Uomo e Natura, l’enorme presunzione che resta incontrastata

[John Muir nel 1902.]

Nessun dogma insegnato dalla civiltà attuale sembra costituire un ostacolo così insuperabile sulla via di una giusta comprensione dei rapporti che la cultura intrattiene con la natura selvaggia, come quello che dichiara che il mondo è fatto apposta per l’uso degli uomini. Ogni animale, pianta e cristallo lo contraddice nei termini più chiari. Eppure viene insegnata di secolo in secolo come qualcosa di sempre nuovo e prezioso, e nell’oscurità che ne risulta si lascia che l’enorme presunzione rimanga incontrastata.

[John Muir, Wild Wool in “Overland Monthly”, volume 14, numero 4, aprile 1875, pagina 364.]

Come ribadisco ogni volta che mi ritrovo a leggere e proporre citazioni del genere, queste parole il grande John Muir le scrisse 150 anni fa ma il loro senso e il valore oggi appaiono immutati, se non accresciuti.

L’errore fondamentale non sta nella pretesa dell’uomo di “conquistare” la Natura e adattarla alle proprie esigenze – cose che d’altro canto hanno fatto della razza umana una civiltà – ma nella presunzione, che sovente diventa prepotenza, di volerla soggiogare a tutti i costi, credendo di avere il diritto “divino” di farlo senza limite alcuno. Certa turistificazione estrema delle montagne oppure alcune attività industriali ancora perpetrate nei territori in quota (si vedano le immagini sottostanti) lo dimostrano perfettamente, ma è palese e altrettanto estrema la dannosità di questo modo di fare umano, tanto privo di ogni buon senso, nell’usare il territorio naturale: dannoso non tanto contro la Natura ma soprattutto contro l’uomo stesso, che accecato dalla propria presunzione non si rende conto del danno che si sta cagionando e, come si vede, da secoli non è nemmeno in grado di capire ciò che fa. Come scrisse Muir, ad oggi la presunzione rimane incontrastata (e amplificata) e spiega il perché di molti di quei progetti e interventi pensati e imposti alle montagne. Che inevitabilmente si ritorceranno contro chi li ha ideati ma pure su chiunque altro, purtroppo.

[Escavazioni per nuovi impianti sciistici a Ovindoli, provincia dell’Aquila.]

[Il bacino marmifero di Torano, sopra Carrara. Immagine tratta da gognablog.sherpa-gate.com.]
Il nocciolo della questione non è che non bisogna fare cose, in Natura, ma farle sempre con buon senso cioè, per dirla con Muir, in base alla giusta comprensione dei rapporti che la cultura umana intrattiene con la Natura selvaggia. Non si direbbe una cosa tanto difficile da attuare per la razza più intelligente e dominante sul pianeta. Invece a quanto pare lo è.

Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente? Ecco le risposte

[Foto di Olivier Miche su Unsplash.]
Qualche giorno fa ho proposto agli amici del web una domanda di quelle a cui rispondere d’istinto, pensandoci il meno possibile:

«Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente, in una parola?»

Ringrazio veramente di cuore tutti quelli che hanno voluto rispondere: innanzi tutto per averlo fatto e avervi dedicato qualche attimo del loro tempo, inoltre perché facendolo hanno composto con le risposte fornite (tutte di peculiare valore) un racconto tanto minimale quanto profondo del rapporto più intimo che lega tutti quanti alle montagne, in qualche modo facendoci “appartenere” a esse e viceversa. Le risposte le trovate radunate in ordine sparso nel file pdf qui sotto (cliccateci sopra se volete scaricarlo):

Come nel post con la domanda accennavo al fatto che le risposte fornite non abbisognassero di spiegazioni perché frutto dell’istinto, della parte più sincera e genuina della persona, dunque in grado di spiegarsi da sé, parimenti – cioè per lo stesso principio – ora penso che non occorra commentarle: raccontano molto già da sole e numerose scaturiscono evidentemente dalla vita privata di chi le ha date, dunque penso sarebbe poco rispettoso e molto presuntuoso farlo.

