Claudio Morandini, “Le Pietre”

Lo conoscete sicuramente, ne sono certo, quel celebre motteggio popolare che dice di come a Maometto tocchi andare alla montagna, se la montagna non va a lui. Ovvero, a volte non bisogna aspettare che le cose accadano ma bisogna fare in modo che possano accadere. E se invece ad accadere – anzi, la dico e la scrivo giusta, a cadere – è proprio la montagna? In altre parole: e se nonostante Maometto ci vada, alla montagna, la montagna decida di andare comunque da lui, quasi a voler ricambiare la “cortesia” seppur in modi piuttosto… inquietanti?

Sembra quasi scaturire da questo ragionamento – apparentemente un po’ bislacco, lo ammetto – la storia che Claudio Morandini narra in Le pietre (Exòrma Edizioni, 2017), romanzo il quale fa da seguito al pluricelebrato Neve cane piede che lo ha fatto conoscere a molti come uno dei più originali narratori italiani contemporanei, e a pochi – cioè, per così dire, a quelli che come me hanno un poco più di dimestichezza e conoscenza della letteratura ambientata in montagna e dunque vi ricercano cose più interessanti dell’ordinario, o meno solite  – come uno dei rarissimi scrittori di montagna nostrani nel senso più rilevante della definizione. Come già scrissi nella mia “recensione” al citato precedente romanzo, e come ho rimarcato altre volte in ulteriori testi e contesti, il panorama letterario italiano conosce una produzione notevole di libri ambientati in montagna, sovente di pregevole qualità, ma sostanzialmente non ha (mai, o non ancora) generato una vera e propria “letteratura di montagna”, cioè una produzione peculiare nella quale l’ambiente montano non sia soltanto una scenografia, pur fondamentale per le storie narrate, ma risulti un autentico personaggio di esse, vivo e interattivo, un’entità ben più che metaforica la quale conferisce tutta la propria materialità sovrumana a quelle storie diventandone, per così dire, Genius Loci geografico nonché parimenti espressivo e letterario. Il che deve contemplare che gli autori sappiano far parlare i monti dunque dialogare con essi, cioè ne conoscano la loro lingua che ha parole fatte di terra, legno, roccia, neve, ghiaccio e il cui lessico padroneggiano di sicuro gli animali ma tra gli uomini molti meno. Se la Svizzera – inevitabilmente, qualcuno potrebbe pensare ed è così, in effetti, ma non del tutto e non in automatico – ha saputo sviluppare una “letteratura di montagna” come forse in nessun altra parte del mondo letterario ed editoriale, con numerosi autori veramente interessanti e spesso emblematici (ne parlo nella recensione di Neve cane piede, ribadisco), da noi come altrove c’è più che altro una letteratura dalla montagna, che magari arriva da lassù ma senza portarsi dietro le parole montane suddette se non in minime parti, parlando invece un alfabeto sostanzialmente ordinario, espressivamente comune ad altri generi e non di rado fin troppo ricco di luoghi comuni e convenzionalismi vari. Ciò salvo rare eccezioni, e Claudio Morandini è una di esse […]

(Leggete la recensione completa di Le pietre cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Zombies sugli sci

[Photo by Yann Allegre on Unsplash.]
Nel mentre che tanti (come me, per quel poco che posso) si arrabattano tra infinite difficoltà e quasi nulli denari per proporre e realizzare progetti di fruizione turistico-culturale, sociale ed economica delle zone montane finalmente diversi, magari innovativi, certamente contestuali ai luoghi ed ecosostenibili, per l’ennesima volta “l’eccellente” Lombardia “stanzia” (trad.: butta) altri 2,8 milioni di Euro nel comparto degli impianti e delle piste da sci, un mondo per la gran parte ormai popolato da zombies (350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”) che possono camminare ancora solo grazie ai soldi pubblici, senza al contempo fare nulla di concreto per costruire un nuovo futuro per le montagne, che sovverta paradigmi ormai falliti da tempo e risulti ben più consono alla realtà climatica che ci aspetta. Soldi che la Lombardia stanzia (butta) pure per «l’approvvigionamento idrico per la realizzazione dell’innevamento programmato», cioè per uno dei veleni che sta uccidendo – anzi, che ha già ucciso, visti i debiti prima citati – l’industria dello sci su pista, oltre che sfruttando e deteriorando in maniera inaccettabile gli ecosistemi montani rovinandone il paesaggio, cioè il loro tesoro vero e fondamentale.

È come se un armatore, al fine di “salvare” (a suo dire) una nave piena di buchi nello scafo che per questo sta inesorabilmente affondando, spenda un sacco di soldi per fornire i suoi marinai di trapani. Una cosa totalmente insensata. Insensata.

Nel frattempo, ribadisco, a livello istituzionale non si muove un dito – concretamente, ovvero salvo le tante belle e inutili parole – per cambiare le cose ovvero il futuro di molti territori di montagna, come ad esempio avevo scritto qui, qualche tempo fa. D’altro canto, mi viene da supporre, molti di quei soldi buttati servono anche per salvaguardare interessi e tornaconti più o meno personali in quelle località, anche per questo condannate da un tale stato di fatto politico alla rovina certa.

