Il CAI e l’industria dello sci

Anche il Club Alpino Italiano, pur con i suoi a volte “pachidermici”[1] tempi, a novembre 2020 ha espresso la propria posizione riguardo la questione dell’industria dello sci su pista e del suo futuro prossimo con il documento Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci, il cui frontespizio vedete qui sotto (fateci clic per aprire il pdf e leggere il documento nella sua interezza). Sarebbe stato valido, tale documento, per la stagione invernale scorsa che tuttavia, a causa della pandemia, è saltata: dunque viene utile ora e per questo ve lo propongo, con l’inverno che si avvicina e con un protocollo governativo (sul quale ho già disquisito da par mio in questo articolo) che salvo cataclismi garantirà la riapertura di impianti e piste.

Nel documento in verità il CAI giunge a conclusioni poco risolute[2] e tralascia di analizzare alcune componenti fondamentali della realtà dei territori di montagna (quella culturale e antropologica, ad esempio, che è invece basilare per “legare” gli abitanti vecchi e nuovi dei monti ai luoghi vissuti facendone i primi e più consapevoli custodi e membri di una cittadinanza attiva che non può non essere coinvolta nei processi di sviluppo e gestione di propri territori. Un tema disquisito in modo approfondito proprio da un past Presidente Generale del CAI, Annibale Salsa, nel suo recente libro I Paesaggi delle Alpi) ma di contro offre una disamina pratica della questione certamente completa e in tal senso molto utile a chiunque voglia conseguire una minima ma già compiuta conoscenza della questione stessa.

Uno dei passaggi più significativi del documento CAI è quello che apre il paragrafo 6, dedicato alle “Strategie alternative” di sviluppo delle località turistiche montane, che può ben rappresentare un sunto programmatico del futuro che attende tali territori di montagna:

In questa situazione di stagnazione duratura del mercato sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità, è necessario profilare un tipo di sviluppo delle aree montane che proponga una riflessione profonda sull’economia dello sci da discesa e, nel contempo offra delle valide alternative alle comunità di montagna, ovunque risiedano e indipendentemente dalla presenza di impianti di risalita.

Si indica una necessità, non solo ineluttabile ma ormai sempre più pressante, che chiunque abbia un minimo di attenzione e sensibilità riguardo ciò che osserva e coglie sulle nostre montagne riconosce in questo modo ma che di contro l’industria dello sci, e la gran parte della politica che per propri interessi le è a fianco, continua a ignorare quando non a negare. Ciò nonostante una notevole messe di numeri certi (quelli che segnalano la consistenza dei cambiamenti climatici, ad esempio, oppure quelli in rosso dei bilanci di tantissime stazioni sciistiche, mantenute artificialmente aperte da iniezioni di denaro pubblico). Eppure, per quanto mi riguarda, non c’è affatto da invocare la sparizione dello sci su pista, ma c’è assolutamente da invocare che lo sci su pista si renda consapevole della realtà di fatto del mondo che ha intorno e vi si adegui di conseguenza (è per il suo bene e la sua sopravvivenza, d’altronde), così come c’è che i politici, al solito lontanissimi da tale realtà di fatto (anche quelli locali, spesso), si devono rendere conto una volta per tutte che il procrastinare certe strategie turistico-commerciali obsolete e ormai fallimentari solo per difendere le proprie “posizioni di potere” (se così si possono definire) non sta affatto aiutando la montagna ma, al contrario, la sta soffocando definitivamente.

Ben venga dunque questa ulteriore presa di posizione del Club Alpino Italiano sulla questione, nella speranza che finalmente la realtà delle nostre montagne possa riequilibrarsi e armonizzarsi con il tempo che viviamo e su una buona via verso il futuro. Di contro augurandoci pure che nel frattempo, e magari con la scusa delle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina, non si compiano ulteriori e probabilmente definitivi oltraggi alle montagne italiane!

[1] Non me ne vogliano gli amici caini, ma non di rado il CAI si è dimostrato assai “ministeriale” e ben poco reattivo nei confronti di temi importanti e critici per i territori di montagna, peraltro assumendo in certi casi posizioni vaghe quando non ambigue.

[2] Appunto, vedi nota 1.

Di montagne e turismi e “Oltre le vette” in podcast

Per chiunque se la fosse inspiegabilmente e deprecabilmente (be’, no, ok, può essere successo, lo capisco) persa, cliccando sull’immagine qui sopra è possibile ascoltare e scaricare il podcast della puntata di mercoledì 29 settembre di “Oltre le vette, il programma radio di RCS – Radio Cernusco Stereo curato e condotto da Ambra Zaghetto del quale ho avuto il piacere e l’onore di essere ospite per una bella e intensa chiacchierata su cose di montagna, in particolare sull’affollamento spropositato delle nostre Alpi durante i mesi estivi in epoca di pandemia, sugli incidenti dovuti a inesperienza e scelta di percorsi non turistici da parte di persone che mai frequentano i monti, sul non rispetto di un ambiente fragile come quello montano ma pure sulle caratteristiche e sulla qualità culturale di tale fruizione turistica di massa. Una potenziale minaccia per le nostre montagne, secondo molti: e se invece si potesse trasformare in una preziosa e benefica opportunità?