Mi permetto solo un’osservazione riguardo le tre risposte più citate: libertà, pace, silenzio. Solo apparentemente potrebbero risultare scontate, ma non lo sono affatto; tutte fanno riferimento a qualcosa di immateriale, a elementi di grande importanza per la nostra esistenza quotidiana che, così pare, la montagna sa offrire. Ma sono risposte che in realtà si possono interpretare anche dalla “parte opposta”: evidentemente libertà, pace e silenzio li distinguiamo in montagna, al punto da farne elementi primariamente referenziali, perché non riusciamo più a coglierli e a ritrovarli negli altri contesti della quotidianità vissuta e ciò non soltanto perché altrove si debba necessariamente sottostare a maggiori e più diffuse regole del vivere comune.

Ciò, dal mio punto di vista, esorta alla salvaguardia della dimensione montana proprio perché contraltare di quella urbana ma non in contrapposizione, semmai nel riconoscimento della reciproca alterità materiale e immateriale attraverso cui riconoscere e apprezzare le diversità dell’una e dell’altra. In montagna trovo ciò che non trovo in città (o in altri contesti differenti) e viceversa, dunque l’una mi consente di poter vivere meglio l’altra. Ecco perché imporre a forza modelli metropolitani e variamente urbani ai contesti montani, come ad esempio avviene spesso attraverso le dinamiche del turismo di massa, è quanto di più devastante vi possa essere: non solo si porta il caos dove c’è pace, non soltanto si propaga il rumore dove abitualmente c’è il silenzio ma pure si diffonde lassù l’illusione (e l’inganno) di poter essere “liberi” invero sottostando agli stessi vincoli che determinano la quotidianità ordinaria, peraltro smarrendo la facoltà di rendersene conto perché tutto viene riferito alla stessa normalità, senza più alcuna alterità. È la cosa più grave di tutte, secondo me, innanzi tutto proprio per la montagna.

Tuttavia, ribadisco, sono solo considerazioni meramente personali e abbastanza impulsive. Al netto di queste e di qualsiasi altra, la cosa (e l’augurio) invariabilmente importante è che la montagna possa continuare a suscitare pensieri istintivi così variegati e ciascuno a suo modo profondi ancora per molto tempo. Vorrà dire che sapremo sempre e comunque appartenere ad essa così come la montagna a noi stessi e alla nostra esistenza, garantendoci a vicenda. Una cosa di inestimabile valore, senza dubbio.

Le gare di trial dentro un torrente, in Valsassina

Leggo del successo di organizzazione e di pubblico, oltre che agonistico, della tappa italiana della Coppa del Mondo di Trial, svoltasi lo scorso fine settimana in Valsassina (provincia di Lecco), territorio montano che tra l’altro esprime uno dei motociclisti più forti del circuito. Al punto che la federazione internazionale avrebbe già chiesto agli organizzatori valsassinesi di bissare la tappa mondiale anche l’anno prossimo.

Posto ciò, ho personalmente trovato poco gradevole che uno dei campi di gara allestiti fosse dentro il torrente della Valle dei Mulini, una delle zone naturalisticamente più pregiate – e pubblicizzate – della Valsassina. Certamente c’erano tutti i permessi del caso, sicuramente il tratto interessato dalle gare era all’inizio della vallata in una zona già antropizzata, senza dubbio ci sarà stata massima attenzione al ripristino dell’area dopo la competizione. Fatto sta che vedere delle motociclette dentro l’acqua di un torrente di montagna – già nell’ambito del Parco della Grigna Settentrionale, come indicano i cartelli in loco – non è affatto bello e comunque farebbe pensare a una scarsa attenzione e sensibilità verso l’ambiente naturale locale, oltre a far temere che qualche trialista decida di emulare i campioni in gara qui o in qualche altro torrente della zona, forte della solita assenza di controlli al riguardo e del benaltrismo imperante sui temi della salvaguardia ambientale. Inutile rimarcare che i corsi d’acqua di montagna sono tra gli elementi del territorio naturale che più abbisognano di cura e tutela, come è unanimemente risaputo.

