«Un utilizzo molto cautelativo dell’acqua»

[Immagine aerea di qualche giorno fa del Po nel tratto compreso nella provincia di Pavia, dalla quale è evidente la scarsità di acqua presente nel letto del fiume.]
Un servizio originariamente andato in onda giovedì 23 febbraio, nel notiziario di “Unica TV”, (lo potete vedere qui sopra) riporta le dichiarazioni di Massimo Sertori, assessore uscente agli Enti Locali, Montagna e Piccoli Comuni della Regione Lombardia con delega (anche) alla gestione delle acque, in merito alla gravità della situazione idrica in essere e ai forti rischi di una nuova e drammatica siccità nel corso della prossima estate (ne ho già scritto anche qui). Presso atto della realtà di fatto e della notevole mancanza di acqua nei fiumi e nei laghi lombardi, l’assessore dichiara di aver istituito «Il tavolo sulla crisi idrica già nei mesi di dicembre e gennaio invitando a un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi».

Ribadisco queste parole:

un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi.

Ora, al di là dei possibili aspetti tecnici e idrologici sottesi a queste parole, legati al fatto che i laghi prealpini fungono da sempre da serbatoi idrici per le pianure, ad ascoltare le parole dell’assessore mi è sorta spontanea e subitanea una domanda: perché un utilizzo molto cautelativo dell’acqua solo a valle dei laghi e non anche a monte? Dalla quale sorge un’altra domanda conseguente: forse perché l’acqua a monte dei laghi, dunque sulle montagne lombarde, è ampiamente utilizzata per alimentare gli impianti di innevamento artificiale delle piste da sci, alquanto promossi, sostenuti e finanziati da Regione Lombardia e dall’assessorato che fa capo a Sertori, i quali in questo ennesimo inverno avaro di neve naturale hanno funzionato a lungo per consentire l’apertura dei comprensori sciistici con gran consumo delle risorse idriche locali (nonché di energia, a sua volta per buona parte ricavata dall’acqua negli impianti idroelettrici)?

Sono domande assolutamente e inevitabilmente spontanee, ribadisco.

P.S.: sia chiaro che la risposta «ma tanto l’acqua consumata per la neve artificiale poi si scioglie e ritorna disponibile» che forse qualcuno potrebbe dare non è ammessa dacché più volte dimostrata equivoca e insostenibile.

La cosa giusta nel posto sbagliato

Si moltiplicano sui media gli allarmi per una prevedibile nuova siccità che, stante le precipitazioni piovose e nevose le quali da mesi scarseggiano in tutte le Alpi italiane e posta l’emergenza idrica della scorsa estate, mai recuperata, potremmo dover affrontare l’estate prossima. Ciò fa chiedere a gran voce da parte di molti, in primis degli agricoltori, un piano di interventi strutturale che possa assicurare al comparto adeguate riserve idriche. La prima cosa da fare, secondo tutti, è quella di costruire bacini di raccolta dell’acqua: soluzione tanto ovvia quanto utile, non serve dirlo. Una sollecitazione che la politica nostrana, sempre molto vicina ai bisogni della società civile, ha raccolto prontamente già da tempo: infatti di bacini di raccolta delle acque ne sono stati realizzati a decine. In montagna però, e stranamente sempre in località dotate di comprensori sciistici, i quali l’acqua accumulata la consumano totalmente nell’arco della stagione invernale per produrre neve artificiale, non per conservarla e poi inviarla ai campi coltivati della pianura.

Forse i politici nostrani hanno capito male le richieste degli agricoltori, o magari dimostrano qualche carenza in geografia e hanno confuso le zone di pianura con quelle di montagna, chissà. Certo fa specie leggere e ascoltare ovunque i timori sempre più allarmati degli agricoltori, insieme ai dati pluviometrici degli ultimi mesi, e nel frattempo vedere i cannoni che sparano neve a spron battuto lungo centinaia di piste da sci delle Alpi. Ma i politici nostrani sapranno certamente accorgersi del proprio malinteso, e vi porranno una rapida e efficace soluzione. Vero?

[Le immagini del bacino del Passo degli Oclini sono tratte da qui.]

Su Selvino, le sue montagne, il suo turismo

[Panorama del centro abitato di Selvino. Foto di Ysogo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Vi ho detto (ovvero ho scritto) già alcune volte di Selvino, la località delle Prealpi bergamasche un tempo sciistica e ora protagonista, suo malgrado, di alcuni progetti per ora solo ipotizzati e a dir poco sconcertanti: di quelli che se osservati da un certo punto di vista possono apparire commercialmente e turisticamente “stuzzicanti” ma, osservati dalla parte opposta (e non solo da quella) rivelano rapidamente e con grande evidenza la loro nocività economica, culturale, sociale, ambientale.

