La riconciliazione

Quando giungo sulla sommità di un monte prospicente la pianura – nel mio caso quella lombarda – sì che la possa osservare in maniera ampia e per ciò constatarne la presenza o, per meglio dire, l’impronta delle cose umane, sovente ne ricavo una sensazione di scarsa armonia quando non di confusione, disordine, a volte di eccesso. Viene facile comprendere cosa significhi in concreto «consumo di suolo» da lassù, un concetto che forse tendiamo sempre a sottovalutare troppo proprio perché non sappiamo elaborarne una visione oggettiva. Certo, conta il fatto che la pianura che osservo dai monti vicino casa – tutta quanta hinterland di Milano, praticamente – è tra le più cementificate d’Europa, e che la stia osservando da luoghi nei quali invece la Natura per fortuna è ancora preponderante il che accentua il contrasto tra i due ambiti, ma ciò a ben vedere non fa da attenuante a ciò che il paesaggio mi offre, anzi: per certi versi ne aggrava il portato.

Solo il calar della sera, con l’oscurità che avvolge e nasconde il paesaggio rendendo per gran parte invisibile la realtà delle cose, che resta segnalata solo dalle tante luci accese, riesce a “riconciliarmi” con esso ovvero a ridarmi una sensazione di maggior equilibrio, di conciliazione tra cose umane e Natura. Ciò nonostante tutte quelle luci delle quali non si vede più l’origine parrebbero sparse nel buio in maniera disordinata, quindi nuovamente disarmonica: invece, stranamente, osservarle da lassù non accresce in me la citata sensazione di disordine, semmai mi rende il paesaggio laggiù una sorta di inopinato specchio della volta celeste al di sopra, con le sue stelle che a poco a poco si accenderanno e brilleranno nell’infinito cosmico. Come se nell’extremis notturno la presenza umana nel mondo recuperasse una parvenza di armonia con ciò che la Natura offre al di sopra, almeno nelle ore comprese tra il tramonto e l’alba dell’indomani, sembrando così meno estranea al paesaggio, meno impattante e eccessiva.

O forse è più un “tentativo accidentale”, per così dire, di imitare quaggiù lo sfavillio stellare da parte degli umani, per provare a farsi perdonare la bruttura della loro – della nostra confusa e squilibrata occupazione del territorio che abitiamo a scapito della Natura e dell’armonia con essa. In pratica, uno sforzo “antropologico”, protratto lungo i millenni, di realizzare il senso del termine greco φῶς, phṑs ossia «luce» dal quale, guarda caso, potrebbe derivare la parola “fuoco”: ciò che nel passato illuminava il mondo degli uomini finché non si è trovato il modo di farlo artificialmente, senza più bisogno di fiamme.

Quanto scaturisce da questa mia visione notturna del mondo dall’alto è una sensazione all’apparenza rincuorante, sì, ma in effetti forzatamente. Perché la notte passerà, tornerà la luce diurna e ogni cosa sarà nuovamente visibile e constatabile. A volte – mi viene da ironizzare – c’è più luce nel buio della notte che nella mente umana. Ma da qualche parte c’è l’interruttore per accenderla: basta trovarlo. Ovvero basta avere la voglia di trovarlo.

Su “ValsassinaNews”, lo scorso 28/11

Ringrazio di cuore la redazione di “ValsassinaNews che lo scorso 28 novembre ha ripreso le mie considerazioni sulla questione dell’entusiastico attivismo politico nella realizzazione di infrastrutture turistiche in montagna, ciclovie in primis ma non solo, a fronte della molto meno entusiastica attività di sostegno concreto alle comunità residenti nei territori montani messa in atto dalla stessa politica. Una questione assai emblematica – per la quale la Valsassina è a sua volta un territorio ben rappresentativo – riguardo il futuro delle nostre montagne e la visione strategica, o presunta tale, con la quale lo si vorrebbe costruire, o smantellare.

Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine qui sopra.

