Cambierà qualcosa sulle Alpi, dopo il Covid?

[Foto di Nigel Tadyanehondo da Unsplash.]

[…] La pandemia ha messo in evidenza il raggiungimento di un punto di svolta che apre nuove opportunità nel turismo, nella protezione della natura e nei trasporti. Sono in molti ad avere scoperto la bellezza della natura nei loro immediati dintorni e ad avervi trascorso più tempo. Le destinazioni turistiche vicine alla natura ne hanno beneficiato, dovendo tuttavia affrontare conflitti d’uso e una sempre maggiore pressione sugli spazi naturali. Durante le fasi di lockdown, molti hanno dedicato maggiore attenzione alla propria dieta e all’importanza dei cibi regionali e stagionali, altri invece si sono visti confrontati con prospettive future incerte o addirittura con una minaccia della propria esistenza. La chiusura delle frontiere tra stati nazionali, regioni e comuni ha creato un fenomeno insolito nei villaggi alpini, lungo l’autostrada del Brennero e nei corridoi aerei: il silenzio. Improvvisamente, la gente si è resa conto come potrebbe essere la vita senza il rumore costante e i gas di scarico. Katharina Conradin, presidente della CIPRA Internazionale, è contenta che i temi della sostenibilità siano usciti «dall’angolo verde» e siano stati ampiamente discussi in pubblico. Ma secondo Conradin, la domanda più importante deve ancora emergere: «Vogliamo tornare al vecchio? O vogliamo invece cogliere le opportunità offerte da questo (non pianificato) nuovo inizio?» […]

(Tratto da Veronika Hribernik, Società alpina ad un punto di svolta, articolo pubblicato il 12/05/2021 su cipra.org; qui lo potete leggere nella sua interezza. Nota bene: l’articolo fa riferimento diretto alla regione alpina, in forza della mission della CIPRA, ma senza dubbio la questione è valida e importante per qualsiasi altro spazio abitato, antropizzato tanto o poco che sia.)

(Siccome a breve si può tornare) Al ristorante

Per celebrare (be’, non è vero, ma facciamo funzionalmente finta) la riapertura dei ristoranti e la ritrovata possibilità di gozzovigli più o meno luculliani – sperando che ciò non provochi una ulteriore quarta ondata pandemica tra qualche settimana (non è uccellodelmalaugurismo, questo, è obiettività esperienziale!) – rispolvero il seguente ameno raccontino sul tema, facente parte d’una raccolta di simile tono che al momento è ancora inedita in quanto l’editore che la doveva pubblicare, leggendola prima di inviarla alla stampa, purtroppo è morto dal ridere.
Già.
Una circostanza che peraltro mi genera non pochi grattacapi: come posso inviare nuovamente la raccolta a qualche editore affinché ne valuti la pubblicazione senza poi rischiare di essere accusato di omicidio colposo?

Be’, ci devo pensare su un po’. Intanto, buona lettura!

