Ieri sera, mentre tornavo verso casa, è successa una cosa che ho trovato affascinante.
Guidavo lungo un tratto di strada rettilineo immerso nel bosco e, sopra di me, esattamente sulla verticale della mia auto – anzi, poco avanti così che lo vedessi guardando in alto -, ho notato un uccello (non saprei dire di quale specie, non me ne intendo; la foto lì sopra è puramente indicativa della circostanza, non della specie) che a sua volta procedeva in volo rettilineo, alla stessa velocità – moderata, ovviamente – che stavo tenendo io. Per qualche secondo e almeno un duecento metri buoni siamo avanzati all’unisono: sembrava che lo stesse facendo apposta, l’uccello, restandomi sopra per propria scelta, per una inopinata unità d’intenti seppur momentanea. Ovviamente non penso che in verità fosse così, è stata una suggestiva coincidenza. Però affascinante, appunto: due creature viventi totalmente differenti impegnati in cose loro che per qualche momento hanno condiviso le proprie esistenze come se si fossero messi d’accordo. L’ho trovata una cosa bella, insomma, forse la più bella in una altrimenti ordinaria – dunque non così entusiasmante – giornata di lavoro.
Chissà che “pensava” poi quell’uccello, nel mentre che volava sopra la mia auto come se stesse seguendomi. E magari avrebbe continuato a farlo, se il tornante in fondo al rettilineo lungo la strada non mi avesse costretto a cambiare repentinamente direzione.
Una coincidenza, una casualità, un fatto minimo e banale. Però bello, per me.
A volte è proprio nelle piccole cose che si può trovare una bellezza inopinatamente grande, anche perché spesso inattesa. E impensabile, ma forse solo perché ci stiamo sempre più disabituando a cogliere tutta la bellezza che abbiamo intorno, piccola o grande che sia, troppo distratti dalle cose umane sovente così meschine dalle quali ci facciamo distrarre e condizionare. Già.
[Articolo originariamente pubblicato il 26 maggio 2024 su “L’AltraMontagna“.]
[Veduta panoramica di Lauterbrunnen e della sua vallata. Foto di Robin Ulrich da Unsplash.]
Il problema del turismo mordi e fuggi esiste ed è percepibile dal 2020. All’epoca non si poteva viaggiare a causa del coronavirus e si era sviluppato il trend dei camper. Fin qui nulla di male, anzi: il Comune vive di turismo e ha bisogno dei turisti. Parallelamente si è però sviluppato il turismo dei selfie nell’area della cascata di Staubbach, che implica moltissime persone che vanno a sommarsi a quelli che soggiornano da noi. È il nuovo segmento di ospiti che al momento ci causa qualche problema. Gli altri siamo preparati per accoglierli e sono i benvenuti. Questi invece di solito vengono da noi con una macchina in affitto, entrano in valle e intasano il nostro villaggio creando il caos. E naturalmente dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente.
Sono parole (di qualche giorno fa) di Karl Näpflin, sindaco di Lauterbrunnen, località del Canton Berna, in Svizzera, famosissima per essere al centro di una valle alpina dai cui fianchi rocciosi cadono decine di copiose cascate d’acqua (pare siano ben settantadue!) al punto da essere ritratta un soggetto costante del marketing turistico svizzero. Con le conseguenze denunciate dal sindaco del comune: over tourism fuori controllo, traffico, caos, rumore, degrado paesaggistico e disagio per i locali, con il rischio che pure la bellezza e il fascino del luogo ne vengano intaccati. Conseguenze peraltro ormai comuni a tutti i luoghi che, per scelta o loro malgrado, subiscono il sovraffollamento turistico.
Anche a Lauterbrunner ora si pensa all’istituzione di un ticket di accesso al paese per limitare i flussi turistici, come già attuato e pensato altrove: ma a meno di fissarlo a un costo veramente alto, forse efficace ma ben poco etico per come danneggerebbe i visitatori meno abbienti che avrebbero il diritto di godere del luogo come quelli benestanti (in ogni caso al momento si parla di 5 o 10 franchi), sorgono parecchi dubbi che una misura del genere in un luogo come Lauterbrunnen possa risultare uno strumento efficace di controllo e gestione del sovraffollamento che lo attanaglia. In circostanze del genere il rischio, oltre a quello citato poco sopra, è che venga colpito soprattutto il turismo interno e di prossimità (che per certi aspetti avrebbe maggiore “diritto” di visitare il luogo) piuttosto di quello estero, che in luoghi come Lauterbrunnen rappresenta il grosso dei visitatori e che nemmeno si accorgerebbe del pagamento del ticket, compreso nel costo del tour insieme a mille altri servizi all inclusive.
