La crisi che si sta attraversando, geografie in forte mutazione e il dinamismo progettuale di alcune realtà pongono alle montagne un tema inedito: come ritornare a essere un territorio dell’abitare.
Forse il paradigma delle “Alpi patrimonio” sembra conoscere, dopo più di tre decenni di vita, la sua fase discendente. Nato in contrapposizione al processo di turistificazione industriale delle montagne, parallelo al fenomeno di spopolamento, che ha costituito il leitmotiv alpino del “secolo breve” e della fase del fordismo urbano, il paradigma delle “Alpi patrimonio” è venuto a fondarsi sulla centralità dell’attore pubblico e su rilevanti finanziamenti in particolare di matrice europea, avendo al centro un’idea precisa: puntare sulla valorizzazione e la patrimonializzazione delle eredità materiali e culturali (storia, tradizioni, prodotti locali, architettura rurale, turismo soft, ecc.) come “piattaforma” per far fuoriuscire le aree non soggette ai processi di sviluppo turistico dalla loro marginalità.
Questa stagione, che indubbiamente è stata importante, e che ha comportato anche una nuova autoconsapevolezza autoctona, ha col tempo dimostrato una serie di limiti. Innanzitutto la centralità nuovamente attribuita al tema del turismo. E soprattutto un’idea di progetto contemporaneo delle montagne fondata essenzialmente su elementi del passato, a partire da “materialità” e valori simbolici tutti inscritti nel retaggio della civiltà alpina storica. Come se fosse impossibile costruire nuove valenze della montagna.
La crisi strutturale odierna, il venir meno dell’azione pubblica, il dinamismo certamente di nicchia ma comunque pionieristico e innovativo di alcune progettualità locali proprio nei luoghi fino a poco tempo fa ritenuti maggiormente marginali, mostrano geografie (di attori, di luoghi, di valori) in forte mutazione. Non più semplice playground turistico, le Alpi di oggi pongono un tema per molti versi inedito: come ritornare a essere un territorio tout court dell’abitare. […]
Sotto questo profilo le Alpi ripropongono nuovamente – secondo un’immagine messa a fuoco per la prima volta da Horace-Bénédict de Saussure – la loro natura di “laboratorio strategico”. È sulle Alpi che possono essere sperimentati nuovi modelli di sviluppo, capaci di conciliare crescita e qualità, innovazione e valorizzazione delle eredità. È sulle Alpi che può essere costruito un nuovo patto tra montagne e città, unica strada percorribile per sfuggire – come ha ricordato Enrico Camanni in La nuova vita delle Alpi – alla falsa alternativa tra trasformazione e conservazione.
Mi rivolgo agli amministratori pubblici di certe località montane italiane e ai relativi livelli istituzionali superiori: veramente può essere solo il turismo di massa – quello sciistico in particolare – l’unica forma di sviluppo economico e sociale possibile per le montagne italiane, come voi vorreste farci credere?
[Foto di Silvia Pasquetto – Comune di Ostana, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Probabilmente non c’è bisogno che vi racconti la storia della rinascita di Ostana, in Valle Po, uno degli esperimenti (ma ormai ci sarebbe da parlare di concretizzazioni) di rigenerazione di un centro abitato alpino e del relativo territorio più riusciti, sulle montagne italiane, al punto da essere ormai diventato un caso esemplare e illuminante per qualsiasi altra similare progettualità. Se invece non la conoscete al meglio, trovate un buon riassunto della storia recente di Ostana qui.
