L’emerito Andrea Savonitto

Con la fine dell’anno in corso Andrea Savonitto, da tanti conosciuto come “il Gigante” (o più brevemente “Gig”) è diventato guida alpina emerita, dopo oltre quarant’anni di servizio per le montagne di mezzo mondo nonché trentacinque da gestore di rifugi e capanne, il tutto, come ha scritto sulla propria pagina Facebook con la sua abituale ironia, senza «mai un incidente al cliente…neanche un mignolo, senza aver avvelenato alcun*. Magari qualche cagotto, certamente mirato e meritato, ma MAI itteri o ricoveri coatti».

Ho la grande fortuna e il privilegio di conoscere Savonitto da qualche tempo e a sufficienza da essere veramente felice di saperlo guida “emerita” – quantunque ciò riveli pure una sua sempre più “diversa giovinezza”, ma è inevitabile d’altronde – e, ripensando alla sua presenza sulle montagne e all’attività svolta, di comprendere come un tale titolo non sia solo la conseguenza di un’anzianità di servizio ma diventi pure la presa d’atto ufficiale di un’aura quasi leggendaria che il Gigante ha acquisito in questi quaranta e più anni – facendolo gigante non solo nella statura ma pure nella considerazione guadagnata da tutti i frequentatori della montagna che vi hanno avuto a che fare, da clienti su itinerari alpinistici e escursionistici, allievi, pubblico delle sue conferenze, ospiti dei rifugi gestiti, ma pure da chi non l’abbia direttamente conosciuto e sia stato solo raggiunto dalla sua fama.

[Savonitto nel 1979, durante l’apertura de “Il Capellaio Matto”, la prima via alla Scogliera Morgana a Varenna, Lecco. Immagine tratta da www.planetmountain.com.]
Grandissimo alpinista, esploratore di mille pareti e falesie dalle Alpi alle piramidi (letteralmente) e anche altrove, sulle quali ha tracciato innumerevoli vie che sovente hanno fatto scuola diventando classiche ricercate e frequentate (l’ultima sua opera in tal senso è la falesia di Vandea sul Monte Berlinghera, sopra il lago di Mezzola all’ingresso della Valchiavenna), autore e curatore di numerose guide di arrampicata, escursionismo e scialpinismo, figura carismatica seppur a volte schiva, in certi momenti di primo acchito apparentemente scorbutico ma in realtà sempre ironico perché innanzi tutto autoironico, sovente sarcastico al limite del caustico, irrequieto perché visionario ma sempre intelligente e sagace, anche quando esprima pensieri e pareri con i quali non si concordi ma che comunque obbligano alla riflessione e al confronto, geniale in certe sue trovate che in quanto tali – troppo avanti, troppo fuori dalla norma, troppo “sovversive” – non sono state comprese da molti e per questo ampiamente criticate ma senza che mai ne condizionassero le idee e le azioni, oppure che gli hanno fatto commettere “errori” ma sempre nel contesto di esplorare ciò che poteva e sembrava essere la cosa giusta da fare in un dato luogo e in un certo momento, e se poi non lo era bastava cambiare le cose e rifocalizzare gli obiettivi. «Una vita spesa per la montagna» si potrebbe affermare per Savonitto, ma risulterebbe una cosa fin troppo banale e scontata da rimarcare. Forse è più vero l’opposto, cioè che Savonitto è stata e rappresenta una vita guadagnata dalle montagne, per come nei suoi modi a volte personali e particolari ma sempre coinvolgenti abbia saputo valorizzarne infiniti angoli altrimenti ignorati e sottovalutati, al contempo manifestando un modo di andare per monti sempre basato innanzi tutto sul divertimento e sulla passione, tanto scanzonato quando consapevole del qui-e-ora, di come sia necessario, per esplorare, vivere e godere veramente delle montagne, sia su vie d’arrampicata verticali o nel corso di tranquille passeggiate per famiglie, sentirsi pienamente vivi su di esse.

[Savonitto nella “sua” Vandea, nel 2023.]
Ecco, mi viene da pensare che Andrea “Gig” Savonitto abbia tutti i titoli per essere una guida alpina emerita perché, come detto, a modo suo ha saputo rendere “emerite” molte montagne, spesso di quelle che non sarebbero potute essere tali e grazie a lui lo sono poco o tanto diventate. «Chapeau!» insomma, e visto che la sua anagrafica è diversamente giovane ma non ancora troppo, l’augurio è che ancora per moltissimo tempo possa emeritamente salire montagne d’ogni sorta e rendere ugualmente “emerito” ovvero memorabile l’incontro con chiunque se lo ritrovi davanti.