Tuttavia, al netto di tale questione che comunque diventerà sempre più all’ordine del giorno anche in Italia, il suo vero punto nodale – a mio parere – anche più della quantità è la qualità che connota il modello turistico alla base del sovraffollamento: il mordi-e-fuggi di quelli che «dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente» come afferma il sindaco Näpflin. Un modello devastante – ad eccezione di quelli che lo gestiscono, ovviamente – soprattutto per luoghi di pregio tanto quanto delicati come quelli di montagna ma che in moltissimi casi è il modello al quale puntano certi progetti, iniziative, idee, manufatti e infrastrutture che così spesso vediamo proporre o realizzare sui monti. È il turismo dei selfies, dei posti belli solo se “instagrammabili”, dei panchinoni giganti, dei ponti tibetani e delle installazioni turistiche similari che esauriscono la propria attrattiva nell’arrivare (in auto) nei paraggi, starci sopra per qualche momento, farsi un autoscatto, postarlo sul social media preferito e addio.
[Alcune delle cascate che si gettano dalle pareti sovrastanti il villaggio di Lauterbrunnen, la principale attrattiva turistica del luogo. Foto di Sascha Bosshard da Unsplash.]D’altro canto, a ben vedere, la colpa non è nemmeno della panchinona gigante o del ponte tibetano ma della totale assenza, da parte di chi pensa, sostiene e realizza, di un progetto culturale strutturato che utilizzi il manufatto unicamente come primo passo ludico di un percorso di autentica scoperta, conoscenza, comprensione e fidelizzazione del turista nei riguardi del luogo dove si trova. Qualcosa, dunque, che vada ben oltre alla mera fruizione ricreativa del luogo così come all’acquisto del panino o del souvenir negli esercizi locali ma che informi e educhi il turista alla bellezza e al valore culturale del luogo, facendogli scoprire e apprezzare le sue peculiarità e i buoni motivi per i quali potrebbe e dovrebbe ritornarci a prescindere dalla presenza di qualche divertente e banale attrazione turistica. Inutile dire che ogni luogo di pregio, come lo sono tutti quelli montani, ha proprie peculiarità referenziali e identificative sulle quali poter sviluppare in innumerevoli forme un turismo consapevole e radicante nel luogo rispetto a quello mordi-e-fuggi che il luogo tende solamente a consumarlo e quindi degradarlo…
[⇒ L’articolo continua su “L’AltraMontagna”, qui.]
L’incontro dal titolo “Olimpiadi SOStenibili” di martedì 21 maggio scorso a Sondalo, in Valtellina – a pochi chilometri da Bormio che sarà una delle sedi olimpiche principali per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 – nel quale ho avuto il privilegio di intervenire, è stato bello e intenso non solo perché affollato oltre ogni previsione (a ben vedere non causalmente), ma anche per aver rappresentato una preziosa occasione per ascoltare e dialogare con i presenti, abitanti di Sondalo e dei paesi limitrofi, su un tema fondamentale per la Valtellina presente e futura e su numerosi argomenti ad esso correlati.
Come già riscontrato altrove, anche a Sondalo nessuno si è detto contro le Olimpiadi e molti erano felici dell’assegnazione dei Giochi e di diventare terra “olimpica”, ma parimenti nessuno si dice soddisfatto di come si stanno gestendo le opere olimpiche, molti si dichiarano preoccupati se non allarmati, tutti si sono sentiti (e si sentono) tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale su interventi che cadranno sulle loro teste e, in certi casi, modificheranno profondamente il paesaggio abitato e vissuto senza che sia stata data alcuna garanzia né sulla loro autentica efficacia e né sulle conseguenze future. Un grande evento come le Olimpiadi, che avrebbe potuto e dovuto manifestarsi come un avvenimento collettivo, un prezioso progetto di sviluppo non solo turistico e economico partecipato e in grado di generare ricadute positive per tutta la comunità territoriale coinvolta, si sta rivelando un’azione forzata, di carattere impositivo e indiscutibile, una prova di forza della politica contro i territori, le loro peculiarità e contro le comunità alle quali non è stato riconosciuto il diritto democratico di poter dire la propria – In Valtellina come in Cadore e in altri sedi olimpiche.
