(Vecchi scritti, mai pubblicati, saltano fuori ogni volta che “scartabello” tra cartelle e sottocartelle conservate in modi assolutamente entropici (ma un tempo una logica ce l’avevano, ne sono certo) sui miei pc. Questo, ad esempio, è di 22 anni fa -tenetelo presente, se lo leggete – ed è (era) parte di una raccolta di racconti dedicati alla Montagna, rimasta nel classico “cassetto” a beneficio di altri testi, già. Chissà se a ragione o meno, mah!)
Eccolo, eccolo ancora, il falco, spuntare dalle punte ghiacciate della Grande Montagna lentamente e solennemente, volando sopra i tetti, parendo in quella lentezza quasi sospeso, parte d’una dimensione presente e assente in quel momento temporale e in chissà quale altra temporale sfera!
Gli era sempre piaciuto il falco. Lo ammirava volteggiare maestoso nel cielo, le ali aperte quasi che le stesse potessero comprendere nella loro apertura il mondo intero, o almeno l’intero orizzonte, come un re al cospetto del suo regno simbolicamente racchiuso in un’unica sua apertura di braccia. Lo invidiava per il fatto che egli potesse spingersi ovunque volesse, su fin verso le apparentemente inviolabili vette della Grande Montagna, in un mondo senza alcuna limitazione fisica e, conseguentemente, spirituale: solo l’altezza come confine, l’elevazione massima verso l’infinito di un cielo senza termine immaginabile. Il suo volo era stupendo, unico, inimitabile: sprigionava una tale regalità che mai altra terrestre creatura, umana e non e pur di nobile rango, poteva anche solo avvicinare. Spesso la sua planata portava ad incrociare l’infuocato disco solare, e allora la sua parvenza di divinità aumentava ancora di più, la sua pennuta silhouette si ammantava d’un aureo alone sfolgorante che imprimeva nella pupilla impressionata la sagoma d’una visione quasi mistica, di un dio che volesse magicamente nobilitare la visione del mondo ad un qualche umano con la sua sublime presenza aerea […]
(Cliccate sull’immagine oppure qui per leggere tutto il racconto, su file pdf illustrato.)
Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata. Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.
Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità.
L’ultimo numero di “Uomini e Sport” (nr.32 – maggio 2020), il magazine edito e distribuito dalla catena di negozi Sport Specialist, una delle più note e affermate del settore, ospita un mio testo dedicato alla figura di Ercole “Ruchin” Esposito, arrampicatore bergamasco attivo negli anni Quaranta del secolo scorso capace di effettuare grandissime imprese su alcune delle più difficili pareti delle Alpi, salendo vie al limite delle possibilità alpinistiche del tempo, eppure sconosciuto o quasi ai più, in forza del periodo lungo il quale compì le sue scalate, coincidente con gli anni tragici del secondo conflitto mondiale, ma pure per una sua particolare e nobile umanità, nonostante le umili origini, che faceva della modestia e della naturalezza doti personali assolutamente peculiari – a differenza di quanto già allora accadeva e oggi ancor più nell’ambiente alpinistico, nel quale le primedonne non mancano affatto.
Per questo non ho voluto fare del testo il consueto – e francamente ridondante – recit d’ascension biografico e ordinariamente encomiastico, ma in esso ho cercato di evidenziare proprio la grande umanità che Esposito ha sempre portato con sé in parete a prescindere da vie, dati tecnici, difficoltà, ardimenti e altro, appunto, che ha fatto di lui una figura per molti versi inedita e quasi unica nella storia dell’alpinismo italiano di quel periodo. “Ruchin” è di quei personaggi le cui vicende mettono in luce la necessità di rilevare e salvaguardare nell’alpinismo – oggi ancor più che in passato – la sua fondamentale parte di umanità, che si manifesta anche se non soprattutto nella relazione tra l’alpinista e la montagna salita ovvero i luoghi attraversati per salirla. Altrimenti l’arrampicare i monti non è che uno sport: bellissimo, affascinante, emozionante, ma ennesimo tra tanti altri e che più nulla ha a che vedere con l’autentica cultura della montagna. Ne ho scritto giusto qualche tempo fa al riguardo, in un articolo volutamente provocatorio, sotto certi aspetti, ma a mio modo di vedere obiettivo e contestuale alla realtà di fatto della questione.