[Raffaello Sorbi, Osteria del Piccione a Fiesole, 1889.]
Al ristorante

Robezio: «Ehi… la vedi quella tipa laggiù?»
Io: «Mm-m.»
Robezio: «Ho sentito da questi del tavolo qui accanto che è una tipa famosa… Paola Peroni, nota dj negli anni Novanta.»
Cameriere: «Signori, cosa vi porto da bere?»
Io: «Ahpperò! Una dj a tutta birra!»
Robezio: «Eh?! In che senso?»
Cameriere: «Solo birra? Per tutti?»
Io: «Noo, dicevo a lui!»
Robezio: «A me?»
Io: «Sì, a te! Era lì bell’e pronta su un piatto d’argento… Peroni, birra…»
Cameriere: « Dunque birra Peroni per tutti?»
Io: «Nooo, non intendevo quello!»
Robezio: «Non mi pare che qui usino piatti d’argento.»
Io: «Infatti non intendevo quello!»
Cameriere: «Ok, le bevande le facciamo dopo. Cosa avete scelto dal menu?»
Io: «Una battuta! La mia era una battuta.»
Robezio: «Aah, una battuta servita su un piatto d’argento!”
Io: «Eh, quello!»
Cameriere: «Mi spiace, signore, oggi la battuta non è in menu.»
Robezio: «Nooo, l’ha fatta lui!»
Cameriere: «Il signore è un cuoco?»
Io: «No! Battuta nel senso di Peroni, birra, dj… dj a tutta birra! Era servita su un piatto d’argento, appunto.»
Cameriere: «Peroni.»
Io: «Esatto!»
Cameriere: «Ok, dunque da bere birra Peroni per tutti. Vedo di trovarvi un vassoio d’argento, se così gradite.»
Robezio: «Ah, allora è vero che servono le cose su piatti d’argento!»
Cameriere: «No, in verità no, ma se lo chiedete espressamente…»
Io: «Ma noi non stiamo chiedendo assolutamente nulla!»
Cameriere: «Allora, signori, sono costretto a chiedervi di liberare il tavolo per altri clienti che invece intendono consumare. Grazie.»
Robezio: «Ecco, hai visto? Tu e le tue battute!»
Io: «Ma che vuoi da me?! Eccheccavolo! Eppoi io le battute le so fare!»
Robezio: «Beh, allora andiamo a mangiare a casa tua, così me la fai provare.»
Io: «Noo, non quelle batt… Umpff, m’è passata la fame!»
Robezio: «Beviamo almeno qualcosa, visto che siamo in giro. Non so… una birra!»
Io: «Ok, ma giuro che se ci servono una Peroni mi imbirrazzisco! Ehm… Imbizzarrisco, volevo dire.»
Robezio: «Mmm-mm.»

Il moto del pensiero vs la moto sul sentiero

Sì, nel senso (il titolo del post, intendo) che tenere sempre ben presenti cose di buon senso civico come quella ben rappresentata nell’immagine qui sopra, agevola il pensiero intelligente e la sensibilità intellettuale verso questo e tanti altri temi correlati nonché legati a comportamenti che invece con il buon senso, il senso civico, l’educazione, la civiltà, l’intelligenza e la cura verso il mondo che abitiamo non c’entrano nulla.
Dunque, trovo sempre importante ribadire con la massima chiarezza e ripubblicare quanto sopra, invitandovi a diffonderlo il più possibile – anche se temo non sarà l’ultima volta che mi toccherà ripubblicarlo, purtroppo, ergo chiedo perdono da subito per questa mia pur necessaria ripetitività.

Cliccate sull’immagine per scaricarla in formato “poster” oppure qui per il formato pdf. E diffondetela, se avete a cuore il paesaggio naturale e la salvaguardia della sua (e nostra) bellezza!

La ragione, e la ragione (una leggenda)

