La neve, finalmente! Ma…

Finalmente è arrivata la neve!
Dove? – vi chiederete. Forse in Valle d’Aosta oppure Valtellina o magari sulle Dolomiti?
No. Sull’Etna. Che in queste ore offre visuali paesaggistiche compiutamente invernali se non “scandinave” nel mentre che le Alpi italiane appaiono un po’ ovunque snevate come a maggio inoltrato e aride quasi come montagne mediorientali.

D’altro canto, nella situazione di riscaldamento globale in corso e di conseguente “tropicalizzazione” del clima (definizione invero non del tutto corretta, scientificamente, ma che rende bene l’idea), può essere che nei prossimi anni si assista a maggiori precipitazioni nevose sulle montagne mediterranee piuttosto che su quelle alpine, in forza dell’estremizzazione generale dei fenomeni – peraltro già constatabile da qualche tempo – legata proprio alle differenti condizioni climatiche e ambientali sviluppatesi nell’atmosfera e nei mari rispetto al passato.

Dunque, prepariamoci ad andare a sciare e ciaspolare sull’Etna, sulla Sila e sulle altre montagne del Mediterraneo! Certo, luoghi non proprio dietro casa per noi abitanti delle Alpi, ergo possiamo solo sperare in due cose: che il cambiamento climatico non stravolga ancor più l’ambiente alpino, oppure che venga sviluppato presto il teletrasporto. E pare che sia questa seconda la più probabile, eh!

N.B.: le immagini, datate 21 marzo, sono tratte dalla pagina Facebook Etna e dintorni in foto, di Giò Giusa, e le ho “scoperte” grazie a questo articolo di “Montagna.tv”.

Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.

Gli Appennini, montagne grandi

[Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Noi che abitiamo sulle Alpi, le frequentiamo e identifichiamo il termine e l’idea di “montagna” con immagini e visioni quasi sempre attinenti alla catena alpina, forse tendiamo di contro a considerare gli Appennini montagne «figlie di un dio minore»: vuoi perché meno elevate, vuoi perché prive di certe spettacolari morfologie che si ritrovano sulle Alpi o di ghiacciai e di altri elementi che nell’immaginario alpino diffuso identificano le “alte quote”. Invece gli Appennini offrono innumerevoli angoli, luoghi e paesaggi straordinari – nel senso letterale del termine, cioè fuori da quell’“ordinario montano” che ho appena tratteggiato il quale sconta l’influenza di certi convenzionalismi geografici ingiustificati.

L’immagine lì sopra, mirabilmente realizzata dall’amico Marco Lanzavecchia (che ringrazio di cuore per avermela concessa) nella quale è visibile un meraviglioso scorcio del territorio in prossimità dei Piani di Castelluccio di Norcia prospiciente il Monte Vettore (la sommità più alta visibile nella foto è la Cima del Redentore, 2.448 m, una delle vette del monte) trovo che sia assolutamente significativa riguardo ciò che voglio dire. Non ci sono punte e torri acuminate, grandi pareti o creste vertiginose come sulle Alpi, ma la morfologia assolutamente particolare, l’ariosità della visione, la grandiosità della geografia e dunque la potenza pienamente alpestre che si coglie da una tale visione rappresentano delle peculiarità non soltanto spettacolari alla percezione e emozionanti alla considerazione, ma pure in grado di identificare un paesaggio di bellezza e valore culturale rari, con il quale l’instaurare una relazione da parte di chi lo visita e lo vive è una pratica necessaria tanto quanto naturale, come se questi luoghi potessero risultare per vari motivi oltre modo accoglienti, e non solo per il corpo e la mente ma pure per l’animo e lo spirito.

In veste invernale, poi, con la neve al suolo e cielo sereno (non solo in tali condizioni, ma certo con esse in modo più evidente) la luce che emanano luoghi e paesaggi così aperti, intensi e profondi è a dir poco speciale, forse unica, come in effetti la definì Vincenzo Cardarelli in Sera di Gavinana:

Ma come più rifulge, nell’ora che non ha un’altra luce, il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.

Anche per questo, le geografie dei luoghi degli Appennini si fanno facilmente geografie dell’anima, e paesaggi interiori capaci di suscitare sensazioni di grande armoniosità per certi versi più di quanto sappiano fare le Alpi, a volte troppo morfologicamente rudi e dunque formalmente meno accoglienti. Viene più semplice relazionarsi, con queste montagne, ma d’altro canto viene anche più spontaneo perdersi in esse – consapevolmente, intendo dire – per lasciare che la scoperta e l’emozione conseguente crescano e s’amplino passo dopo paso senza che vi siano sommità troppo “marcanti”, troppo georeferenziali che potrebbero riservare soprattutto ad esse l’attenzione del viandante distraendolo da altri luoghi meritevoli. Ma le montagne d’Appennino sono comunque grandi, in un ordine dimensionale che contempla meno la mera altitudine e più la vastità e la complessità delle proprie orografie, con ciò donando la sensazione di una potenza alpestre, come scrivevo poco sopra, assolutamente compiuta e affascinante. E in effetti dell’intrico morfologico appenninico e di quanto fosse intrigante se n’era già accorto Goethe a inizio Ottocento, il quale annotò le sue impressioni al riguardo nel celeberrimo Viaggio in Italia:

Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato. Alla grande pianura della regione padana segue una catena di monti che si eleva dal basso, per chiudere verso sud il continente fra i due mari. Se la struttura di questi monti non fosse troppo scoscesa, troppo elevata sul livello del mare e così stranamente intricata; se avesse potuto permettere al flusso e riflusso di esercitare in epoche remote la loro azione più a lungo, di formare delle pianure più vaste e quindi inondarle, questa sarebbe stata una delle contrade più amene nel più splendido clima.