Insomma, dateci un ascolto e, credo, troverete diversi spunti interessanti – anche in previsione di una nuova “ospitata” in “Oltre le vette”, prossimamente, per approfondire ancor più la questione e i vari temi che ne fanno parte. Stay tuned!

Su certe cose scritte nel “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”

[Foto di Egor Myznik da Unsplash.]
Lo avete letto, voi che frequentate la montagna o vi occupate di cose montane, il “Protocollo per la riapertura delle aree sciistichediffuso qualche giorno fa per l’avvio della prossima stagione turistica? Nella sua introduzione, che presenta i concetti e le idee fondamentali sulle quali il documento è stato stilato, personalmente ci trovo parecchie cose sconcertanti. Ovvero fuorvianti al punto da risultare sostanzialmente infondate o, se preferite, totalmente slegate dalla effettiva realtà delle cose e del contesto montano contemporaneo.

Leggiamola insieme e, nelle parentesi con testo di colore rosso, considerate le mie osservazioni ai vari passaggi:

Gli impianti di risalita costituiscono la struttura portante delle stazioni turistiche di montagna, (affermazione fuorviante, dacché sembra che tutte le stazioni turistiche di montagna vivano solo grazie a tale “struttura portante”, che poi così portante non sembra affatto, assomigliando spesso di più a una zavorra ambientale, socioculturale e finanziaria) che si sono sviluppate inizialmente in inverno, in ragione dell’effetto motivante della vacanza invernale procurato dallo sport dello sci (non del tutto vero, storicamente: molte località si sono sviluppate precedentemente l’avvento dello sci turistico, generando una notevole fama prima che impianti e piste venissero aperte). In seguito, si è investito per sviluppare anche la stagione estiva (in realtà storicamente è successo il contrario, appunto), aggiungendo il servizio degli impianti a un tipo di frequentazione della montagna caratterizzata da finalità, da modalità di approccio e da tempistiche decisamente diversi. Ne consegue anche una diversa organizzazione del lavoro nelle due stagioni, in ragione dell’affluenza di turisti molto più intensa in inverno rispetto all’estate (cosa vera per molte stazioni, non per tante altre, che vedono un afflusso ben più importante nei mesi estivi ma più diffuso sul loro territorio).

Sulla spinta dello sviluppo e del perfezionamento degli impianti di risalita si è costituita una filiera di servizi al turismo molto evoluta (che sia “evoluta” dipende dai punti di vista), frutto di investimenti rilevanti (soldi sovente pubblici che finiscono per avvantaggiare dei privati, circostanza assai ambigua sulla quale però nessuno del settore dice qualcosa), composta da attività fra loro complementari e di analoga qualità, che ha assunto un ruolo fondamentale per la vita delle popolazioni montane (“fondamentale”? Ma quando mai? Affermazione ben più che forzata, forse sostenibile tra gli anni Sessanta e Ottanta dello scorso secolo ma con mille distinguo, oggi invece – salvo rarissimi casi – palesemente immotivata, anzi, il ruolo dell’attività sciistico-turistica è spesso di elemento impattante e degradante la realtà territoriale montana in ogni suo aspetto).

Le aziende funiviarie rivestono infatti un valore strategico per la tenuta degli equilibri socio-economici dei territori di montagna e del sistema turistico nel suo complesso (affermazione parimenti super-forzata, vedi sopra, e soltanto funzionale alla difesa degli interessi della parte in questione: che abbiano un valore importante e difendibile al pari di altri può ben essere, che tale valore sia “fondamentale” o “strategico” è una mera forzatura), in quanto attraggono turisti italiani e stranieri, alimentando un importante indotto a vantaggio di molteplici operatori economici quali albergatori, commercianti, maestri di sci, artigiani ecc. (che l’indotto ci sia e sia importante è vero però quasi mai viene realisticamente calcolato, se non con affermazioni e numeroni per i quali non vengono forniti giustificativi chiari e verificabili). Si è calcolato che nell’arco alpino e appenninico italiano, gli occupati nel sistema turistico invernale, considerando tutta la filiera delle attività interessate, raggiungano le 400.000 unità.

