Lucerna, città ineluttabilmente letteraria

[Foto di Fuyu Yeo su Unsplash.]

C’è, forse, un modo “letterario” per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Questo è un brano tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

Giandomenico Spreafico, “Gente di Montagna”

Presso il Circolo Fratelli Figini di Lecco è aperta da qualche giorno Gente di Montagna, la bella mostra fotografica di Giandomenico Spreafico allestita da Lumis Arte con la cura di Daniele Re e i testi a corredo dell’amica e collega di penna (per la guida DOL dei Tre Signori) Sara Invernizzi.

Le immagini esposte in mostra sono una suggestiva e affascinante fonte di informazioni sulla vita in alta montagna, ma sono anche l’occasione per il loro autore di dare forma alla sua poesia visiva. Coprendo l’arco temporale che va dai primi anni Settanta a tutti gli anni Ottanta del Novecento, raffigurano un periodo di passaggio alquanto emblematico nella vita delle montagne lombarde, in transizione da un passato che già si stava rapidamente evolvendo ma ancora conservava i segni di una tradizione secolare a un futuro, cioè la nostra contemporaneità, che stava per delinearsi ma non appariva ancora così liquido – per dirla alla Bauman – come si manifesta oggi.
La mostra conduce i visitatori in un viaggio lungo sentieri lontani e difficili da percorrere, ma anche attraverso la loro storia: dalla transumanza alla lavorazione del Bitto, dall’artigianato alla lavorazione del ferro, dall’abbandono delle baite alle atmosfere sognanti delle nebbie mattutine.

Le fotografie di Giandomenico Spreafico sono divise in otto serie tematiche: Transumanza e Pascoli presenta scene pastorali in cui domina la presenza di pecore e mucche, immagini che il fotografo dedica a Giovanni Segantini. Le serie Artigianato valdimagnino, Artigianato alpino realizzata in Valmalenco, Gente di montagna dedicata ai casari del bitto e Artigianato valsassinese, incentrata maggiormente sulla forgiatura del ferro, raccontano il lavoro tipico dell’alta montagna e la fatica fisica che necessita. Qui Spreafico fotografa anche le donne intente ai lavori domestici, come affilare le falci in Serietà nel lavoro, lavare i panni in Donne alla cascina, fare il pane in Gente di Premana e lavorare al tornio in Gente della Valle Imagna. Con le fotografie dedicate alla vita in montagna Spreafico orienta la sua poetica verso l’intimità del rapporto tra essere umano e ambiente.

Come già accennato, le fotografie di Spreafico sono accompagnate dal testo di Sara Invernizzi che racconta la vita dei casari in alpeggio, la faticosa tecnica dei produttori del formaggio, la modificazione dell’ambiente a favore dei pascoli e della vita delle comunità montane.

È una mostra bella, affascinante, poetica e assai espressiva, che merita certamente una visita. Tutte le informazioni utili per farlo le trovate sulla locandina qui sopra (cliccateci sopra per ingrandirla), altrimenti potete consultare il sito di Lumis Arte, qui.

Gina Lollobrigida (e le montagne)

Per colpa del frastuono delle gran fanfare mediatiche conseguenti alla cattura del boss della mafia Matteo Messina Denaro, la cui conseguente messinscena ha occupato per gran parte l’attenzione dell’opinione pubblica, la scomparsa di un’autentica icona italiana come Gina Lollobrigida è passata in secondo piano e non per motivi inevitabili, ribadisco. Era una delle ultime “dive” a potersi fregiare d’un tale impegnativo epiteto, immagine di un’epoca, quella tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Sessanta del boom economico, della quale ha rappresentato a modo suo la parte passionale e popolana, italica e mediterranea, senza per questo non essere apprezzata, grazie alla sua bellezza, al fascino e alla personalità verace, anche all’estero. Credo avrebbe meritato una maggiore attenzione, questo triste momento di trapasso: con sé e la propria immagine, Gina Lollobrigida si porta pure appresso un altro pezzo significativo e referenziale della storia italiana recente e della memoria collettiva culturale relativa, un bagaglio immaginifico sul quale è stato costruito il presente che viviamo e che resterà alla base anche del futuro conseguente, anche se col tempo verrà inesorabilmente – e un po’ colpevolmente – dimenticato. È come se a un museo pieno di grandi opere d’arte vengono via via tolti alcuni dei maggiori e più rappresentativi capolavori: il valore culturale del luogo resta, ma certamente la mancanza di quegli elementi così preziosi che lo sapevano identificare pienamente toglie al museo molto fascino e identità.

