La montagna va da una parte, la politica “pedala” dall’altra

Nel mentre che sempre più soggetti dell’associazionismo e della società civile incluse molte sezioni CAI, unendosi a innumerevoli altre voci del mondo della montagna, cominciano a mobilitarsi contro il proliferare di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota, in troppi casi tremendamente impattanti tanto quanto insensati – come quelli in realizzazione nell’alta Val Gerola (laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, ma è solo un caso tra i tanti citabili: le immagini che vedete qui si riferiscono ad essa e risalgono a prima delle recenti nevicate), dunque totalmente ingiustificabili e comunque quasi sempre legati a logiche di mera fruizione ludico-ricreativa dell’ambiente montano, senza alcuna ricaduta socioeconomica e nessun retaggio culturale, la politica – almeno quella lombarda – cosa fa? Promuove e finanzia la realizzazione di nuovi percorsi cicloescursionistici in quota – si veda ad esempio qui per la zona delle montagne lecchesi. In mezzo ad altri interventi, certo, che tuttavia appaiono per molti versi lo specchietto per le allodole atto a giustificare quelle opere palesemente discutibili. Le quali, per giunta, in molti casi hanno la foggia di vere e proprie strade in quota, bell’e pronte per essere percorse da qualsiasi mezzo motorizzato senza la possibilità di un controllo giuridico, come già accade per le moto lungo i sentieri.

Già. Ormai siamo a questo punto.

«Azioni ed investimenti per il miglioramento e l’implementazione delle politiche a favore delle aree montane e, in particolare, di quelle che si stanno spopolando, promuovendo una maggiore qualità della progettazione locale, la partecipazione delle comunità locali ai processi di sviluppo, contribuendo a rafforzare il dialogo tra società civile e istituzioni locali» scrivono i sostenitori di quelle opere per promuoverne la realizzazione. E come pensano che delle ciclovie pensate unicamente in ottica di turistificazione della montagna e senza alcuna attenzione al territorio e al paesaggio, possono contrastare lo spopolamento, promuovere la qualità della progettazione locale e la partecipazione delle comunità locali?

Forse quei bei propositi pubblicamente sostenuti dalla politica non verrebbero assai più concretizzati nel venire incontro ai bisogni più importanti delle comunità residenti in quei territori, nel promuovere i servizi di base e quelli ecosistemici, nel lavorare a sviluppare il migliore equilibrio possibile tra ecologia ed economia locali nonché la rinascita culturale dei territori e parimenti l’altrettanto necessario equilibrio tra le esigenze della comunità locale e i desideri dei turisti, senza che ogni volta le prime siamo sottomesse e soggiogate dai secondi come se il territorio e la sua geografia umana fossero solo un bene liberamente consumabile e vendibile senza che nulla resti di concreto e vantaggioso sul territorio?

Fortunatamente, sono sempre di più le persone che si stanno rendendo conto, senza più alcun dubbio, che certe cose sulle montagne non vanno bene e non devono essere fatte perché pericolose e degradanti. La politica, da tempo distaccata dalla realtà effettiva delle cose, continua nell’alimentare il proprio sistema di (in)gestione dei territori montani: ma è sempre più vicina alla fine della propria epoca di vacche grasse alle spalle dei cittadini. Forse se n’è anche resa conto e per questo spende e spande come non ci fosse un domani… perché un domani non ce l’avrà. Statene certi.

P.S.: per quanto riguarda la citata ciclovia della Val Gerola, veramente tra le più scriteriate e impattanti che si stiano realizzando, è in corso una petizione per chiederne la sospensione che in pochi giorni ha abbondantemente superato i 2.000 firmatari (ad oggi 14 novembre siamo a 2.217). Firmare è un gesto semplice ma importante: lo potete fare qui.

P.S.#2: sia chiaro, della proliferazione scriteriata di ciclovie montane sono vittime anche gli stessi bikers – quelli veri intendo dire – che rischiano di passare per complici della distruzione dei territori in quota quando invece per lo stesso motivo dovrebbero essere i primi – e mi auguro che lo facciano – a chiedere fermamente di non realizzare opere talmente impattanti, degradanti e palesemente inutili dacché pensate solo per far girare soldi tra i loro promotori.