[Foto di M.s Anas da Pixabay.]
Il Signore diede ordine di far entrare i due uomini e ne seguì l’avvicinarsi con fare visibilmente contrariato, quasi truce.
«Insomma, che diavolo state combinando, voi due?» sbottò. «L’intero principato è in subbuglio, per le vostre diatribe!»
Il cavaliere si impettì, esibendo l’armatura scalfita da evidenti colpi e ammaccature: «Nessuna diatriba, mio Principe, la verità ha già la sua voce!»
«Una voce folle!» gli ribatté l’astronomo di corte, «la verità è nella scienza, e la scienza non ammette l’esistenza di draghi sputafuoco!»
«E queste, dunque?! Bugie anche queste?» ringhiò il cavaliere, battendosi il pugno sul ferro della propria corazza ammaccata.
«Che fiducia può ricevere colui che insegue immaginari draghi sguainando spade qui e là?» di nuovo confutò sferzante lo scienziato.
«Basta ora!» intimò seccamente il principe. «Se uno di voi due possiede la verità come dice, saprà pur darmene una prova! E dunque così sia, se non volete che sbatta entrambi nei sotterranei!»
Così, nei giorni a venire, il cavaliere lanciò più volte i suoi vigorosi assalti nel profondo e scuro vallone chiuso tra altissime rupi entro il quale asseriva vivesse lo spaventoso drago, tornando poi al castello per narrare delle sue gesta pugnaci nella forra infernale ove anche lo scienziato si recò varie volte, riportandovi tutt’altra verità: nessun drago, tutto quel gran vapore bollente che stazionava laggiù non veniva dalle fauci d’un mostro ma effondeva dalla terra, dunque doveva essere qualcosa di naturale, ancorché sconosciuto. Già, ma come provarlo razionalmente al Principe? E come, in modo ben più impellente, dal giorno in cui il cavaliere tornò da un ennesima “battaglia” nella forra con parte del corpo ustionata, che fieramente mostrò al proprio signore quale prova finale, e indubitabile?
«Fra i due, chi più mi agevola la persuasione sei tu, cavaliere» sentenziò il Principe, «Dunque, ti darò fiducia: andremo laggiù con i nostri migliori soldati, e verrò anch’io. Se troveremo il drago, sarà la sua ultima ora. E tu, scienziato: se tal nobile guerriero mi dimostrerà ragione una volta per tutte, finirai i tuoi giorni nelle segrete del castello!»
Non tornò più nessuno da quella spedizione. Ustionati, asfissiati dai gas velenosi o caduti in chissà quale profondissimo pertugio – ipotizzò lo scienziato, ma il popolo preferì farsi suggestionare dal drago sterminatore e dalla “risposta” all’enigma generata da tale potente suggestione. Tuttavia quel castello, grazie all’ingegno e al susseguente lavoro dello scienziato e dei suoi rari discepoli, divenne il primo della storia confortevolmente riscaldato e con acqua calda corrente per tutti, che poi venne resa disponibile all’intero villaggio ai suoi piedi.
Di lì a breve lo scienziato ne divenne il nuovo signore per acclamazione popolare e anche gli avvistamenti di draghi andarono via via diradandosi, col tempo.

(P.S.: anche questo è un racconto al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Ne trovate altri, insieme a scritti d’altro genere, qui. Forse quella raccolta sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Chissà.)

Prevedere il tempo, ma bene

[Foto di Alexsandr31 da Pixabay]
Ma perché – mi permetto di ribadire* – i meteorologi, non tutti ma buona parte, piuttosto di starsene rinchiusi nei propri laboratori pieni zeppi di supercomputers collegati con megasatelliti ipertecnologici che inviano a terra miliardi di dati con i quali elaborano n-mila modelli numerici matematico-statistici a ogni centesimo di secondo che poi servono per formulare e diffondere previsioni del tempo che la maggior parte delle volte si rivelano sbagliate (a volte di poco, a volte clamorosamente tanto) – dicevo, anzi, chiedevo, ma perché quei meteorologi suddetti non aprono le finestre dei loro scientificissimi laboratori e molto semplicemente nonché rapidamente si mettono col naso all’insù a guardare come è messo il cielo, al di sopra e all’orizzonte?

Scommettiamo che, se così facessero, le previsioni le azzeccherebbero molto di più? Perché non lo fanno, eh?

Alla peggio, se nemmeno in quel modo avessero granché successo, potrebbero sempre tirare a indovinare. L’affidabilità dei loro bollettini comunque migliorerebbe di molto, già.

*: nel senso che in passato ho già espresso opinioni simili e che pure oggi, in auto, sento alla radio le previsioni per le mie zone che parlano di «molto nuvoloso con rovesci anche a carattere temporalesco specie a ridosso dei rilievi, in intensificazione nel corso del pomeriggio» eccetera; io sollevo lo sguardo e vedo il cielo azzurro con solo qualche innocuo cumulus humilis qui e là, senza nessun segnale di precipitazioni imminenti. Ecco.