Dunque, in questo mio articolo non miro a ribadire quanto già noto a tanti: tuttavia, per rimarcare comunque la notevole qualità del “progetto Ostana” e il suo essere un modello di cose belle e buone realizzate in montagna, vi dico di uno strumento “pratico” facente parte a tutti gli effetti del progetto e del suo successo, che fin dalla sua prima conoscenza ho trovato estremamente interessante per come rappresenti una delle basi fondamentali per la concretizzazione della rinascita del villaggio piemontese, per la quale l’architettura ha giocato un ruolo primario e non solo in quanto pratica necessaria al recupero funzionale degli edifici: il Manuale delle linee guida e degli indirizzi tecnici per gli interventi di recupero ed ex novo a Ostana, grazie al quale il villaggio è diventato un laboratorio di architettura alpina, riconosciuto a livello nazionale e anche al di fuori dei confini. Un compendio tecnico ma con grandi valenze culturali che dimostra bene come i migliori e più efficaci progetti di rigenerazione dei territori montani siano quelli scaturenti da un processo di conoscenza approfondita dei territori stessi, dalla quale conseguentemente può scaturire la sensibilità migliore e la cura più attenta e edotta nei confronti del luogo e di chi lo vive e lo vivrà nel futuro.
A tal proposito, è interessante leggere nel Manuale (che potete consultare nella sua interezza cliccando sull’immagine della copertina lì sopra) quella che dai suoi autori è stata definita la “filosofia Ostana”:
Da diverso tempo Ostana è diventata un punto di riferimento sul tema del recupero e della valorizzazione dell’architettura alpina. A partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità locale ha infatti perseguito una diffusa e condivisa politica di riuso delle antiche costruzioni montane in un’ottica di qualità. Una filosofia incentrata sulla qualità e sulla reinterpretazione dei caratteri morfologici, costruttivi e tecnologici dell’architettura tradizionale occitana. Una filosofia che ha privilegiato il recupero dell’ingente patrimonio edilizio esistente ma che ha altresì portato ad alcune realizzazioni ex-novo. Gli interventi hanno così riguardato opere pubbliche e private, il costruito e gli spazi aperti: case, edifici del comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, spazi pubblici, percorsi pedonali, autorimesse parcheggi, ecc. Tra i principali fautori di questo recupero vi è l’architetto locale Renato Maurino che ha riversato parte della notevole esperienza acquisita nel manuale Recupero edilizio e qualità del progetto scritto con Luigi Dematteis e Giacomo Doglio (Edizioni Primalpe, Cuneo, 2003), il quale ha costituito una solida base di partenza per questo lavoro. Riuso e qualificazione oculata del patrimonio architettonico hanno dato vita ad una nuova identità e riconoscibilità di questo piccolo comune di montagna determinando una rinascita anche sotto il profilo economico e sociale. Qualità architettonica, identità e nuova abitabilità, sostenibilità ambientale, offerta di un turismo pertinente rispetto ai luoghi hanno permesso al paese dell’alta Valle Po entrare nella rete dei «borghi più belli d’Italia». Ostana rappresenta un vero e proprio laboratorio di architettura alpina contemporanea che può essere preso ad esempio per le politiche sulla montagna dei prossimi anni.
Ovviamente il Manuale di Ostana non è solo di tale tipologia esistente nei comuni alpini italiani, prendendo peraltro le mosse da similari materiali già esistenti pur a livelli diversi e per competenze differenti – ma in modi eccellenti come pochi altri sa coniugare la propria teoria nella pratica del territorio ostanese e delle sue peculiarità, anche grazie alla notevole competenza dei due responsabili scientifici Antonio de Rossi e Massimo Crotti. In tal modo, ovvero ponendo così solide basi teoriche ai contenuti che propone, il Manuale rappresenta una potenziale ottima garanzia per l’esecuzione di lavori ben eseguiti, coerenti con la storia e la geografia del territorio, inseriti in esso armoniosamente oltre che capaci di coltivare una proficua socialità a sostegno della comunità locale (l’architettura è anche, forse soprattutto, una disciplina sociologica, è bene ricordarlo) e capaci nel complesso di riattivare e rinnovare anche l’identità del luogo dando forza espressiva al suo paesaggio, sia quello prettamente naturale e sia quello antropico. Un Manuale come quello di Ostana è dunque non solo un documento tecnico ma anche un dispositivo culturale, che raccoglie la tradizione storica del costruire e dell’abitare il territorio di Ostana traghettandola attraverso il presente verso un futuro tanto coerente con quella tradizione quanto concretamente rinnovatore e così in grado di strutturarsi nel tempo come nuova tradizione locale, garantendo la continuità della storia del luogo e della sua comunità.
