veramente interessanti: cito tra i tanti Enrico Scaramellini, ad esempio (perché lo conosco direttamente ma ciò senza porre in secondo piano gli altri, italiani e non).
Di contro, purtroppo, costruire male in montagna si fae ancora troppo spesso, e di frequente senza che all’apparenza vi sia coscienza dei danni cagionati al territorio alpino e al suo paesaggio da parte dei promotori di tali opere, anzi, tutt’altro. Malauguratamente, secondo alcune fonti autorevoli che operano nella salvaguardia ambientale alpina un esempio grande e lampante al riguardo sembra lo stiano diventando le opere in realizzazione per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina del 2026. Di recente la CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, ente prestigioso e importante, ha pubblicato un dossier sul tema intitolandolo significativamente Olimpiadi invernali 2026: non c’è traccia di sostenibilità, che lascia ben poco spazio alla speranza di interventi nei territori montani che saranno sede delle gare realmente virtuosi, contestuali al paesaggio, sostenibili, ragionevoli, denunciando d’altro canto le ingenti somme di denaro pubblico che verranno spese per lavori del cui futuro post-olimpico non c’è alcuna certezza concreta, con il rischio che diventino ennesimi ecomostri sparsi sulle Alpi a danneggiare gravemente il loro paesaggio e la nostra relazione con esso.
Nella lettera aperta che la CIPRA ha sottoposto al CIO e al Comitato Olimpico Italiano, così si legge:
Le esperienze degli ultimi decenni hanno dimostrato che le Alpi non sono adatte ad ospitare questi grandi eventi, dannosi per l’ambiente e con gravi conseguenze per le comunità locali. Anche in occasione delle ultime Olimpiadi invernali tenutesi nelle Alpi – quelle di Torino 2006 – alle zone di montagna sono rimasti solo debiti e cattedrali nel deserto come la piste da bob e i trampolini per il salto con gli sci. […]
Il fatto che i Giochi si svolgeranno in diverse località (Milano, Valtellina, Cortina, Val di Fiemme) e il gran numero di strutture esistenti (per lo sport, i trasporti e gli alloggi) dovrebbero alleggerire il carico sugli ambienti montani interessati e mantenere un approccio economicamente responsabile nell’organizzazione dei Giochi. Ma, in realtà, non sarà così. Mentre alcuni aspetti dell’organizzazione dei Giochi da parte della “Fondazione Milano Cortina 2026” mostrano l’intenzione di rendere le Olimpiadi più sostenibili, un’attenzione simile non viene data agli impianti di gara, che saranno costruiti dalla società “Infrastrutture Milano Cortina 2026”. Almeno due delle quattordici sedi di gara sollevano seri dubbi sulla loro sostenibilità economica e ambientale: il rifacimento della pista di bob “Eugenio Monti” a Cortina e l’impianto per il pattinaggio di velocità su ghiaccio a Baselga di Piné, in Trentino. La nuova pista di bob di Cortina, voluta dalla Regione Veneto e dal Comitato Olimpico Italiano, è solo l’esempio più eclatante dell’insostenibilità dell’evento. I responsabili politici, locali e non, mostrano una mancanza di volontà di reinterpretare realmente il modello dei Giochi Olimpici in termini di sostenibilità. Oltre alle opere “essenziali”, ci sono numerose infrastrutture “connesse” e “di contesto” che avranno un impatto. Ne sono un esempio le strade e le circonvallazioni in paesi come San Vito di Cadore, dove verrebbero sacrificati ettari di prato, o i tre nuovi collegamenti sciistici proposti per Cortina-Badia, Cortina-Arabba e Cortina-Alleghe Civetta nel cuore delle Dolomiti. Vi è inoltre la nuova edilizia speculativa indotta dalle Olimpiadi, come il progetto previsto a Passo Giau per la costruzione di un albergo con un volume di 40.000 metri cubi a oltre 2.000 metri di quota, il tutto in un paesaggio unico dove esiste già un rifugio-albergo chiuso da dieci anni. […]
Potete leggere la “lettera aperta” nella sua interezza qui o cliccando sul link presente lì sopra nell’articolo.
Ora, posto che per mia natura non voglio assumere un atteggiamento totalmente ostruzionista già quattro anni prima dell’evento, sperando (ingenuamente, già) che vi sia ancora modo di porre rimedio ad almeno qualche intervento in atto – un po’ come si spera di visitare il Loch Ness in Scozia e d’improvviso veder spuntare dalle acque la testa del celeberrimo mostro, ecco – credo che alla base della questione vi sia una contraddizione ormai palese, che lascia la stessa pressoché irrisolvibile – almeno restando lo stato delle cose per come sono state realizzate e elaborate dal Novecento a oggi – e che si può riassumere in queste semplici domande: ma può essere sostenibile un evento come le Olimpiadi? O pretendere che lo siano è un po’ come volere la botte piena e la moglie ubriaca?
Torno dunque a leggere quanto appunta la CIPRA, in un altro passaggio del suo dossier:
La popolazione locale ha preso coscienza di questi effetti negativi. I referendum nei Cantoni svizzeri del Vallese e dei Grigioni, nel Tirolo austriaco, così come a Salisburgo e Monaco di Baviera/D, hanno dimostrato che gran parte della popolazione alpina non è più disposta a subire le conseguenze negative delle Olimpiadi invernali.
Già, perché forse il punto è proprio che Olimpiadi come quelle che si sono svolte fino a oggi, sulle Alpi e altrove nel mondo, non hanno più un senso logico e non possono più essere proposte ovvero vanno radicalmente ripensate. Ma c’è la volontà di farlo, di attuare questo necessario ripensamento, ove non vi sia la coscienza civica a imporlo? Vedremo, ma anche qui al momento la (mia) speranza pare solo una purissima ingenuità.
P.S.: delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 ho disquisito di recente anche qui.
[Cliccate sull’immagine, tratta dall’articolo di “Tio.ch” linkato qui sotto, per ingrandirla.]Arrivano le prime conferme scientifiche alla previsione di Riccardo, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, il quale quest’autunno, prima di andare in letargo, mi aveva confidato che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo nei suoi ultimi scampoli (?!) si sarebbe rivelata come una delle più calde di sempre – ve lo avevo raccontato qui.
Ecco dunque quanto riporta al riguardo MeteoSvizzera, il prestigioso ente meteo-climatico elvetico, per come ne riferisce questo articolo di “Tio.ch”:
A sud delle Alpi l’inverno non è mai stato così mite e secco come quest’anno. Che sia stata una stagione anomala ce n’eravamo accorti tutti, ma ora arriva la conferma anche da MeteoSvizzera, che per analizzare l’andamento climatico può basarsi su misure sistematiche raccolte a partire dal 1864.
Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico – che contrariamente a quello astronomico comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio -, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni si possono già trarre le prime conclusioni sulla stagione che sta per concludersi e inquadrarla da un punto di vista climatologico. A sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8°C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso. In passato una stagione invernale mite e asciutta come quella che si sta per concludere non era mai stata registrata. […]
Attendo ulteriori comunicazioni sulla questione, ora che la fine dell’inverno è ormai prossima, ma fin d’ora credo, come avevo già scritto nel mio articolo sopra linkato, che il riccio Riccardo, ovvero il suo istinto animale che chissà quali percezioni sfuggenti a noi umani coglie le proprie informazioni, finirà per avere ragione. Purtroppo.
In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».
A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.
Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv” (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.
(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)