Trees washing

[Foto di Noah Buscher su Unsplash.]
Ho conosciuto solo di recente Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale per “Sherwood” e Compagnia delle Foreste; prima lo conoscevo di nome ma molto poco di fatto (e devo ringraziare il comune amico Pietro Lacasella per tale conoscenza). Devo recuperare, perché Luigi dice e scrive cose – sui temi dei quali si occupa e dunque su alberi, boschi, foreste e ambiente – non solo interessanti e intriganti ma pure (fatemi usare un termine e una dote ormai sempre più desueti) sagge. Dunque ancora più importanti, visti i temi suddetti e il loro valore fondamentale per il mondo in cui viviamo, ben oltre la mera accezione estetico-romantica che sovente utilizziamo per disquisirne e con la quale, abbastanza inevitabilmente, finiamo per semplificare fin troppo quel valore. E ciò non solo per quanto riguarda i territori montani e rurali in genere ma anche per le nostre città e le zone più antropizzate.

A queste ultime mi viene da riferire il seguente articolo di Luigi, pubblicato sulla sua pagina Facebook e ripreso anche da “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, il blog di Pietro Lacasella: una riflessione assolutamente interessante anche per come riguardi una pratica tanto diffusa e reclamizzata come “virtuosa”, da molte amministrazioni pubbliche, quanto spesso che si rivela di facciata e ipocrita, ovvero un esercizio di green washing di livello notevole, cioè notevolmente bieco. Basti pensare ai tot-mila alberi che pianta di continuo Milano tra mirabolanti titoloni mediatici e poi, spenti i riflettori delle TV e i tablet della stampa, lascia spesso morire nel disinteresse più assoluto, come ho scritto qui qualche tempo fa, e nel mentre che il consumo di suolo in città aumenta anno dopo anno, senza tregua.

Insomma: questo mio è un convinto invito a leggere – se già non lo fate – gli scritti di Luigi Torreggiani, su “Sherwood” e ovunque siano pubblicati, perché meritano assolutamente di essere letti e meditati. A partire da questo, ribadisco:

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di piantagione di alberi (bene!!!).
Molte di queste iniziative hanno come slogan quello di mettere a dimora “un albero per ogni cittadino”: un albero per ogni italiano, per ogni abitante della tal regione, della tal città, del tal quartiere, un albero per ogni cliente, per ogni associato ecc. ecc.
Non c’è niente di male in questo, ci mancherebbe. C’è però un piccolo-grande rischio comunicativo che andrebbe tenuto in considerazione: quello della deresponsabilizzazione rispetto a problemi ambientali enormi, che riguardano gli stili di vita di tutti noi.
Sapere che il tal politico, la tal azienda o la tal associazione pianterà un albero a mio nome, infatti, non significa affatto: “bene, quindi adesso posso tornare a vivere e inquinare come prima”.
Non sarà certo il nostro albero in più a cambiare le sorti di problemi enormi e globali come la crisi climatica o la perdita di biodiversità. È un’azione lodevole e importante, nessun lo nega, ma non basta. Siamo sicuri che questo sia chiaro proprio a tutti?
Sarebbe interessante e credo utile leggere questa banale considerazione a margine delle campagne di piantagione di alberi che scelgono di usare (legittimamente) lo slogan “un albero per ogni cittadino”: ad esempio spiegare quanto davvero, un singolo albero, può compensare le emissioni medie di un essere umano che vive nella parte ricca del Pianeta.
Sarebbe una mossa controproducente dal punto di vista del marketing? Probabilmente sì.
Ma rappresenterebbe un passettino in avanti verso l’educazione alla sostenibilità. Penso che la nostra società, malata di slogan, ne abbia parecchio bisogno.

Soldi per le ciclovie SÌ, soldi per i servizi di base NO!

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Penso che ormai l’abbiano capito pure i camosci più tonti che l’elettrocicloturismo montano – o emtb – è il nuovo mantra turistico-commerciale delle amministrazioni dei territori di montagna le quali, sostenute dagli enti locali superiori, spendono e spandono soldi pubblici a gogò in progetti i cui tracciati ormai si possono trovare pure negli angoli più sperduti – sovente ancora incontaminati, purtroppo – di qualsiasi valle alpina. L’immagine lì sotto fa riferimento a progetti finanziati sulle montagne della mia zona, ma è inutile rimarcare che di simili iniziative, con i relativi stanziamenti di denaro pubblico, ve ne sono in corso ovunque, appunto, e i quotidiani più o meno locali ne riferiscono quotidianamente. Siccome lo sci sta diventando sempre più irrazionale, e nemmeno le amministrazioni locali riescono ormai a negarlo, evidentemente si è trovato il modo di “far girare comunque l’economia” (virgolette inevitabili) con qualcosa che nella forma sembra una novità – venduta come sostenibile in un modo estremamente superficiale – ma nella sostanza ricalca ne più ne meno i principi che governano (o governavano) la monocultura sciistica, sovente conseguendo risultati a dir poco fallimentari, appunto.