Un’immagine che dice più di mille parole

Come spesso accade, più di mille parole basta una sola immagine a far capire senza alcun dubbio certe realtà (in verità palesi ma, evidentemente, non per tutti).

Ecco: ad esempio la fotografia qui sopra – postata dall’amico Toni Farina sulla propria pagina Facebook – della panchina gigante di Piamprato, sopra Valprato Soana, credo renda perfettamente l’idea di quanto tali manufatti turistici siano brutti, fuori contesto, insulsi, degradanti rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti. Potete cliccarci sopra per ingrandirla e capire ancora meglio quanto vi sto rimarcando.

Un oggetto totalmente fuori posto in un contesto palesemente differente in tutto – nei suoi elementi naturali, nei colori, nei profili morfologici, nell’estetica del paesaggio ma pure nel senso culturale che chi lo visita dovrebbe saper cogliere. Come una mosca che dia insistentemente fastidio quando ci si vuole rilassare sul divano, come un tizio che urli e parli sguaiatamente in una galleria d’arte oppure come una pizza surgelata e riscaldata offerta in un ristorante gourmet.

Orribile, senza se e senza ma.

Per di più, la panchinona ritratta nell’immagine, in quanto posta a poca distanza da quel Monveso di Forzo che è stato reso “Montagna Sacra” ovvero simbolo naturale di quel necessario e consapevole senso del limite che dovrebbe guidare ogni iniziativa messa in atto in territori tanto pregiati quanto delicati come quelli montani, e che con tutta evidenza i manufatti come le panchine giganti calpestano cinicamente.

Chiedo dunque agli amici della Val Soana – territorio meraviglioso, tra i più belli di questo settore delle Alpi occidentali: non sarebbe il caso di farla sparire, quell’orribile panchina gigante? La bellezza, il valore e la considerazione diffusa della valle e della sua bellezza ne trarrebbe un grande guadagno, poco ma sicuro.

Il turismo che “sviluppa” (la fine de)i paesi

[Il borgo di Frattura Nuova visto da Scanno, in provincia dell’Aquila. Foto di Retaggio, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

In molti paesi mancano le scuole, ci sono pochi bambini e adolescenti, non c’è la posta, un bancomat, un benzinaio, nemmeno un piano di mobilità. Le famiglie in qualche modo devono arrangiarsi perché le progettazioni si indirizzano verso la trasformazione di case in strutture di ricezione turistica o in alberghi diffusi. Ecco il motivo del fallimento di molte progettualità calate dall’alto, che non hanno mai interpellato la comunità e i paesani.
La performance turistica batte su tutti i fronti i progetti incentrati sulla creazione di lavoro, di infrastrutture, sulla manutenzione degli spazi pubblici e sull’edilizia scolastica, o più semplicemente attività formative ed educative per i bambini e gli adolescenti: biblioteche, ludoteche, sale prove o palestre, campi sportivi, spazi espositivi, computer, skate park.
Occuparsi soltanto dell’aspetto turistico elude la questione dei diritti. Gli interventi legati alla performance turistica, oltre che generare mostri, generano sfiducia negli abitanti che si sentono sempre più esclusi. Le comunità, i paesani, nella maggior parte dei casi non vengono mai interrogati. C’è questo pregiudizio orribile e fastidioso. La promessa di sviluppo, di innovazione, di crescita economica in un paese che magari viene documentato arretrato è lo specchietto per le allodole di amministratori che dovrebbero tutelare e non esporre il comune all’esibizione e allo sfruttamento dell’immagine.

[Anna Rizzo, I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia, il Saggiatore, Milano, 2022, pagg.110-111.]