Non penso proprio che le montagne lombarde e, in generale, le Alpi italiane, meritino di subire lo stesso immondo sfacelo presente nelle istituzioni politiche che si arrogano il diritto di imporre ai monti le loro scriteriate e dannose decisioni. La bellezza del paesaggio alpino è elemento quanto mai antitetico alla bruttezza di tale politica. Ne va del suo futuro, dei suoi territori, delle genti che li abitano, della loro cultura, della loro economia. E di quella bellezza che è patrimonio di tutti, da salvare perché, una volta ancora, è di quelle che può salvare il mondo.
Nonostante le Olimpiadi del 2026, già.

Quando i confini sconfinano

[La Testa Grigia, tra Cervinia e Zermatt, sullo sfondo il Cervino/Matterhorn. Foto di Francofranco56, Opera propria, Pubblico dominio; fonte qui.]
I cambiamenti climatici in corso, tra mille altri problemi e questioni di varia gravità, generano “effetti collaterali” curiosi e assai affascinanti per chi come me si occupa di paesaggi, sia dal punto di vista fisico-geografico che da quello umanistico, almeno in senso simbolico. Sulle Alpi, ad esempio, il forte ritiro dei ghiacciai comporta che i confini tra gli stati alpini si stanno spostando, spesso anche di decine e decine di metri, togliendo territorio nazionale all’un paese per “donarlo” all’altro e viceversa. Ne parla questo interessante articolo di Swissinfo.ch, prendendo spunto nello specifico da un macroscopico spostamento del confine che separa Italia e Svizzera, sui monti tra Cervinia e Zermatt, dovuto proprio alla sparizione quasi totale di un ghiacciaio, ma analoghi casi si stanno registrando anche nelle Alpi Orientali riguardo i confini tra Italia e Austria.

[Immagine tratta da swisstopo.ch, via swissinfo.ch.]
Nell’articolo, ribadisco, trovate ben spiegata la questione (potete anche cliccare sull’immagine in testa al post per leggerlo) la quale possiede pure dei risvolti di geografia umana, sociologici e antropologici se non – se posso usare il termine in questo contesto – filosofici e comunque parecchio simbolici. Già, perché sembra che la Natura, adattandosi ai cambiamenti del clima dovuti per gran parte alle attività umane, voglia far capire agli stessi umani quanto il concetto di “confine”, che se possiede sensi e significati quasi mai sono quelli che la geopolitica gli conferisce, a partire dalla definizione stessa delle linee di confine sui monti, di matrice cartesiana, che usano gli spartiacque e ignorano totalmente come storicamente mai le montagne hanno fatto da confine alle genti che le abitavano ma sempre da collante, da cerniera, zona di transiti, commerci, incontri d’ogni sorta e assai meno raramente di scontri più o meno bellici – dicevo, sembra che la Natura voglia rendere evidente agli uomini come il loro concetto geopolitico di confine sia tanto aleatorio quanto vacuo e, per certi aspetti, non consono (o proprio antitetico) alla realtà delle cose, il che finisce per generare più problemi che vantaggi persino per lo stato che se ne fa baluardo in base a proprie ragioni ideologiche e politiche. Alla fine, i confini non esistono se non in forma di linee dal tratto più o meno grosso sulle mappe oppure nella testa delle persone: a volte con matrice positiva, quando essi siano di forma culturale (e identitaria ma in senso antropologico, non etnico e ideologico!), e per natura aperti allo scambio – esattamente ciò che erano un tempo le montagne, che connettevano genti di vallate diverse e spesso di culture diverse ma ponendole in dialogo e mai in contrasto, ripeto – in altri casi, fin troppo diffusi oggi, con accezioni del tutto negative, quando diventano strumenti di separazione tra individui per motivi del tutto stupidi e dannosi per entrambi – i separatori e i separati. Attenzione: non sto dicendo che i confini siano sempre e comunque il “male” e che debbano svanire in forza di chissà quale “globalizzazione” (che è l’altra faccia d’una tale corrosa medaglia), semmai sto osservando che i “confini” che la geopolitica e l’ideologia relativa spesso ci impongono, e per come ce li impongono, non sono certo interventi virtuosi e quasi mai hanno una logica pienamente condivisibile, essendo di frequente diventati – la storia ce lo insegna bene – motivi e cause di divergenze, scontri e guerre piuttosto che strumenti di salvaguardia di due nazioni dai territori adiacenti, dei quali non di rado hanno spezzato l’unitarietà socioculturale.

D’altro canto se lassù sui monti, in quei luoghi ove i cambiamenti climatici stanno modificando la morfologia del terreno, come altrove vi fossero stati dei muri – esempio massimamente concreto dell’esistenza di un confine e della sussistenza di una notevole, bieca sciocchezza umana, molto probabilmente sarebbero crollati. Sarebbe mancato loro il terreno di sotto, letteralmente, proprio come a certi confini, demarcazioni, limiti politici e ideologici, muri, cinte, fortificazioni e quant’altro di simile manca qualsiasi base logica e culturale. Probabilmente è per questo che le idee di chi li difende sembrano sempre così campate per aria. Già.

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.