[Cliccateci sopra per ingrandire.]
Mi piace ricordare qui Gina Lollobrigida nelle sue frequentazioni montane/mondane (nella foto in alto è alla stazione di arrivo della funivia del Furggen, sopra Cervinia, una delle meraviglie ingegneristiche del tempo), perché la montagna rappresentò in vari modi un ulteriore contesto geo-scenografico da cui vennero alcune sue immagini affascinanti e anche qui in certi casi divenute iconiche. Come quella alla quale (pare*) a Cervinia si ispirarono per uno dei più celeberrimi poster pubblicitari della località – se non di tutte le montagne in veste sciistica – che vedete qui accanto, opera di Arnaldo Musati del 1953, pittore pubblicitario che in quegli anni contribuì parecchio, con i suoi poster di varie località sciistiche, a determinare l’immaginario turistico di quell’epoca aurea per lo sci. Quasi a significare come Gina Lollobrigida, pur nella sua passionale veracità appenninica (era nata a Subiaco, ai piedi dei Monti Simbruini) e anche a prescindere da ciò che interpretò nelle sue pellicole, seppe divenire un’icona anche di altre più celebri montagne e di ogni luogo nel quale volle manifestarsi più o meno mondanamente.

RIP.

*: stranamente di questa cosa si trovano rapidi riscontri sul web da parte svizzera e non da quella italiana, nonostante la nota rivalità (turistica e di conseguente marketing) di Zermatt con il suo Matterhorn verso Cervinia e il suo Cervino.

Bergamo e Brescia capitali 2023 del più necessario buon futuro

Da bergamasco DOC quale sono (cognomen omen!), non posso che essere oltre modo felice di avere le città di Bergamo e Brescia capitali della cultura 2023 e augurarmi che – al netto di quel logo veramente sgraziato, ma è la mia mera opinione e vale quel che vale – i tanti eventi che nel corso dell’anno si succederanno, nel contesto delle due città e nell’accoglienza dei rispettivi Genii Loci, possano veramente spargere una quantità incommensurabile (d’altronde mai sufficiente) di cultura. Che resta una delle cose delle quali il paese più ha bisogno in assoluto, ad ogni suo livello (e spesso proprio a quei livelli nei quali la cultura dovrebbe rappresentare una dote immancabile e invece manca, eccome!), ovvero la base fondamentale per costruire il suo futuro e per esso una società realmente libera, progredita, avanzata, consapevole che vi possa tracciare la migliore e più fruttuosa strada, a vantaggio di tutti – anche di chi si mostra indifferente se non menefreghista verso la cultura, già. Ma chissà che non possa rinsavire, grazie a tutto ciò!

Cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare il sito web ufficiale di Bergamo Brescia 2023, che diventeranno ufficialmente “capitali della cultura” dal prossimo venerdì 20 gennaio con la doppia inaugurazione. Dunque, che sia un grande, fortunato e proficuo anno culturale per Bergamo, Brescia e per tutta l’Italia!

Torre de’ Busi, una delle “capitali” orobiche dei rissöi

Credo che Torre de’ Busi, in alta Val San Martino, si possa considerare senza tema di smentite una delle capitali dei rissöi o ressöi, come nella parlata bergamasca vengono chiamate le mulattiere selciate, antiche vie di percorrenza dei territori rurali diffuse ovunque, sulle montagne, e dovunque dotate di fattura simile ma dettagli peculiari e identitari dei vari luoghi in cui si trovano.