In poche righe, compendiando in maniera tanto obiettiva quanto illuminante la realtà dei fatti, Anna Rizzo descrive la situazione di molte località italiane, considerate dai loro amministratori locali (!) solo come spazi da turistificare, consumare e vendere a quanti più clienti possibili, siano essi immobiliaristi, imprenditori, tour operator, turisti, con la scusa, ripetuta immancabilmente come un mantra, dello “sviluppo del territorio”. Invece, in questo modo la sola cosa che viene sviluppata, e in crescendo, è la velocità della crisi – economica, sociale, culturale, identitaria oltre che ambientale – di quei luoghi. Tanto poi gli amministratori suddetti finiti i loro mandati se ne vanno altrove, magari vengono pure promossi a cariche politiche e istituzionali superiori – l’ipocrisia fa curriculum, in questo paese dalla memoria cortissima – e pure i turisti rapidamente si dileguano dai luoghi ai quali è stata soffocata l’identità e l’anima. Restano gli abitanti, sempre più abbandonati, derelitti, alienati. Che magari si beccano pure l’accusa di non amare il proprio paese – privato nel tempo di scuole, poste, banche, medici di base, trasporti pubblici… – e di abbandonarlo, spopolandolo.
Ma l’importante in questi luoghi è «fare sempre qualcosa per il turismo» (cit.), no?

N.B.: potete leggere la mia “recensione” al libro di Anna Rizzo qui.

 

La panchina gigante più “coerente”?

Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.

In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.

A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!

Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!

P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.

Anna Rizzo, “I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia”

«Borghi», «aree interne», «luoghi del cuore»: pensate a quante definizioni utilizziamo abitualmente per identificare tutta quella (gran) parte di paese – cioè di Italia, ovviamente – che non sia città e aree metropolitane e alla quale, spesso se non sempre, ci si riferisce come se fosse una specie di paradiso sospeso nel tempo, dove c’è (si pensa/si è convinti che ci sia) natura incontaminata, aria buona, quiete, paesaggi idilliaci e, appunto, piccoli paesi nei quali siamo portati a pensare e credere che sia bello vivere, a differenza delle città iper cementificate, inquinate, rumorose, pericolose, eccetera.

Vero, sarebbe bello abitare in posti così belli… se avessero medici di base, ospedali vicini, sportelli postali e bancari attivi, scuole aperte, connessioni internet. Ma sovente non ce li hanno, oppure ce li avevano e ora non più perché la spesa pubblica non si può permettere di mantenere certi servizi in centri che hanno un millesimo degli abitanti di una città di media grandezza… però sarebbero (sono) cittadini anch’essi come quelli metropolitani, e dunque? Dunque per non sentirsi persone “inferiori” tocca loro abbandonare il «borgo» nel quale vivevano e trasferirsi dove la dignità della vita quotidiana sia meglio preservata: come si può dunque pensare che altri, giammai abituati a quella ruralità così depressa, possano trasferirsi in quei posti solo perché il bando di turno offre case a un Euro o sgravi fiscali per aprire un’attività commerciale? E poi, acquistata casa e aperta l’attività? Non vi sono banche né poste, la scuola è a 10 km e il medico di base più vicino a 20, le strade sono rimaste all’Ottocento, cinema, teatri o musei non se ne vedono nemmeno con il binocolo, internet o non c’è o c’è solo se fa bel tempo, se piove forte o nevica si resta isolati… Insomma, siamo tutti, o quasi, vittime e complici di un gigantesco inganno politico e mediatico che da decenni ha costruito un immaginario delle cosiddette «aree interne» del tutto distorto il quale, alla lunga, sta paradossalmente (ma forse nemmeno troppo) contribuendo alla loro fine, anche più rapida di quanto naturalmente sarebbe potuto accadere.

Anna Rizzo, antropologa illuminante che ormai da tempo seguo – anche se non con l’assiduità che vorrei – delle aree interne dell’Italia offre ne I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (il Saggiatore, Milano, 2022) una disamina lucida, vibrante, lontana anni luce da ogni retorica, appassionata, intima, rabbiosa ma di quella rabbia di chi comprende l’inestimabile valore di un tesoro da troppo tempo trascurato, insozzato, dilapidato che tuttavia si vorrebbe far credere luccicante come non mai []

(Potete leggere la recensione completa de I paesi invisibili cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)