Ovviamente queste mie osservazioni verranno prese da qualche appassionato della specialità come un affronto da “ambientalista da salotto” se non da “solito rompicogl…”: amen, d’altro canto credo che evitare quanto sopra sarebbe un bel segnale da parte dei soggetti promotori e organizzatori, nel caso che le gare siano replicate anche l’anno prossimo, nei confronti delle proprie montagne e della loro bellezza naturalistica, che sicuramente dà pregio alla Valsassina ben più di una competizione motociclistica di due giorni, per la quale di campi di gara consoni e ben più in grado di dare lustro alla valle se ne potranno trovare a iosa. Basta un poco di sensibilità in più, appunto.

P.S.: qui trovate una bella descrizione dell’escursione in Valle dei Mulini, tratta dal sito web di Trekking Lecco. Le immagini delle gare sono invece tratte da “Valsassina News”.

La “Montagna Sacra”, l’invasività umana e il senso del limite

P.S. – Pre Scriptum: il presente testo, che ho curato insieme al Comitato Promotore del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, è stato pubblicato in origine nella sezione Sherpa “La Montagna Sacra” il 13 giugno 2024 e quindi ripreso il giorno successivo nel “GognaBlog” di Alessandro Gogna per l’estrema importanza attribuita al testo e ai suoi contenuti.

Lo scorso 2 giugno su “L’AltraMontagna” il professor Mauro Varotto, docente di Geografia culturale all’Università di Padova, ha pubblicato un articolo con alcune personali considerazioni intorno al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, con il quale il comitato promotore, composto da un nutrito e prestigioso gruppo di personalità variamente afferenti all’ambito della montagna, propone di considerare “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, posto tra Valle Soana e Valle di Cogne entro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, invitando all’astensione volontaria alla sua come proposta culturale forte e di valore altamente simbolico: un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della natura, per il quale l’attributo “Sacra” va inteso nella sua forma di costrutto culturale sostanzialmente laico, nel senso di “inviolabile” (come per la proprietà privata). Ovviamente non è istituito alcun divieto alla salita, com’è ampiamente ribadito nel documento progettuale e negli articoli di Farina e Mingozzi pubblicati nel volume “Sacre vette” di cui lo stesso Varotto, con Ines Millesimi, è autore. L’invito è proposto, non imposto, come un libero atto personale, emblematico e funzionale alla riflessione sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi. L’accelerazione dell’impronta di certe pratiche antropiche sulle vette a qualsiasi latitudine e a qualsiasi quota impone inevitabilmente delle riflessioni, un ripensamento nell’incoraggiare un nuovo modo di vivere il contatto dell’uomo con la cima e le sue valli, in una relazione più rispettosa, nonché un ripensamento dei valori sottesi alla pratica dell’alpinismo in questi ultimi anni. Dunque almeno una vetta, almeno questa volta, da lasciare libera dalla presenza umana per rendere altrove l’uomo più consapevole della relazione culturale con la realtà naturale e di quei concetti citati, di importanza tanto fondamentale quanto oggi ineludibile.

Le considerazioni del professor Varotto sono interessanti, in forza della loro articolazione e per come diano seguito a quello che è il fine principale del progetto della “Montagna Sacra”, anche prima delle proprie finalità programmatiche: agevolare il confronto e il dibattito su temi di grande importanza riguardo la frequentazione umana contemporanea e futura delle terre alte, verso i quali Varotto dimostra attenzione e considerazione alimentando l’esercizio del libero pensiero e del confronto aperto in un’epoca nella quale, troppo spesso, tale esercizio viene ridotto a uno scambio di frasi fatte pressoché prive di cognizione specifica e approfondimento.