In ogni caso, a margine di tali questioni ma pure in relazione ad esse, la figura di “Ruchin” Esposito resta tra le più sorprendenti nella storia italiana dell’andar per monti, perché, per citarvi la chiusa dell’articolo,
è la storia di una relazione profonda con i monti, di una fusione tra l’anima dell’uomo e quella dei luoghi, del Genius Loci alpestre, una relazione da sempre fondamentale e necessaria per chiunque frequenti le montagne, sia esso alpinista provetto o semplice camminatore della domenica. «Le montagne sono solo un cumulo di sassi senza l’uomo che le sale» ha scritto il grande Walter Bonatti: d’altro canto, pochi ambiti come la montagna sanno fare che l’uomo non generi in sé un “cuore di pietra” e Ruchin, con la sua grande umanità, fremente d’una passione assoluta e genuina per i monti, ne è tutt’oggi una dimostrazione incomparabile.
Nella moderna civiltà dei consumi gli strumenti in grado di portare all’acquisizione estetica di nuovi paesaggi sono enormemente aumentati con il cinema, la fotografia e tutti quei mezzi che danno visioni nuove e «inconsuete» anche di paesaggi prima trascurati, rimasti nell’oblio. Sfruttando tutte queste forme di scoperta interviene poi la pubblicità turistica che se ne serve per valorizzare una località. Cosi quel paesaggio, subito usato, consumato, si degrada rispetto alla prima interpretazione. È quando la località «diventa alla moda», come si dice (un giorno sarà un’isola polinesiana, oggi è un tratto di costa mediterranea): luoghi verso i quali subito si riversa l’uomo della città industriale come verso isole intatte, introducendo così nuove modificazioni, secondo un processo incessante che sembra destinato a coprire tutti gli antichi paesaggi sopravvissuti come espressioni autoctone di vita (e come beni da scoprire, consumare, logorare e distruggere).
[Foto di Jonathan Reichel da Pixabay]La nostra società da tempo vede e considera la catena alpina come una barriera orografica e, per apparente conseguenza, una linea di confine geopolitica: come se fosse naturale che le Alpi, così morfologicamente simili a ciclopiche mura turrite, abbiano il compito di dividere i territori dei vari stati nazionali e le comunità sociali che vi fanno capo.
Ma “l’invenzione” delle Alpi come mura di confine è in verità il frutto (non solo, ma per gran parte) della visione illuminista e razionalista di matrice cartesiana generatasi nel Settecento, consolidatasi poi coi vari conflitti Otto-Novecenteschi anche per mere ragioni di comoda riconoscibilità politica – ancor più che geopolitica – dei vari territori nazionali. Prima che tale visione di potere prendesse il sopravvento, invece, le Alpi hanno sempre rappresentato un motivo, anzi, uno stimolo possente per il contatto, il transito, la collaborazione, lo scambio e sovente l’unione sociale, culturale e politica, e ciò fin da quando i territori alpini hanno cominciato ad essere densamente popolati e vissuti – dunque dall’anno Mille, suppergiù. Per fare qualche esempio: il Tirolo si estendeva di qua e di là del passo del Brennero, la Savoia includeva l’intera catena dei 4000 intorno al Monte Bianco, la comunità Walser occupava con continuità vallate a cavallo dello spartiacque alpino, senza contare che la Svizzera tutt’ora ha numerosi territori (il Canton Ticino in primis) che si estendono a Sud delle Alpi. Un tempo veniva naturale alle genti di un versante alpino andare a vedere cosa e chi vi fosse dall’altra parte, e non per poi guerreggiarci contro ma principalmente per fare commercio e affari, coi quali poi giungevano pure interscambi sociali, culturali, religiosi, artistici e quant’altro.
Le Alpi insomma, come hanno ben denotato autorevoli studiosi di cultura alpina – penso ad esempio a Enrico Camanni e Annibale Salsa, tra quelli italiani – sono sempre state una cerniera tra i popoli, non una barriera come ha invece voluto il potere politico da tre secoli a questa parte: e forse l’aver considerato in tal modo divisivo la catena alpina ha contribuito a generare molti dei problemi sociali e antropologici (abbandono delle terre, spaesamento, spopolamento, cementificazione turistica selvaggia, danni ambientali…) subiti dalle genti alpine nell’era moderna e contemporanea.