Insomma, è un documento che ogni comune di montagna, e in generale ogni centro abitato dotato di pregi architettonico-urbanistici come tanti ve ne sono ovunque nel territorio italiano, dovrebbe elaborare (affidandosi a figure competenti e sensibili, ripeto), possedere e adottare con la piena consapevolezza della sua importanza da parte degli amministratori pubblici locali. Se ciò accadesse, sono certo che di brutture assortite e interventi disgraziati e degradanti che tocca ritrovare sulle nostre montagne ce ne sarebbero molti meno, a tutto vantaggio della cura dei territori e del valore culturale e sociale del paesaggio.
A volte si possono riscontrare in circolazione notizie e immagini relative alla ristrutturazione di rifugi di montagna che destano parecchi dubbi, soprattutto in merito all’integrazione – non solo dal punto di vista estetico – degli edifici rinnovati con l’orografia, l’ambiente e il paesaggio circostanti. Non serve rimarcare che il rifugio di montagna non è un edificio come un altro, e qualsiasi intervento edile, architettonico o strutturale deve innanzi tutto fondarsi su una compiuta e consapevole sensibilità nei confronti del luogo in cui si trova, per il quale deve necessariamente rappresentare un elemento armonico, contestuale, dialogante con tutto quanto abbia intorno, sia di materiale e sia di immateriale – la storia del luogo, ad esempio.
Per citare un caso recente, ha generato non poco dibattito la costruzione del nuovo Rifugio Santner al Catinaccio(lo vedete qui sotto), criticata da molti e pure io sono tra quelli che la trova brutta e esteticamente decontestuale rispetto al luogo nel quale è stata edificata oltre che pensata per una fruizione decisamente poco “alpina” e molto “urbana” della montagna.
[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]Negli stessi giorni in cui veniva inaugurato il nuovo Rifugio Santner, è stato aperto anche il ricostruito Rifugio Petrarca / Stettiner Hütte(nelle immagini in testa al post e qui sotto), posto a 2875 m nel cuore del Parco naturale Gruppo di Tessa, edificato sul posto della precedente struttura distrutta da una valanga. Ecco, questa è una ristrutturazione che invece a me sembra di notevole livello, dotata di numerose interessanti peculiarità e capace di porre in dialogo la struttura, nonostante le sue notevoli dimensioni, con il particolare ambiente di alta montagna circostante (unico dubbio: l’uso del cemento armato prefabbricato per il rivestimento esterno, ma ne comprendo la funzionalità). Un progetto certamente innovativo e esemplare che può rappresentare un modello architettonico interessante tanto per gli addetti ai lavori quanto per qualsiasi fruitore della montagna, al fine di generare un’adeguata consapevolezza nei confronti della qualità (non solo estetica, ribadisco) degli interventi in quota che di rimando serva agli amministratori pubblici e ai soggetti privati da importante indirizzo di condotta per questi lavori.
Ovviamente posso ben capire che non tutti siano d’accordo con queste mie considerazioni e alcuni rimpiangano le vecchie case tradizionali: è comprensibile, d’altro canto, se innovazione ci deve essere e io credo che ci debba essere in ogni attività umana al fine di creare nuove tradizioni – come dice quel noto motteggio – restando al passo con i tempi senza correre più veloce ma senza nemmeno restarne indietro, penso che quello proposto dal nuovo Rifugio Petrarca sia uno dei migliori esempi al riguardo.
Trovate alcuni approfondimenti sul progetto del rifugio in questo articolo tratto da cantieridaltaquota.eu, insieme a considerazioni su altri recenti lavori a rifugi alpini – tra le quali noterete un giudizio sostanzialmente positivo, dal punto di vista progettuale, del nuovo Rifugio Santner, il che dimostra che il dibattito sul tema è comunque vivo e ciò auspico possa essere un elemento favorente il buon senso critico al riguardo.