Su Selvino già un paio di anni fa (nel marzo 2021) il Club Alpino Italiano di Bergamo, con le sue varie articolazioni sezionali, ha organizzato un incontro on line (o webinar, come si dice oggi) con tema «Il prezioso patrimonio naturalistico e lo sfruttamento per attività sportive» dell’altopiano selvinese, che risulta un contributo completo e significativo sul caso locale così come sulle tante altre situazioni similari che si possono riscontrare sulle nostre montagne. Vi propongo la registrazione Youtube di quel dibattito, ringraziando molto l’amico Federico Mangili che con Danilo Donadoni ne è stato tra gli artefici:

A proposito del “Parco Tartasì” di Talamona, in Valtellina

Vi propongo di seguito il testo completo dell’articolo pubblicato su “SondrioToday” giovedì 3 febbraio scorso con le mie riflessioni in merito al progetto turistico del “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio), iniziativa certamente interessante e potenzialmente valida ma che al momento presenta alcune criticità culturali che rischiano di inficiarne il valore e gli obiettivi che i sostenitori del progetto si pongono. Sono riflessioni che, al solito, non vogliono essere meramente polemiche ma capaci, mi auguro, di contribuire al necessario dibattito, il più possibile condiviso, in merito alla realizzazione di infrastrutture turistiche in ambienti pregiati e delicati come quelli montani. Grazie a chiunque vi dedicherà anche qui attenzione e considerazione.

Leggendo quanto prospetterebbe il progetto del nuovo “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio) per come i media di informazione ne hanno riferito (qui un articolo al riguardo), non si può che esprimere consensi. Un intervento che mira a mettere in sicurezza e riqualificare «Un’ampia porzione di territorio, 220 ettari in totale, posta all’ingresso della Valtellina» ovvero quella del conoide del torrente Tartano, tra lo sbocco della valle omonima e la confluenza nell’Adda, per poi creare «un parco a tema, fortemente identitario, che racconta il territorio in tutti i suoi aspetti, proponendo divertimento a impatto zero, attività ludiche e didattiche, di giorno e di notte. Gli obiettivi principali sono sette: creare attrattività territoriale tutelando gli aspetti naturalistici, incrementare i flussi turistici; aumentare la permanenza dei turisti; destagionalizzare; riqualificare; promuovere l’ospitalità dei residenti; far conoscere storie e tradizioni». Insomma, sulla base di tali premesse, se un progetto del genere venisse realizzato con criterio, ne risulterebbe qualcosa di certamente interessante.

Peccato però che anche un tale progetto così ben promettente non riesca a cadere in certi “stereotipi” che così spesso contraddistinguono l’infrastrutturazione turistica contemporanea dei territori ad alto valore culturale e ambientale come quelli montani – e se anche Talamona è situata a 300 m scarsi di quota, risulta evidente che il suo territorio abbia caratteristiche di fondovalle montano prettamente alpine. Stereotipi che inficiano non poco la validità del progetto e ne mettono palesemente in discussione i principi cardine sui quali si baserebbe.

Poste tali ineluttabili premesse, chiedo: ma quando nel progetto si prospetta «Un turismo slow in cui sono le esperienze vissute a fissare il ricordo e a generare consenso» e poi si pensa a «spettacoli di luci, illuminazione artistica e schermi ad acqua che proiettano immagini di animali», quale memoria esperienziale vissuta viene generata da una fonte virtualizzata e dunque sostanzialmente distaccata, se non forzatamente alienata, dalla realtà concreta di ciò che si propone e, inevitabilmente, anche dalla cultura che vi sta alla base? Come può un progetto del genere essere «fortemente identitario» se non offre che riproduzioni preconfezionate oltre che smaterializzate di tutti quegli elementi che identitari lo sono, senza dubbio, ma solo se relazionati al loro contesto naturale e autentico, non a un palcoscenico turistico dagli scopi ludico-ricreativi pur ben concepito?