Ma, a ben vedere, le Alpi una cerniera lo sono ancora e lo devono essere ovvero devono tornare ad esserlo, in modo se possibile ancor più proficuo e necessario che in passato. Ciò senza nemmeno contare l’evidenza storica (pur drammaticamente fondamentale) che l’aver obbligato la catena alpina a diventare un muro di confine ha contribuito a scatenare molte delle numerose guerre degli ultimi due secoli, e dunque che sarebbe comunque bene riconsiderare l’intera visione culturale, ancor prima che geopolitica, delle Alpi all’interno del continente europeo: le montagne hanno sempre unito le genti, renderle muro di separazione, dunque sovvertirne totalmente il paradigma geografico, sociale e antropologico, non poteva che generare inevitabilmente conflitti insensati tanto quanto sanguinosi! Anche al di là di questa fondamentale verità, ribadisco, le Alpi possono e devono essere una cerniera sotto innumerevoli punti di vista:
Una cerniera tra genti dotate di culture e visioni della vita e del mondo del tutto similari dacché generate dallo stesso ambiente socio-antropologico storico nonché da una altrettanto similare psicogeografia.
Una cerniera dunque tra culture (in senso proprio) dello stesso genere, assolutamente capaci di dialogare tra di loro dacché in fondo parlanti la stessa “lingua culturale” anche se non lo stesso idioma linguistico.
Una cerniera di insuperabile valore tra mondo antropizzato e mondo selvaggio, tra presenza umana e wilderness, tra la presenza di uomini, animali, piante, rocce, vento, neve, eccetera.
Una cerniera naturale e di profonda emblematicità tra i fondamentali concetti di “territorio”, “ambiente” e “paesaggio”, ove un territorio geomorfologicamente “forte”, nel bene (visione estetica) e nel male (sopravvivenza quotidiana) genera forti reti sociali ambientali tra i suoi abitanti e il territorio stesso, il che dunque genera una altrettanto forte percezione e considerazione del paesaggio (un tempo di matrice mitologica, oggi di senso ecologico).
Una cerniera tra espressioni artistiche differenti ma tutte quante aventi come soggetto/oggetto il paesaggio alpino, quale territorio capace di offrire possenti narrazioni e potenzialità comunicative.
Una cerniera tra diverse visioni del mondo contemporaneo, anche e soprattutto contro la dicotomia “montagna-città” che invece di mettere in relazione i due ambienti li ha resi antitetici e in guerra, con i danni culturali e ambientali relativi.
Una cerniera tra diverse filosofie contemporanee, che in montagna trovano un ambiente ideale alla riflessione su di esse e alla visione dei loro effetti nel futuro – analogamente a come una vetta alpina offra una visione del “mondo di sotto” ben più ampia di qualsiasi altro luogo.
Una cerniera spirituale (teologica tanto quanto panteista o pagana), tra la Terra e il Cielo.
Una cerniera simbolica grazie alla quale mettere in evidenza l’importanza per il mondo contemporaneo delle resti sociali, non in contrapposizione a quelle virtuali del web, semmai come fondamentale e naturale ambito civile e civico tra individui (in montagna non ci si può non parlare a vicenda, come a volte succede in città: lassù lo scambio di esperienze d’ogni genere risulta ancora oggi necessario e di reciproco vantaggio, in fondo come accadeva nel passato quando le Alpi facevano da stimolo al contatto tra versanti e vallate diverse, appunto).
Una altrettanto simbolica cerniera tra le diverse concezioni di “viaggio”: viaggio di scoperta, di esplorazione, d’avventura, viaggio sportivo (alpinistico), viaggio culturale, viaggio di meditazione…
…E così via, si potrebbe continuare ancora a lungo. Insomma: il concetto di “Alpi come cerniera”, credo risulti oggi di grande e profondo valore, da (ri)mettere in luce nel modo più “chiarificatore” possibile. È quanto mai necessario rendere nuovamente familiare agli uomini contemporanei una tale verità storica di così notevole importanza ed emblematicità: necessario per conoscere e riconoscere meglio le Alpi, spazio, territorio, luogo e paesaggio fondamentali per l’intero continente europeo e per le sue genti. Anche perché, in effetti, riconoscere le Alpi equivale a poter (ri)conoscere meglio noi stessi in relazione col mondo che ci ritroviamo attorno e che abitiamo, viviamo, attraversiamo. Per osservarlo e comprenderlo meglio: ecco, proprio come – ribadisco – si può fare in modo sublime osservando l’orizzonte del mondo da lassù, dalla vetta di una montagna alpina.