In un contesto socio-economico che vede i comuni di montagna morire lentamente per abbandono, è evidente l’importante ruolo economico e sociale svolto delle aziende funiviarie, che evitano lo spopolamento delle aree decentrate così come quello di tutti gli altri operatori che fungono da polo di attrazione per il turismo montano (altra affermazione fuorviante e annebbiante: le stazioni ex sciistiche, anche importanti, che proprio per colpa del turismo sciistico sono morte economicamente e rischiano di morire socialmente sono ormai decine in tutto l’arco alpino; che le aziende funiviarie evitino lo spopolamento e fungano da polo di attrazione è una situazione artificiosa, indotta e disequilibrata, nel senso che, come dimostra bene questo testo istituzionale, l’industria dello sci viene coattamente imposta come forma di fruizione turistica della montagna dominante e ad essa si convogliano continui privilegi politici e finanziari che nessun altra modalità di frequentazione delle montagne gode, nonostante i bilanci delle aziende funiviarie siano, nella maggioranza dei casi, quelli di uno stato di fallimento, con debiti milionari che aumentano anno dopo anno ai quali vengono messe continuamente pezze di contributi pubblici in modi, ribadisco, assai discutibili).

Detto tutto ciò, vorrei essere molto chiaro: non c’è alcuna preclusione allo sviluppo del comparto dello sci su pista da qui al futuro, se lo stesso sa mantenersi contestuale ovvero sa ricontestualizzarsi alla realtà montana contemporanea (sotto ogni punto di vista: ambientale, culturale, sociale, economica, eccetera) in base a precise e inderogabili direttive di sviluppo che, molto modestamente, qualche tempo fa ho riassunto in cinque punti:

  1. essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo;
  2. non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi;
  3. eliminare totalmente l’innevamento artificiale;
  4. prevedere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora;
  5. prevedere l’obbligo di mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche (qui trovate ogni approfondimento riguardante questi punti).

Altrimenti, i comprensori sciistici che non sappiano evolversi e adeguarsi a quelle semplici ma basilari prescrizioni non possono che essere considerati obsoleti, decontestuali e controproducenti per i territori montani sui quali insistono e, traendone le debite conseguenze, dovranno lasciare spazio a nuove strategie e modalità di fruizione turistica per quei territori.

È incontestabile il fatto storico che lo sci su pista ha cambiato la realtà di molte località sulle nostre montagne e che spesso lo abbia fatto in meglio; è altrettanto irrefutabile che un tale successo è stato generato in anni diversi dagli attuali e con strategie contestuali a un panorama economico, sociale, culturale, di costume e soprattutto climatico che oggi è radicalmente cambiato. Continuare a perseguire quelle strategie e la forma mentis politico-imprenditoriale alla base, come in modo sconcertante fa il testo introduttivo del “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”, significa solo cagionare alla montagna la stessa sorte che molte località sciistiche gestite in quel modo hanno subito negli ultimi lustri: il fallimento inesorabile.

[A proposito di stazioni sciistiche fallite, cliccate sull’immagine.]
Posta dunque quella cronica distanza dalla realtà di fatto che la politica italiana (e le parti ad essa sodali) dimostra pervicacemente e comprova nel documento qui discusso, resta in capo a noi, comuni cittadini, la responsabilità principale di assicurare alle nostre montagne un futuro equilibrato, armonioso e proficuo per tutti. Perché chiunque – turisti, residenti, abitanti, lavoranti – potrà stare bene in montagna solo se le montagne staranno bene. Viceversa, ribadisco, temo sarà la desolazione definitiva, inevitabilmente.

Reminder: domani, ore 19, “Oltre le vette”!

Non dimenticate: domani 29 settembre, alle ore 19, avrò l’onore e il piacere di essere ospite di “Oltre le vette, il programma radio di RCS – Radio Cernusco Stereo curato e condotto da Ambra Zaghetto per riflettere sull’affollamento spropositato delle nostre Alpi durante i mesi estivi in epoca di pandemia, sugli incidenti dovuti a inesperienza e scelta di percorsi non turistici da parte di persone che mai frequentano la montagna, sul non rispetto di un ambiente fragile come quello montano. Una potenziale minaccia turistica, per le nostre montagne: ma se invece si potesse trasformare in una preziosa e benefica opportunità?

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare la pagina di “Oltre le vette” nel sito web di RCS –  Radio Cernusco Stereo, oppure qui per visitare la pagina Facebook, nella quale troverete anche l’evento dedicato alla puntata.

Ci sentiamo (e non metaforicamente!) domani alle ore 19 su RCS – Radio Cernusco Stereo, con Ambra Zaghetto e “Oltre le vette”. Non mancate!

Piove? Evviva!

[Foto di Michele Comi.]
ALT[R]O FESTIVAL 2021. Saliamo in Valmalenco, io e Loki – il mio segretario personale a forma di cane – per partecipare a Il sentiero che non c’è, l’escursione esperienziale (lo so, è una definizione brutta, ma rende l’idea) guidata da Michele Comi. Il cielo è ingombro di nubi grigie ma qui e là qualche squarcio d’azzurro c’è.