[Vrin, comune nel Cantone dei Grigioni che da anni è al centro di uno dei più interessanti progetti di rigenerazione socioeconomica attivi nelle Alpi, del quale ho scritto qui. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Le Alpi sono state negli ultimi decenni un banco di prova interessante che ha tentato di capovolgere al positivo la propria condizione di marginalità a partire dalle peculiarità del proprio territorio, dando vita a esperienze, a volte divenute politiche, in grado di porsi come modelli di riferimento per forme abitative alternative a quelle urbane.
Rarefazione insediativa, qualità paesaggistica e ambientale, disponibilità di oggetti edilizi da recuperare e da trasformare, sono gli elementi su cui le recenti progettualità del mondo alpino stanno lavorando per costruire nuove prospettive per il territorio, attraverso logiche di re-infrastrutturazione, di creazione di servizi di prossimità, di economie circolari e di forme produttive innovative.
Progettualità che vanno viste in una prospettiva “metromontana” che […] consentano di ridare una nuova centralità alla montagna.
La ridefinizione di una “giusta distanza” tra città e territori è dunque […] una questione centrale per ripensare un sistema di infrastrutturazione integrato che garantisca possibilità di vita e di lavoro sulle Alpi.
Molti progetti e esperienze attualmente in atto sull’arco alpino sono riconducibili a due grandi questioni, tra loro fortemente intrecciate e interdipendenti.
Da una parte abbiamo il tema del welfare, ovvero di come l’architettura e il progetto dello spazio fisico collaborino alla messa a punto di una rete di strutture a servizio delle comunità locali, in un’ottica di valorizzazione qualitativa dei luoghi a tutto tondo. Pensiamo ai casi della Val Bregaglia in Svizzera, della Val Pusteria in Sudtirolo o ancora delle valli slovene, in cui l’architettura contemporanea è stata al tempo stesso veicolo ed epifenomeno della creazione di una efficiente rete di servizi alle comunità. Dall’altra, il tema della rigenerazione di quei territori fortemente toccati dallo spopolamento del Novecento e dalle mutazioni socioeconomiche della modernità e che sono diventati oggi dei laboratori in cui si sperimentano nuove forme di sviluppo a partire dalla cultura e dal coinvolgimento sociale delle comunità.
Nota bene: ovviamente qui si parla di quelle Alpi che stanno sviluppando forme e percorsi di sviluppo socioeconomico, e di rimando culturale, ben diversi se non antitetici a quelle altre Alpi che, loro malgrado, vengono ancora sottoposte alle pratiche del turismo consumistico massificato e che per questo vengono rivolte di forza verso il passato – un passato peraltro rivelatosi sovente fallimentare – anziché verso il futuro, provocandone così un inesorabile decadenza.
P.S. – Pre Scriptum: vi propongo qui il testo integrale del mio intervento, pubblicato in varie forme nei giorni scorsi su numerosi organi di informazione, riguardante i progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco). Intervento contenente considerazioni e domande chiare che rivolgo direttamente ai promotori pubblici e privati del progetto ma che, credo, possano avere valore emblematico per tante altre località montane che presentano situazioni simili e similari volontà politiche e imprenditoriali di “turistificazione” dei loro territori. Buona lettura e, mi auguro, buone riflessioni.
[Uno scorcio invernale, più o meno, dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da “ValsassinaNews“.]C’è un antico proverbio turco che più o meno dice così: «E gli alberi diedero ancora ragione all’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro in quanto aveva il manico di legno». Ecco, a leggere le considerazioni pubbliche dei sindaci e dei rifugisti (ovvero di uno, formalmente) coinvolti nella questione del progetto di sviluppo dell’offerta turistica dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, promossa e finanziata da Regione Lombardia, mi è tornato in mente quel vecchio adagio turco. Ciò in quanto le osservazioni proposte in quelle missive pubblicate sugli organi di informazione locali, pur in tutta la loro legittimità, appaiono tanto scontate e prevedibili quanto incoerenti e – lo scrivo con tutto il rispetto del caso e considerando l’accezione letterale del termine – irrazionali, anche alla luce delle iniziative antitetiche nel frattempo messe in atto come la raccolta firme “No alle olimpiadi del cemento in Valsassina“, attiva sulla piattaforma change.org, la quale dimostra palesemente che tutto quel consenso sul quale i sostenitori pubblici e privati del progetto in questione vorrebbero promuoverlo non esiste affatto – ma basta pure dare un’occhiata al tono dei commenti in calce ai relativi post sui social della stragrande maggioranza degli utenti per farsi un’idea chiara di dove stia il sentore popolare.