Il principio di fondo mi sembra per certi versi quello di certe esposizioni artistiche interattive e/o multimediali nelle quali non vi sono materialmente le opere d’arte ma queste vengono virtualizzate e proposte in modi “immersivi” (termine molto in voga, se ci fate caso) che di primo acchito sembrano effettivamente suggestivi ma nella sostanza mediano e alienano la fruizione reale dell’opera d’arte attraverso modalità create innanzi tutto per stupire, divertire e svagare più che per insegnare l’arte e educare al suo godimento consapevole e adeguatamente approfondito. Sono esposizioni multimediali mirate su un target di pubblico parecchio generalista che inevitabilmente vengono criticate da chi di educazione e cura artistica si occupa abitualmente. Ma se nel principio si può anche ammettere che, quando molte persone non possano facilmente andare a visitare il Van Gogh Museum di Amsterdam o il Moma di New York (due siti museali esteri a caso), siano evidentemente interessate a poter comunque godere dei capolavori là esposti in modi alternativi, più o meno interattivi e multimediali, che cerchino di “risolvere” la lontananza e la mancanza materiale delle opere d’arte, di contro chiunque può recarsi sui monti sopra Talamona (e sulle nostre montagne in genere) per vedere e vivere realmente quella natura che nel parco si vuole meramente riprodurre e imitare peraltro in modi, ribadisco, potenzialmente disorientanti seppur proposti in buona fede. E allora perché non farlo, perché pensare di imitare una natura che si ha a disposizione con qualche mezz’ora di cammino a piedi (o anche senza un tale sforzo) la cui frequentazione genera un’autentica esperienza e un consenso nei confronti della sua specificità ambientale e della cultura identitaria che vi è conservata e vi scaturisce? Perché tra le montagne bisogna “imitare” le montagne e smaterializzarne le realtà peculiari piuttosto di salirci sopra, magari in modo strutturato ovvero con un progetto di frequentazione turistica di matrice culturale che porti economia (insieme a ecologia) in alto invece che mantenerla in basso? Ovvero, per giunta, rivitalizzando la relazione, questa sì profondamente identitaria in senso storico tanto quanto in prospettiva futura, tra il fondovalle e le sue terre alte (a Talamona e altrove, ribadisco), così che l’intero territorio possa generare un dinamismo equilibrato ai fini di uno sviluppo completo e compiuto?

Ecco, queste sono solo alcune delle domande che viene spontaneo porsi se si riflette sulle potenzialità culturali concrete che un progetto come quello del “Parco Tartasì” deve necessariamente perseguire, ottenere e offrire ai propri frequentatori, per non rischiare di diventare l’ennesimo “parco giochi” alpino che, in fin dei conti, le montagne che vorrebbe valorizzare rischierebbe invece di banalizzarle e deprimerne la valenza, nonché di allontanarvi i potenziali frequentatori che ambiscono – pur nelle variegate e a volte superficiali modalità contemporanee – a godere della bellezza naturale e del benessere della montagna.

Infine, non posso non denotare un ultimo dubbio, riguardo il progetto di Talamona: ma se il conoide del Tartano «è anche una zona di elevato valore paesaggistico e ambientale che necessita di tutela per la salvaguardia della biodiversità» nonché, a ben vedere, una delle rare zone di rinaturalizzazione spontanea che si possono riscontrare in un territorio altrimenti altamente antropizzato e territorializzato come quello del fondovalle valtellinese, non è forse che stiamo tutti sbagliando e che in verità il migliore, più autentico e più logico progetto di tutela della zona del conoide del Tartano sia quello di non toccarlo affatto, istituendovi invece un’area di tutela ambientale il più possibile integrale, al netto delle necessarie salvaguardie idrogeologiche che le caratteristiche del luogo impone, e semmai pensando a un’altra sede meno ecologicamente “sensibile” per il “Parco Tartasì”?

Chissà, forse è solo una mera suggestione, questa mia. Ma il dubbio al momento resta.

Il ritorno del Carnevale di Livemmo

[Immagine tratta da www.intangiblesearch.eu.]
Lo scorso anno ho scritto della bellezza e del fascino assoluti dei Carnevali delle Alpi, celebrazioni dalle origini ancestrali ricchissime di palinsesti narrativi che pescano da retaggi innumerevoli, spesso afferenti alla dimensione del mistero e del mito, e l’ho fatto riferendo della lettura del volume Carnevali e folclore delle Alpi, che consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale.

Uno dei carnevali più particolari e affascinanti dell’arco alpino italiano tornerà in scena domenica prossima, 12 febbraio: è il Carnevale di Livemmo (nel comune di Pertica Alta in Valle Sabbia, provincia di Brescia), tra quelli più ricchi di suggestioni rituali ancestrali e di figure mascherate misteriose. Come la Vecia dal val, che in un articolo di qualche anno fa pubblicato su “Orobie” Paolo Doni descrisse così: «C’è questa figura, che non appare subito chiara: una donna, un’anziana, una contadina, il suo volto è marcato, caricaturale, da strega. Gira in tondo, al ritmo di musica. Le braccia sono occupate a tenere una grande cesta di vimini. E nella cesta non ci sono né fieno, né orzo, ma un vecchio. Anche il suo viso è una caricatura: la chioma bianca e scompigliata, le sopracciglia folte, la linea della bocca piegata in una smorfia di scherno.»

Se ne avete la possibilità andate a vedere il Carnevale di Livemmo: al netto della comprensibile “sagralizzazione” dell’evento, avrete la possibilità di osservare attraverso uno squarcio nello spazio e nel tempo e cogliere l’essenza più antica e mitologica della tradizione culturale delle Alpi, identitaria e referenziale per questa zona ma in fondo assolutamente emblematica dello spirito dell’intera catena alpina.