(Tutte le immagini, ove non diversamente indicato, sono tratte dalla pagina Facebook di Savonitto.)

Vivere in montagna esige impegno e responsabilità, che non tutti comprendono e rispettano

Chi sceglie di accettare i limiti dell’isolamento geografico e di restare crea necessariamente un legame con il luogo, che può crescere e sfociare in un impegno più ampio e profondo. Pur non essendo perfette, queste comunità procedono nella giusta direzione.

Così scrive Malachy Tallack a pagina 89 de Il Grande Nord – libro del quale vi ho scritto qui – raccontando dei suoi viaggi in alcune delle zone più remote e ambientalmente difficili dell’emisfero settentrionale, tuttavia abitate da tempo immemore da genti che vi ci sono adattate e hanno sviluppato culture e civiltà peculiari, figlie di quegli stessi territori e delle loro caratteristiche geografiche, naturali e ambientali.

È un’osservazione che risulta perfettamente consona e valida anche per le nostre montagne, alle cui condizioni difficili da secoli i montanari hanno saputo adattarsi pur tra mille criticità, in una costante ricerca di equilibrio con l’ambiente naturale che ha sviluppato nel tempo una relazione peculiare tra le montagne e i loro abitanti: relazione a sua volta problematica, per certi versi, ma comunque più profonda di altre elaborate in ambiti meno ostici e più ospitali.

Oggi tutto questo vale se possibile ancora di più che nel passato. Il progresso ha reso la vita dei montanari più facile e confortevole ma non sempre è stato governato al meglio, soprattutto dal punto di vista politico: basti pensare alla carenza di servizi di base di cui soffre la gran parte delle nostre montagne, che rende la residenza lassù nuovamente meno semplice, dunque meno attrattiva, di quella in città. Per questo anche oggi vivere in montagna in maniera consapevole significa «accettare i limiti dell’isolamento geografico» che è anche isolamento politico, come detto, quindi impone ai montanari – siano essi tali di origine o per scelta – un impegno più ampio e profondo per restare a vivere tra i monti e per farsi comunità, forse l’elemento fondamentale, questo, che può mantenere vive e vissute le nostre montagne.

È un impegno, una responsabilità, un dovere che può essere anche un diritto quando tale impegno sia assunto in maniera proattiva, ovvero proprio con la precisa e consapevole volontà di compierlo a tanto a vantaggio proprio quanto per il bene delle montagne sulle quali si vive. Cioè quando il legame, la relazione con i luoghi abitati siano attivi e profondi così che ci si senta pienamente parte del luogo, del suo paesaggio, della realtà locale in divenire, dello spazio e del tempo che lo definiscono continuamente.

Questo impegno e questa responsabilità elaborati dalle comunità di montagna, così importanti e necessarie, purtroppo vengono spesso ignorati, a volte disprezzati se non proprio calpestati, da uno dei comparti economici che nel tempo è divenuto fondamentale per le nostre valli alpine, il turismo. Un’industria che si dimostra spesso antitetica, nei propri fini, alle dinamiche civiche e politiche della realtà quotidiana delle nostre comunità montane, delle quali non riconosce affatto l’impegno suddetto se non intendendolo solo come strumento da porre al servizio e assoggettare ai propri obiettivi commerciali. Cosa peraltro inevitabile: il turismo contemporaneo è concepito ed è stato costruito (negli ultimi anni soprattutto) a mero uso e consumo di “clienti” paganti a cui interessa fruire di certi servizi, sempre meno interessati ai luoghi e alla permanenza in essi. Giusto così, da loro punto di vista: il problema infatti non è in essi ma nell’industria turistica, appunto, che a fronte della fornitura di servizi ai turisti dovrebbe di contro elaborare più vantaggi possibili per l’intera comunità del territorio nel quale opera.