D’altro canto sono i suddetti sostenitori ad avere l’ascia del proverbio citato dalla parte del manico – proprio un manico di legno, come quello dei boschi che, insieme a ogni altro elemento geografico e ambientale, compongono il paesaggio di questo meraviglioso lembo di Valsassina – forti anche della spinta di un ente pubblico come Regione Lombardia tanto politicamente potente quanto palesemente fossilizzato su strategie turistiche per la montagna ben chiare, che si potrebbero sintetizzare nello slogan “sci, sempre sci, fortissimamente sci”. Il che andrebbe anche bene se fossimo nel 1970, peccato invece che siamo nel 2022 e nel bel mezzo di un anno climaticamente drammatico il quale al momento rappresenta un’eccezione ma che ogni scenario climatologico-scientifico presenta come la normalità (o quasi) futura. E, a scanso di repliche di chi dica che per certa politica non sia vero che esista solo lo sci, in questo caso magari citando le ciclopedonali in progetto: sono ottime iniziative, senza dubbio, ma quale percentuale occupano, in termini di soldi e impegno investiti, rispetto allo spazio dedicato al turismo sciistico massificato e alle relative infrastrutture? E quanta ne occupano nel panorama complessivo degli investimenti regionali riservati allo sci e delle relative progettualità territoriali future?
Visto che si è palesata la possibilità di «un tavolo di confronto che vedrà coinvolte tutte le parti in causa per cercare la massima condivisione» – una possibilità sicuramente positiva nonché, c’è da augurarselo, realmente costruttiva e non mera formalità tanto per dire di averla fatta quando poi tutto sia già deciso ovvero funzionale a rendere ancora più indiscutibili le opere previste (ahinoi cosa frequente, in Italia), e posto che sono stato tra quelli, nel mio piccolo, a sollevare da subito numerose riserve al progetto, tutte quante solidamente basate sulla personale conoscenza del territorio in questione, una volta lette le osservazioni dei sostenitori delle iniziative annunciate mi sorgono alcune inesorabili domande che formulo di seguito, sperando poi che in qualche modo possano essere sottoposte anche nei suddetti confronti pubblici e comunque servano da spunti di riflessione sull’intera questione a chi sta leggendo.
Innanzi tutto: si vogliono investire milioni e milioni di Euro per sviluppare o rilanciare lo sci su pista in zone poste totalmente sotto i 2000 metri di quota: dunque voi sostenitori siete in possesso di dati scientifici per i quali a queste quote nevicherà ancora come anni fa e farà freddo a sufficienza per mantenere la neve al suolo, quando la totalità dei report climatici rivelano l’esatto opposto? Ad esempio quelli del prestigioso Istituto Svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos: siete in grado di confutarli? Dovendo investire quella grande somma di denaro pubblico, dunque di tutti noi, avete veramente considerato tutte le variabili – quelle climatico-ambientali e non solo – che potrebbero decretare il vostro investimento un fallimento, non solo finanziario?