Inoltre, Varotto riflette su alcuni degli argomenti nodali alla base del progetto, riponendone in luce il valore e così permettendone la chiarificazione, a partire dal citato «divieto» di salire la “Montagna Sacra”: non esiste alcun divieto da nessuna parte nel progetto il quale, anzi, evidenzia da subito nel proprio “manifesto” l’assenza di qualsiasi simile prescrizione all’ascesa. Il termine semplifica in maniera fin troppo radicale ciò che il progetto propone: un invito all’astenersi dal salire il Monveso di Forzo come atto simbolico – per il quale dunque un “divieto” sarebbe inappropriato – e di assunzione di consapevolezza meditata riguardo i concetti alla base, citati poco fa. Poste queste osservazioni, la domanda posta da Varotto su dove si debba considerare l’inizio e la fine della “Montagna Sacra” risulta a sua volta inappropriata ovvero espressamente legata a una lettura geografica della questione, a fronte di un invito di matrice immateriale dacché correlato non alla forma ma ai concetti che danno contenuto al progetto. Il fatto che Varotto non abbia trovato una risposta soddisfacente a tale domanda (in verità indicata nel documento progettuale: «l’intera piramide») è dunque comprensibile dacché inevitabile: non può esserci risposta, in buona sostanza, se non se ne vuole trovare una. Di contro, la sineddoche spaziale che indica Varotto è già assai evidente in senso opposto, per come il turismo di massa abbia reso una “vetta” adeguatamente brandizzata in senso lato dal marketing l’intera montagna (esempio inevitabile: il Cervino/Matterhorn), così che la conquista in senso “classico” della prima possa diventare e “giustificare” la conquista del suo intero territorio. Ma poi: si possono ancora definire montagna certi “luoghi” (virgolette quanto mai necessarie, proprio perché le parole sono importanti) in quota pesantemente antropizzati e urbanizzati al punto da non presentare più differenze sostanziali con le città? Proprio la città che conquista la montagna, paradigma ormai obsoleto per come oggi risulti massimamente pericoloso eppure ancora ampiamente utilizzato per giustificare certa infrastrutturazione turistica a dir poco pesante che intende la “valorizzazione” delle montagne come una pratica consumistica sia dal punto di vista ambientale che culturale, rappresenta uno degli aspetti che rende fondamentale la “transizione culturale” per la quale il progetto della “Montagna Sacra” si fa strumento di riflessione e di azione.

D’altro canto il perseverare di questo paradigma assai deteriorato diventa manifesto in un recente fatto che coinvolge proprio il Parco Nazionale del Gran Paradiso: la decisione di ripristinare la libera circolazione del traffico motorizzato sulla strada del Nivolet, circostanza che sta generando un notevole dibattito anche per come venga giustificata dai responsabili del Parco con motivazioni che lasciano molto perplessi. Una circostanza che sembra fatta apposta per rispondere alla seconda domanda posta da Varotto circa le finalità di un parco nazionale in quanto soggetto di tutela ambientale – sia del Gran Paradiso o qualsiasi altro – e che conferisce ancora più valore simbolico e forza concreta ai concetti della “Montagna Sacra”. Di contro, è evidente come la “Montagna Sacra” differisca ampiamente dall’idea alla base delle riserve naturali: se queste hanno il compito di tutelare materialmente i paesaggi, gli habitat e le specie nonché, più in generale, la diversità biologica che racchiudono, imponendovi regole e divieti di accesso e frequentazione libera, la “Montagna Sacra” si pone il compito immateriale e per ciò ancor più emblematico di agevolare la riflessione sulla necessità di saper riconoscere dei limiti all’invasività umana senza per questo imporre alcun divieto o prescrizione, appunto,  ma come approfondita presa di coscienza personale, dunque di valore morale e civico ben più compiuto e formalmente più efficace. Per tali motivi non sussiste alcun pericolo di “greenwashing” nel progetto, semmai è l’opposto, per come esso denunci la presenza di questa devianza in molti casi dei quali si dichiari la piena “sostenibilità ambientale” – anche riguardo certe iniziative delle stesse aree di tutela. Vedi sopra la questione delle auto al Nivolet: si direbbe ben più pratica di “greenwashing” questa! Invece, a poca distanza, un’altra valle facente parte del Parco del Gran Paradiso, la Valle Soana con la propria “Montagna Sacra”, indica che un’altra via alla frequentazione della montagna, ben più consapevole e sensibile, è possibile e da considerare. Per gli stessi motivi il progetto non agevola affatto – anzi ha già espresso i propri dubbi su alcune proposte al riguardo – l’eventuale istituzione di altre montagne “sacre”: non è la quantità di esse a dover aumentare ma la qualità del pensiero diffuso intorno ai temi cardine del progetto, per i quali il Monveso è il simbolo primario che ne conserva in sé il valore pieno.