Viva gli Appennini, insomma, montagne eccezionali che mi auguro di poter esplorare e conoscere negli anni prossimi ben più di quanto abbia fatto finora.

Sióre e sióri, ecco a voi la “cabinovia lenta”!

Nella fantastica (in senso letterale) e un po’ forsennata corsa al greenwashing del turismo alpino di massa, dove per far diventare ogni cosa “ecosostenibile” basta dire che è «ecosostenibile» (!), ecco una nuova strabiliante trovata: la cabinovia lenta!

Già, proprio così: si veda lì sopra, nero su bianco (fateci clic per ingrandire e leggere meglio).

Ecco, siccome l’impianto in questione raggiungerebbe una riserva naturale protetta dacché ricca di specie vegetali rare e di una fauna peculiare, dunque un territorio di grande bellezza tanto quanto di notevole delicatezza ambientale, io suggerirei di sfruttare l’idea in modo compiuto: apertura giornaliera della cabinovia, ore 08.30; durata del percorso, 4 ore (lenta, appunto, lo dicono gli stessi promotori del progetto e inoltre il sindaco aggiunge che «la velocità non è importante, in questo caso»); chiusura dell’impianto, ore 16.30. In pratica, presa la cabinovia e giunti a Pian di Gembro, sarebbe già ora di scendere e in questo modo si risolverebbe efficacemente qualsiasi problema di affollamento eccessivo, con tutto ciò che di deleterio ne conseguirebbe, in un luogo così pregiato e delicato. Geniale, vero?

[Il Pian di Gembro in primavera. Immagine tratta da www.tirano-mediavaltellina.it.]
Be’, ironia a parte (n.d.s.: ma quale ironia?!?) e pur considerando i buoni propositi alla base di tale proposta («togliere le auto dalle strade»), se si vuole realmente promuovere una fruizione lenta della zona di Pian di Gembro, senza dubbio tra le più belle delle Alpi lombarde, perché non si lavora per ottimizzare il più possibile (e più di quanto fatto finora) la frequentazione lenta per antonomasia che abbiamo a disposizione cioè quella a piedi (a Pian di Gembro da Aprica ci si sale in un’ora o poco più), riservando l’accesso stradale a chi proprio non riesca ad arrivare lassù camminando, tramite l’uso di navette elettriche e altri mezzi simili? Con i quasi tre milioni di Euro previsti per la cabinovia quanti interventi in questo senso, ovvero veramente ecosostenibili e a tutto vantaggio della bellezza nonché, ancor più, della consapevole conoscenza culturale di Pian di Gembro si potrebbero realizzare? Perché coi progetti turistici alpini si finisce così spesso con il cadere nel solito gigantismo, arbitrario e irrazionale, il quale altrettanto spesso cela una drammatica carenza di coscienza civica e di reale conoscenza dei territori nei quali si vorrebbe intervenire?

D’altro canto, continuando con la lettura dell’articolo sopra riprodotto, si resta oltre modo sconcertati dall’apprendere che si vorrebbero spendere più di 13 milioni di Euro per nuove infrastrutture al servizio dello sci su pista nonostante la realtà di fatto climatica ed economica che ormai è pure inutile rimarcare di nuovo – considerando poi che l’Aprica ha la gran parte del proprio comprensorio sciistico a quote inferiori ai 2000 m, dove già ora e ancor più in futuro nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo, come sentenziano tutti gli studi scientifici al riguardo (qui ce n’è uno).

Tredici milioni di Euro, già. Si resta sconcertati da tali progetti, i quali tuttavia, una volta ancora, la dicono lunga sulla disconnessione dalla realtà nella quale ormai langue la gran parte dello sci su pista e sulla sua vocazione al suicidio economico e ambientale. Peccato che, di questo passo, in quella drammatica e autolesionistica fine verrà trascinata anche tutta la montagna d’intorno e chi ci vive: senza cambi di mentalità, di paradigmi e di visione culturale temo che ciò accadrà rapidamente, altro che con lentezza!

P.S.: grazie al “solito” Michele Comi, prezioso nume tutelare dei monti valtellinesi e non solo, per avermi reso edotto dei progetti di cui l’articolo sopra pubblicato disquisisce.

Un ossimoro

Ossimòro: s. m. [dal gr. ὀξύμωρον, comp. di ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al contrasto logico]. – Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole, espressioni o immagini che esprimono concetti contrarî.

Ecco. Ora, l’immagine che vedete lì sopra, tratta dal profilo Instagram di una celeberrima località sciistica (chi abbia un minimo di conoscenza delle montagne la saprà identificare facilmente, credo) ma riproducibile in ciò che mostra in chissà quante altre, a me va benissimo, nel senso che è una località famosa, siamo nel clou della stagione sciistica, è ovvio che ci sia il pienone di turisti e che a tali turisti siano offerti certi servizi di accoglienza, svago e ricreazione in quota, e l’economia locale, e l’indotto… Posso capire, in un contesto del genere mi può stare bene, lo ribadisco, gioco forza o meno.

Tuttavia, a essere sinceri, a me quell’immagine mi pare proprio un’efficace rappresentazione visiva del termine «ossimoro», già.

Magari sbaglio, non dico di no. Però la mia impressione fondamentale al riguardo, dal primo istante in cui ho osservato l’immagine, è quella espressa. Inesorabilmente.