Voi sostenitori obietterete: stiamo potenziando anche gli impianti di innevamento artificiale. Bene: avete calcolato il consumo idrico necessario per alimentare quei vostri impianti e per innevare tutte le piste dei comprensori in questione? Se dovessero capitare ulteriori stagioni siccitose, la cui frequenza è prevista in aumento da un altro prestigioso ente scientifico, Meteosvizzera, con quale acqua alimenterete i cannoni per la neve artificiale? Inoltre: considerando il costo medio dell’innevamento artificiale – fino a 45.000 Euro per km di pista a stagione, ma è un dato precedente ai recenti folli aumenti dei costi energetici e che dunque oggi è da considerare ben più alto – siete sicuri di poter sostenere le spese per innevare le piste? Per fare ciò, di quanto dovrete aumentare il costo dei biglietti per gli sciatori (in Valle d’Aosta, prima regione a sollevare la questione, si parla di un 10% in più, a fronte poi dei costanti e cospicui aumenti già registrati negli scorsi anni) così restringendo ancor più la platea dei potenziali fruitori delle vostre infrastrutture sciistiche ovvero, per dirla in breve, tirandovi un’ennesima zappata finanziaria sui piedi? E se poi facesse così caldo che la neve che sparerete sulle piste ai costi suddetti si dovesse sciogliere? Installerete delle serpentine sotto le superfici delle piste per mantenerle fredde a sufficienza? A proposito: voi amministratori pubblici siete a conoscenza dell’enorme indebitamento delle stazioni sciistiche, generato proprio dai costi di gestione attuali dello sci da un lato e dalla situazione climatica che stiamo vivendo dall’altro?
Invece l’affermazione «le prime sentinelle per la tutela del territorio e dell’ambiente sono proprio gli amministratori locali», perdonatemi l’ironia, quantunque nella forma sia condivisibile, valutando la realtà di molte località montane consacrate al turismo di massa nella sostanza mi pare degna del “miglior” comandante Schettino rispetto a quella sua tristemente celebre nave: commentarla è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dunque vado oltre.
«La chiusura degli impianti sciistici di Artavaggio negli anni Novanta ha messo nero su bianco quanto la nostra economia sia strettamente legata allo sci»: dunque per i sostenitori di tale tesi il successo indiscutibile di Artavaggio come località post sciistica non conta nulla? Questo successo non ha insegnato niente a essi in merito al pensare formule turistiche innovative per lo sviluppo delle proprie montagne coerenti con la loro realtà ambientale? Inoltre, domanda inevitabile oltre che reiterata: siamo forse ancora negli anni Settanta del Novecento per pensare che l’economia dei territori montani, e in particolar modo di un territorio come quello in oggetto, sia “strettamente legata allo sci”? Sotto i 2000 m di quota (ribadisco di nuovo)? Non conoscete quell’altro noto motteggio il quale suppergiù dice che «chi non è un grado di pensare il futuro non fa altro che rivangare il passato»?
«Realizzare una piccola seggiovia ad Artavaggio a servizio del campo scuola, in sostituzione dei vetusti tapis roulant attualmente presenti al fine di ammodernare l’offerta» a cosa serve, concretamente? Cosa darà realmente in più alla località di quanto non ci sia già ora? Riportare lo sci a Artavaggio significa solo questo, o l’affermazione comparsa sugli organi di informazione è ambigua? Questa “piccola seggiovia” come potrà rendere attrattiva la località rispetto a tutte le altre? Eppoi non ci si rende conto che non è solo un problema di dimensione dell’impianto ma di visione strategica, turistica, ambientale, culturale? Non si vuol capire che Artavaggio ha in questi anni sviluppato una potente identità di località turistica non meccanizzata, a suo modo innovativa, riconosciuta a livello interregionale, strettamente legata alla bellezza del suo ambiente naturale e alle notevoli peculiarità di questo, che ha attratto migliaia di persone che altrimenti non sarebbero salite ai Piani? Non ci si rende conto che ripristinare impianti sciistici ad Artavaggio significa banalizzare il luogo, abbruttirne il paesaggio, degradare la sua identità contemporanea, soffocare le grandi potenzialità future che peraltro doterebbero la Valsassina di due opzioni turistiche differenti a pochi km di distanza, una prettamente sciistica a Bobbio (oggi discutibilissima, ma ormai il “danno” è fatto) e una naturalistica a Artavaggio, il che rappresenterebbe un unicum o quasi nel panorama montano lombardo?
«Come può Artavaggio rifiorire senza lo sci? E senza la neve programmata?» Ah, quindi si ha già in mente pure un impianto di innevamento artificiale, per Artavaggio? Dunque altri soldi pubblici, altri prelievi di risorse idriche, altre spese da sostenere di chissà quale entità per il funzionamento di tali impianti? E chi li sosterrà, se realizzati, posti i costi ai quali ho già fatto cenno? Non è che qualcuno, dietro questi “piccoli” interventi, vorrà a breve tirar fuori per l’ennesima volta il mastodontico tanto quanto scellerato progetto del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, a sua volta sostenuto a livello di amministrazione regionale, una follia realmente degna di internamento immediato?