Infine, intorno alle considerazioni dalle quali Varotto formula la sua terza domanda sulla “Montagna Sacra”, al netto del rimarcare nuovamente l’assenza totale nel progetto di alcun divieto applicato a qualcosa o qualcuno, che invece Varotto ripete basando su tale forzatura lessicale i propri appunti, così come non viene espresso alcun «giudizio universale di condanna» contro chicchessia, pare evidente che ancora si scelga di insistere sulla forma data al progetto per non considerarne piuttosto la sostanza tematica, nella quale non manca affatto la considerazione della presenza e del portato antropico – e antropologico – dell’uomo nelle terre alte. A ben vedere «quegli uomini (e donne) che si sono adoperati per addomesticare, curare, favorire la biodiversità nel pianeta, vivere in faticosa armonia con la natura» lo hanno fatto proprio praticando in maniera virtuosa la necessità di un limite evitando l’invasività eccessiva nel territorio naturale: l’armonia con esso non scaturisce proprio dall’osservanza di questa necessità? Pare evidente che queste donne (perché messe nelle parentesi?) e questi uomini che sanno ben contenere e armonizzare la propria presenza in natura, vivendoci e lavorandoci, non sono proprio paragonabili alla presenza che invece manifestano altre attività – come certo turismo di massa, ad esempio – che invece la basano sul no-limits e sulla libertà di conquista (commerciale e consumistica) di qualsiasi spazio, anche se intatto e incontaminato, quando possa essere messo a valore e (s)venduto. La natura non ha bisogno che la “valorizzi” – il valore lo ha in sé – tutt’al più necessita di essere fatta conoscere nel modo più compiuto possibile.

D’altronde, proprio se avesse voluto imporre «l’esclusione della frequenza e della presenza umana» su più vasta scala montana, il progetto della “Montagna Sacra” avrebbe scelto una vetta ben più famosa come il Gran Paradiso o il Monte Bianco: ma, come ribadito fin dalle prime uscite pubbliche del progetto – ormai due anni fa -innegabilmente questa eventualità sarebbe apparsa soprattutto come una provocazione, per nulla costruttiva, concettualmente troppo radicale, inevitabilmente divisiva e attaccabile in mille modi – giustamente, peraltro. Non avrebbe rappresentato adeguatamente le finalità del progetto, le avrebbe annacquate nell’inesorabile polemica che infine se le sarebbe rapidamente divorate annullando qualsiasi sua finalità virtuosa, materiale e immateriale. Invece, la “Montagna Sacra” non vuole provocare gli animi ma stimolare le menti, non vuole dividere i frequentatori delle montagne in fazioni contrapposte ma unirli in una riflessione il più possibile ampia e condivisa, radunarli in una palestra delle idee così da esercitarvi il libero pensiero. La “sacralizzazione laica” del Monveso è il simbolo e non il fine, è il vertice ultimo concettuale di una considerazione elaborata e strutturata sulla presenza umana nelle terre alte, di qualsiasi genere essa sia, che sappia nuovamente e consapevolmente comprendere il proprio portato sul territorio, sull’ambiente e sull’elaborazione del paesaggio nonché la necessità di armonizzarsi al luogo al quale riconoscere una “sacralità”: peculiarità originaria insita nel territorio naturale montano, come rivela l’etimo primigenia del termine e dei suoi derivati, tanto quanto «elemento della struttura della coscienza» come sottolinea Mircea Eliade. Le cui parole citate da Varotto, più che una confutazione dell’idea della “Montagna Sacra” appaiono invece come un’importante approvazione: «La società occidentale attuale ha perso la confidenza con la concezione sacra dell’esistenza: man mano che la cultura scientifico-razionale ha preso piede, progressivamente è scomparsa la presenza della dimensione del sacro che un tempo, nella vita di tutti i giorni, era presente in ogni cosa. Il sacro serve a tenere insieme il Tutto, a dare ad esso un senso trascendente. Il sacro non divide, non separa, non compartimenta Uomo e Natura: li unisce. Il sacro sta nella relazione intima con l’alterità.» Quell’alterità che l’uomo, proprio in quanto creatura dominante, intelligente e senziente, dotato in coscienza del senso di “sacro”, ha innanzi tutto il dovere di salvaguardare e tutelare, nel caso pure facendosi “altro” rispetto ad essa, lasciandovi spazio e allontanandosene – inevitabilmente, vista l’impronta umana sovente devastante per qualsiasi altro elemento ecosistemico – così da poter salvaguardare pure la relazione intima con l’alterità. Il progetto della “Montagna Sacra” sostiene proprio questo: non in modalità divisive, proibitive, compensative e men che meno retoriche, semmai sollecitando la più totale libertà di opinione al riguardo proprio perché elemento di relazione con l’alterità antropologica della quale il progetto si alimenta.