Si forma il gruppo, ci si conosce, si introduce la giornata, si parte. Però di lì a non molto comincia a piovere, anzi, tuoni frequenti annunciano un inequivocabile temporale, la pioggia aumenta d’intensità, nuvole basse e fitte annebbiano di frequente il paesaggio. Che si fa, quindi? Si torna indietro, che la giornata è ormai rovinata? Giammai, anzi: è proprio in questo modo che la giornata si fa oltre modo interessante e diviene via via compiuta!

La nostra società, e il modus vivendi che ci siamo costruiti nella contemporaneità ovvero la relativa (non) forma mentis, ci ha quasi del tutto disabituato alla gestione della difficoltà, dell’imprevisto, alla resilienza immediata di fronte all’intoppo, al cambio di rotta necessario tanto rapido quanto logico ovvero, più banalmente, a sopportare inconvenienti in verità di pochissimo conto che, invece, possono regalare momenti, circostanze, esperienze inattese e affascinanti. Piove, embè? Una volta che non si è degli sprovveduti e si hanno con sé gli “strumenti” atti a non infradiciarsi (non gli ombrelli, per carità: sono un ammennicolo troglodita!), c’è soltanto da prepararsi a vivere quell’esperienza in modo diverso da come si credeva e a farsi sorprendere da una tale variante più o meno improvvisa – e la pioggia nel bosco regala tante di quelle percezioni altrimenti ignorate (luminosità brillanti, cromatismi intensi, effluvi vivaci, rumori ammalianti… – che è facilissimo restarne stupiti, se si sa attivare in sé stessi la giusta sensibilità.

Non solo: in questo modo l’esperienza diventa ancora più “formativa”, aggiungendosi alle suggestioni sul fondo di essa un elemento (o diversi elementi) che costringono a acuire ancor più l’istinto, a aguzzare i sensi, a raccogliere intorno a sé ulteriori dettagli materiali e immateriali che aiutino da un lato a non subire le difficoltà impreviste e dall’altro – per motivi uguali e opposti – a vivere un momento di inopinata tanto quanto intensa relazione con il luogo nel quale ci si trova. Non a caso, tornando a quanto affermavo poco sopra, la perdita di resilienza nelle difficoltà è andata di pari passo con la perdita delle capacità di relazione con i luoghi nei quali viviamo o coi quali interagiamo. La causa di fondo credo sia la stessa: siamo diventati talmente viziati, talmente pretenziosi, negligenti (se non proprio menefreghisti) e così poco forti di intuito e di spirito che appena qualcosa mette a rischio la sfera protettiva nella quale ci richiudiamo continuamente perdiamo il controllo della situazione e di noi stessi, ci sentiamo smarriti anche se in mezzo a innumerevoli segnali di direzione (che non sappiamo più vedere), ci perdiamo in un bicchiere d’acqua piuttosto di berla per dissetarci e così abbeverati andare oltre l’ostacolo per continuare il cammino.

Sono temi che proprio Michele Comi, in veste di guida alpina e di facilitatore d’esperienze in montagna, propone molto spesso nelle sue attività, ovvero sono temi fondamentali per contribuire alla solida tessitura di quella relazione consapevole col mondo che ci circonda che dovrebbe essere una delle basi necessarie a farci stare in armonia con il mondo stesso e, di rimando, a fare del mondo un luogo armonioso e quanto più possibile privo di storture – almeno ove esso sia dominato da noi umani.

Insomma: siete in montagna e si mette a piovere? Andateci ben equipaggiati, imparate a riconoscere le reali situazioni di pericolo e non tornate indietro, anzi, godetevi la fascinosa particolarità del momento! Alla fine è acqua che cade dal cielo, mica acido solforico, che diamine! – e probabilmente, visto che siete sui monti, è anche meno inquinata di quella cittadina, già. Scansare le difficoltà (banali poi come uno scroscio di pioggia o altro di simile), e non voler acquisire le nozioni per superarle, non fa altro che ridurre la nostra “comfort zone” a un recinto talmente stretto che ci rende simili a tanti polli rinchiusi nelle gabbie degli allevamenti industriali: senza volontà, senza brillantezza intellettuale, con pochissime possibilità di vivere esperienze realmente belle e formanti che ci rendono la vita più interessante e stimolante. Delle emerite pappe molli, ecco.

D’altro canto, come disse uno che la montagna (e non solo quella) l’ha vissuta veramente fino in fondo, Walter Bonatti:

No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.

[Da Montagne di una vita, Baldini&Castoldi, 2013 / Rizzoli 2015, pag.288.]

[Loki, il mio segretario personale a forma di cane, conduce il gruppo nella fitta foresta alla ricerca del passaggio migliore per uscirne senza pericolo alcuno. 😄 Foto di Michele Comi.]