«Con l’arrivo dei finanziamenti previsti dal Patto territoriale si può finalmente guardare avanti con più fiducia, puntando sulla valorizzazione del territorio della Valsassina e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti per il turismo»: guardare “avanti” proponendo idee vecchie di sessant’anni? “Valorizzazione del territorio” con strade per incrementare il traffico e impianti di risalita inutili? Come lo valorizzerebbero il territorio queste opere? “Servizi offerti per il turismo” dove? Quali? Possibile che veramente non si riesca a sviluppare un’autentica progettualità a medio-lungo termine per un territorio come quello di Bobbio e Artavaggio che di base sia consono alla realtà contemporanea e nella sua evoluzione sia in grado di elaborare una proposta innovativa, speciale e specifica, ampiamente attrattiva, realmente sostenibile e autenticamente capace di esaltare la grande bellezza e l’assoluto valore culturale che questi territori posseggono e che attendono solo di essere presentati, conosciuti, apprezzati, compresi, così pure da fidelizzare i flussi turistici attratti – tutti i flussi turistici, non solo quelli sciistici, peraltro destinati a svanire nei prossimi anni?
E poi: tutti quei milioni di Euro per neve artificiale, stradoni, seggiovie? Sicuri che le comunità che abitano e lavorano nel territorio in questione non abbisognino prima di altri servizi, altre infrastrutture, altre opere che possano rendere i paesi belli e accoglienti in primis per chi realmente li vive e fa vivere e non soltanto per i clienti-turisti-sciatori, poveri polli da spennare il più possibile e, una volta fatto ciò, cacciare via nel modo più rapido, come le nuove strade progettate annunciano? È questa la montagna che volete lasciare ai vostri figli e nipoti? È questa l’idea di “valorizzazione” delle vostre (in realtà di tutti) montagne che pensate come la migliore e più sostenibile per gli anni futuri? Siete totalmente consapevoli della portata degli interventi che vorreste realizzare, di ogni conseguenza incluse quelle negative, della responsabilità che inevitabilmente vi caricate sulle spalle nei confronti del territorio di Bobbio e Artavaggio, del suo paesaggio, dei vostri concittadini e di qualsiasi turistica che li visiterà e li dovrà apprezzare in tutta la loro autentica bellezza?
Insomma: avete buone e valide risposte per tutte queste necessarie, inevitabili domande?
Bene, la finisco qui benché potrei andare avanti ancora a lungo. Anzi, mi scuso per la prolissità, ma tutte queste domande, una minima parte delle molte altre che si potrebbero formulare, dimostrano bene – spero – la delicatezza della questione e l’importanza in senso assoluto rispetto al territorio in oggetto e non solo per quello, essendo la Valsassina a suo modo paradigmatica per molte altre zone delle montagne italiane. Quello che è in gioco non è il poter sciare o meno a Artavaggio o Bobbio ma è il futuro complessivo di queste nostre montagne in una realtà che sta profondamente cambiando per la cui necessaria resilienza occorrono idee differenti, nuove, consone e coerenti, non iniziative che ancor prima di nascere appaiono sostanzialmente superate e deleterie. E occorre la massima attenzione e sensibilità innanzi tutto per i luoghi e chi li vive: non si può continuare a considerare la montagna un mero bene da vendere e consumare, valutandola unicamente per quanto possa fruttare! Nella realtà contemporanea la montagna è un patrimonio prezioso di tutti che deve tornare a vivere per far vivere tutti, fruendo delle sue innumerevoli potenzialità turistiche in modo sostenibile, consapevole e rivolto al futuro. È finito il tempo dell’ascia col manico di legno come quello degli alberi che per questo detta legge: oggi devono essere gli alberi a tornare consapevoli del fatto che è solo grazie al loro legno se l’ascia può avere un manico.