In questo modo non solo le Olimpiadi, con le loro ricadute materiale e immateriali, rischiano di provocare danni e disagi alle popolazioni residenti senza donare loro alcun vantaggio, ma stanno diventando anche un boomerang per il consenso all’evento, il sostegno dei residenti, l’immagine del territorio. Oggi non è più accettabile che si intervenga così pesantemente in contesti pregiati e fragili come quelli montani, già sottoposti a sfide e criticità a non finire, senza coinvolgere, ascoltare e dialogare con le comunità residenti: non farlo è la via migliore per banalizzare e degradare la montagna ancor più di quanto già non accada accelerandone i fenomeni socioeconomici e culturali più deleteri – spaesamento, alienazione, spopolamento… – invece che risolverli, come si sostiene.
Possiamo permetterci di correre un rischio del genere? Io penso proprio di no. Vogliamo finalmente rimettere al centro le comunità delle montagne ridando loro dignità politica e democratica? Io credo proprio di sì. Ecco.
Buongiorno, cani, ciao
cagnolini, cagnolini, cagnazzi
misterioso dono della natura
a noi carogne. Perché
incantevoli compagni di viaggio
che ci fissate con gli occhi
con esagerata aspettativa.
Belli come boschi come il vento
girano su e giù per la casa
come fiumi come rupi
come nuvole innamorate.
Belli quando ronfate
fate bave spazzate immondizie.
Egoisti, sporchi, noiosi,
rompiscatole, puzzolenti, ingordi,
sudicioni, petulanti, tangheri.
Dio vi benedica.
Festeggio così la ricorrenza del giorno nel quale Loki è stato assunto a casa con mansioni di “segretario personale (a forma di cane)”, esattamente il 26 maggio di cinque anni fa.
Un’assunzione quanto mai benefica, sotto ogni punto di vista (mio, s’intende. Invece, dal punto di vista delle piante e dell’erba del giardino di casa, un po’ meno.)
In ogni caso: grazie di cuore, segretario Loki, per questi meravigliosi cinque anni di vita comune.
Un paese ha due modi per “risolvere” i problemi di cui soffre: eliminare chi quei problemi li provoca, oppure eliminare chi li denuncia. Nel primo caso il paese agisce da democrazia liberale, nel secondo caso da regime autoritario. Che per inciso non ha colore: nero, rosso, bianco o verde che sia, sempre di regime si tratta.
E se l’agire in un certo modo è il primo passo per diventare pienamente quel modo, averne consapevolezza culturale, politica e civica è il miglior antidoto per capire e evitare quella deriva. Di qualsiasi colore essa sia, ribadisco.
Badate bene: il programma televisivo di cui dice l’articolo lì sopra, “Indovina chi viene a cena”, non è il soggetto specifico di questi miei pensieri ma uno dei tanti che potrebbe subire la “soluzione” descritta – e che già in passato hanno subìto in Italia, paese che risulta il peggiore in quanto a libertà di stampa nell’Europa occidentale. Di contro il programma rappresenta un esempio emblematico per la questione, visti i consensi unanimi che ha raccolto circa l’alta qualità dell’informazione che propone, al punto che uno dei suoi servizi, quello dedicato alla vicenda del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia – che chi legge questo blog conosce bene – la cui autrice è Cecilia Bacci, recentemente ha ottenuto il Premio Giornalistico “David Sassoli”.
Dunque, riassumendo: un programma televisivo che da una parte vince premi giornalistici, dall’altra viene minacciato di chiusura e nel mezzo un paese che peggiora la propria posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa. Capite?
Speculazione finale: il servizio sul Lago Bianco di Cecilia Bacci trasmesso in “Indovina chi viene a cena” (che potete rivedere qui sotto) è dedicato a un caso non dei maggiori ma certamente tra i più emblematici circa l’uso che certa politica fa del nostro patrimonio naturale per scopi non così leciti, e ne ha dimostrato l’inqualificabile atteggiamento e l’aberrante ipocrisia. Be’, la messa a rischio del programma non sarà una vendetta alimentata anche da chi si sia sentito tirato in ballo e smascherato per il cantiere al Lago Bianco?
Ma certo, l’ho scritto… è solo una sarcastica speculazione, questa. Già.