Conosco poche zone come quella del territorio comunale di Torre de’ Busi che custodiscono una cosi alta quantità di mulattiere selciate, alcune certamente vecchie di qualche secolo e sovente ancora ben conservate come è difficile riscontrare altrove, di tipologie varie ma tutte aderenti alla tradizione e allo “stile” locali, in certi casi dotate di opere accessorie (ponti, muretti a secco di sostegno…) di foggia altrettanto affascinante: un ricco campionario di architetture e ingegnerie vernacolari (come le ho definite qui, quando già ne scrissi) diffuso per il territorio e custodito dai suoi boschi e dalle selve.

Questi antichi manufatti rappresentano un patrimonio culturale oltre modo prezioso sia in senso storico che artistico, tecnologico, etnologico, antropologico, identitario, così come sono una forma di scrittura litica impressa sui monti la cui lettura narra la storia delle genti che li hanno abitati lungo i secoli: una lettura che si compie camminandoci sopra, seguendone il percorso tra boschi, prati, vallette, nuclei ancora abitati oppure ormai abbandonati che a loro volta rappresentano tanti capitoli da leggere di quella storia umana locale.

Un percorso nello spazio e nel tempo, dunque, sugli stessi passi di donne e uomini che nei secoli passati hanno modificato, territorializzato, umanizzato queste montagne e vi hanno intessuto relazioni d’ogni genere: agricoltori con gerle sulle spalle a e attrezzi nelle mani, pastori con le proprie bestie, ambulanti con le merci da vendere nei mercati della pianura, bambini e ragazzi che andavano a scuola, soldati e partigiani armati, briganti, viandanti d’ogni sorta fino ai moderni e contemporanei escursionisti. È pressoché impossibile immaginare quanti tipi umani abbiano mosso i loro passi nel tempo lungo questi rissöi, carichi delle loro cose, delle loro storie e dei destini che ne hanno caratterizzato le vite, ma è parecchio affascinante ripercorrere oggi le stesse antiche vie così contribuendo a propria volta nel continuare a “scrivere” la loro storia, rileggendo con il cammino quelle storie di varia umanità che hanno definito il paesaggio antropico del luogo caratterizzandone l’anima più autentica.

Tutto ciò rappresenta un piccolo/grande tesoro che Torre de’ Busi possiede e che rende prezioso il suo territorio anche più di quanto già non faccia la geografia del luogo, del cui valore gli abitanti devono essere ben consapevoli e sensibili tanto quanto i visitatori devono esserne avveduti e rispettosi. Conosco bene l’attenzione e l’attività ammirevoli della Pro Loco di Torre riguardo la valorizzazione delle rilevanze culturale che il territorio comunale presenta: ma è bene rimarcare che la prima forma di salvaguardia e valorizzazione di questi preziosi segni antropici è sempre quella che ognuno – sia un residente o un forestiero – può e deve elaborare nonché manifestare, comprendendone la bellezza, l’importanza storica, l’armonia con il luogo nel quale si trovano, prestando attenzione e riguardo affinché quel loro valore resti a disposizione di tutti senza essere maldestramente consumato e danneggiato.

Con una attitudine del genere, e i sensi ben aperti alla ricezione del loro fascino peculiare, vagabondare e “leggere” queste antiche vie inscritte sulle montagne è un’esperienza oltre modo emozionante che vi invito caldamente a vivere e a trasformare nella conoscenza approfondita del luogo e del notevole fascino di questa zona della Val San Martino, palcoscenico naturale proteso sulla pianura lombarda, sul bacino dell’Adda e dei laghi prealpini, sulle valli bergamasche e verso il grande orizzonte delle Alpi che a quelle scritture di pietra che si sviluppano sul territorio fanno da inestimabile iconografia.

P.S.: per vagabondare al meglio il territorio in questione, potete contare anche su questa ottima carta dei sentieri, della cui qualità garantisco io – visto che ho partecipato alla sua creazione e alla pubblicazione! La trovate in tutti gli esercizi commerciali della zona – salvo che l’abbiano esaurita.