Domenica 2 giugno, come osservato anche da Varotto nel proprio articolo, si è svolta ai piedi del Monveso di Forzo “Insieme per la Montagna Sacra”, l’annuale giornata di sensibilizzazione sul progetto e sulle sue finalità. Se il professor Varotto, invece di pensare che «non sarei mai andato a vedere il Monveso di Forzo» decidesse di recarsi in Valle Soana almeno una volta, magari in un prossimo evento organizzato dal progetto, sarebbe ovviamente il benvenuto e forse, al netto della più totale libertà di pensiero e di opinione, nella contemplazione del Monveso potrebbe trovare più rapidamente che in altri modi le migliori risposte alle sue legittime domande. Sarebbe una cosa importante al pari del suo contributo qui dissertato al dibattito sulla “Montagna Sacra”.

N.B.: tutte le foto qui presenti, ovviamente, raffigurano la “Montagna Sacra”, il Monveso di Forzo.

La strumentalizzazione politica del Monte San Primo (pur di imporvi i nuovi impianti sciistici)

È più che evidente, nei, modi, nelle parole, negli atteggiamenti (ben spalleggiati dagli enti superiori di parte) del sindaco di Bellagio, che ormai la vicenda del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, che per la sua dissennatezza ha fatto il giro del mondo – e ovunque è stato biasimata – il primo cittadino l’abbia trasformata in una questione personale (finanziata con soldi pubblici, però!), totalmente ideologica e propagandistica. Egli a tutti gli effetti considera il San Primo “roba sua” e dei suoi sodali, pretendendo dunque di imporgli il proprio progetto pur se palesemente irrazionale sotto ogni punto di vista (ambientale, climatico, ecologico, paesaggistico, economico, turistico, politico) e destinato al fallimento, per ciò infatti negando qualsiasi confronto e interlocuzione con chiunque non stia dalla sua parte – in primis le 38 associazioni che formano il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – e al contempo continuando a fare di costoro il bersaglio di espressioni sprezzanti (le sue ospitate televisive lo hanno ben dimostrato, ma al riguardo si legga anche l’articolo qui sopra) e di considerazioni ideologicamente strumentali. Nelle quali peraltro da sempre non si riscontra alcuna plausibile giustificazione al progetto, che con tutta evidenza ritiene superflue. Oppure, obiettivamente, perché non ce ne possono essere.

Una posizione, quella del sindaco, che la dice lunga sulla “filosofia” alla base del progetto del San Primo ma pure sulla sensibilità e la relazione che egli vuole mantenere con la montagna locale: un luogo meraviglioso, ricco di bellezza e di infinite potenzialità per lo sviluppo di un turismo realmente in grado di valorizzare la montagna, dal sindaco e dai suoi sodali visto come uno spazio vuoto da riempire di cose prive di logica e da sfruttare il più possibile solo per averla vinta su tutti.

Tutti, sì: perché tutti sono contro tale dissennato progetto, cioè chiunque abbia a cuore il Monte San Primo, la sua bellezza, la possibilità di goderne pienamente senza inutili e irrazionali contaminazioni nonché, di rimando, chiunque abbia a cuore tutte le nostre montagne e il loro buon futuro.

Cose fondamentali ma che, evidentemente, il sindaco di Bellagio disdegna e considera insignificanti, purtroppo. Già, perché non ci si può che dispiacere nel constatare un atteggiamento di questo genere, così avverso alla realtà della montagna e alla sua più consona e equilibrata frequentazione. Ma che possano rinsavire, il sindaco e gli altri rappresentanti politici sostenitori del progetto sul San Primo, resta comunque la speranza. Che è l’ultima a morire, come si dice – con l’augurio che non “muoia” prima la bellezza del Monte San Primo!

N.B.: cliccate sull’immagine dell’articolo de “La Provincia” per leggerlo direttamente nel sito del giornale.

N.B.#2: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”  del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Invece qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.