Detto ciò, non posso che augurarmi – e augurare alle montagne coinvolte – che i progetti proposti siano basati sul buon senso e sulla più consona sostenibilità, sensibilità, cura e responsabilità versi i territori che li ospiteranno e le comunità che tali montagne abitano. Tuttavia faccio veramente fatica a non chiedermi – e chiedere a chi di dovere: perché non si riscontra un similare entusiasmo politico, amministrativo e finanziario verso progetti che sostengano direttamente la quotidianità delle genti che abitano la montagna? Ci sono così tanti soldi per le ciclovie e il turismo in generale e non ci sono per i servizi di base, la sanità territoriale, i trasporti pubblici, le scuole, la cultura, la manutenzione stradale e dei manufatti pubblici, i supporti necessari allo sviluppo dell’imprenditoria delle economie circolari locali… possibile?

Giusto qualche giorno fa, durante il notiziario di “Bergamo TV”, sentivo che ci sono nell’aria nuovi tagli ai trasporti pubblici, i cui effetti andrebbero inevitabilmente a gravare soprattutto sugli abitanti delle zone montane. Dunque i cicloturisti li facciamo arrivare su comode strade fin sulle cime più ardite mentre i bus del trasporto pubblico li eliminiamo dai paesi a valle di quelle cime? E se poi piove? I cicloturisti non fruiscono le tanto generosamente finanziate ciclovie mentre gli studenti, i lavoratori o gli anziani privi di patente o auto dei bus pubblici ne hanno bisogno anche se piove. Quindi? Va comunque bene così?

[Una delle contestate ciclovie in realizzazione in Val Gerola, provincia di Sondrio. Per saperne di più potete leggere qui.]

Ribadisco: al netto della qualità delle opere progettate e finanziate – comunque da verificare, considerando certi scempi in realizzazione – non mi sembra una realtà del tutto logica e virtuosa, soprattutto dal punto di vista politico e riguardo lo sviluppo autentico, non quello a parole, delle comunità residenti in montagna. Chissà, forse si sta puntando a degradare e spopolare le montagne ancor più velocemente di quanto già non accada, per trasformarle completamente e definitivamente in uno spazio turistico-commerciale da sfruttare e consumare fino all’ultimo e senza più nessuno che possa protestare. Chissà.

“Ombre sulla neve” e “Inverno liquido”, domani sera in (Libreria) Alaska

Domani, martedì 28 novembre, dalle ore 19 presso la Libreria Alaska di Milano, avrò l’onore e il piacere di moderare – insieme all’Associazione APE Milano – l’incontro tra Maurizio Dematteis, direttore dell’Associazione Dislivelli, e Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, che presenteranno i rispettivi libri Inverno liquido: la crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa (DeriveApprodi) e Ombre sulla neve. Il “libro bianco” delle olimpiadi invernali (Altreconomia).

Due libri pubblicati ormai un anno fa ma il cui valore – narrativo, testimoniale, documentale, didattico – continua a rimanere costante nel tempo se non a crescere sempre più: martedì faranno da prezioso e efficace stimolo per discutere con i loro autori e con APE Milano di alcuni dei temi più emblematici che caratterizzano la realtà contemporanea delle montagne italiane, soprattutto di quelle sottoposte all’industria turistica, nonché della relazione tra città e montagna in ottica presente e ancor più futura nel contesto sociale, economico, culturale, climatico e ambientale che stiamo vivendo e per molti versi subendo, in maniera crescente col passare delle stagioni.

Lo faremo a Milano, città storicamente legata alle montagne che disegnano il suo orizzonte alpino, prossima sede olimpica invernale e proprio in questa veste un luogo urbano che compendia – nel bene e nel male – molti degli aspetti propri delle tematiche sulle quali discuteremo insieme. Aspetti sovente troppo sottovalutati eppure fondamentali per il futuro della parte di mondo nella quale viviamo, che lo si viva da montanari o da cittadini.

Sarà un incontro oltre modo interessante, affascinante, illuminante: da non perdere, senza alcun dubbio. Per saperne di più al riguardo, cliccate sull’immagine in testa al post.

Dunque ci vediamo “in” Alaska domani sera! Non mancate!