È qualcosa che accade molto di rado, a mio parere. In montagna la comunità residente dovrebbe essere sempre al centro – e il centro – di qualsiasi iniziativa realizzata, il che è la condizione ideale affinché anche ogni altra cosa, e innanzi tutto il turismo che del territorio e di ciò che contiene vive, possano svilupparsi nei modi più proficui. Ciò genererebbe un circolo virtuoso grazie al quale l’impegno e la responsabilità di chi vive nel territorio, funzionale al suo benessere generale, sosterebbe di conseguenza anche quello di chi vi resta occasionalmente e per poco tempo ma comunque in grado di cogliere la presenza e il portato di quell’impegno, magari contribuendovi a sua volta per quanto possibile – ad esempio, manifestando più rispetto per i luoghi per averne constatato la cura riservata ad essi dagli abitanti.

In questo modo, le comunità che «procedono nella giusta direzione» di cui scrive Tallack non sarebbero più sole come oggi spesso appaiono oltre che in balìa del potere e dei voleri di soggetti esterni – come l’industria turistica, appunto – e il loro impegno locale verrebbe sostenuto anche da chi visita le loro montagne periodicamente, anche solo per una volta. Nella giusta direzione si ritroverebbero a procedere tutti quanti, dunque, con grandi vantaggi per chiunque.

Per tutto ciò credo che il comparto del turismo – innanzi tutto, ma parimenti chiunque operi per tornaconto sulle montagne – dovrebbe manifestare un pari impegno e una simile responsabilità verso di esse che a suo modo rispecchino quelli dei montanari residenti. Sarebbe una consonanza funzionale non solo agli interessi di chiunque ne sia coinvolto ma pure a una reale, autentica salvaguardia delle nostre montagne da qualsiasi criticità si presenti oltre che alla resilienza (civica, sociale, economica, culturale, ambientale, eccetera) nel tempo del tessuto antropico che sceglie di viverci. La “giusta” direzione condivisa verso il futuro, per evitare che montagne e montanari restino incastrati in un presente senza prospettive o, peggio, che ricadano in un passato tragicamente ucronico.

(Le immagini ritraggono il borgo di Chamois, in Valle d’Aosta, l’unico comune italiano non raggiungibile in auto ma solo in funivia o a piedi. Sono tratte da facebook.com/lovechamois.)

Due esempi di “sensibilità politica” verso le montagne, uno svizzero e uno italiano

Il Monte Generoso rappresenta un elemento chiave del patrimonio territoriale del Cantone Ticino e del Mendrisiotto. Come Parco naturale riconosciuto a livello cantonale, svolge un ruolo fondamentale nel sistema delle aree protette. Oltre al suo valore naturale, il Generoso si distingue per la sua biodiversità, il paesaggio culturale unico, la riserva idrica per i comuni, l’importanza agricola e la forte attrattività turistica sia per i residenti che per i visitatori internazionali.
L’aggiornamento del piano si concentra sulla conservazione del delicato equilibrio tra natura e attività umane. Grande attenzione è rivolta al settore agricolo, considerato determinante per il mantenimento del paesaggio e del patrimonio culturale. Sostenere l’agricoltura locale rafforza anche l’attrattività del territorio per un turismo sostenibile.

Ciò che avete appena letto lo si trova nel progetto di revisione del Piano di Utilizzazione del Parco del Monte Generoso (PUC-PdMG), emanato qualche giorno fa dal Consiglio di Stato del Canton Ticino, in Svizzera.

Sono affermazioni balsamiche da leggere in un documento politico-amministrativo concernente un territorio di montagna, che delineano una visione programmatica assolutamente consona alla realtà e al tempo che oggi caratterizzano le nostre montagne – e dico nostre perché quelle affermazioni appaiono del tutto valide per qualsiasi contesto montano, al netto delle rispettive specificità geografiche e paesaggistiche.

Sia chiaro: il paradiso in Terra non esiste e nemmeno la “virtuosa” Svizzera è esente da critiche rispetto alla gestione di certe località montane e agli interventi lì realizzati (vedi Andermatt, per fare un esempio del quale ho scritto di recente, ma pure sul Monte Generoso il “Fiore di Pietra” ha fatto storcere il naso a qualcuno). Ma che nella Confederazione vi sia un’attenzione e una sensibilità diffuse ben maggiori nei confronti delle montagne rispetto a ciò che si riscontra al di qua del confine, sul versante italiano delle Alpi, è cosa fuori di dubbio.

A tal proposito cito un documento italiano recente, per molti aspetti assimilabile nella sostanza a quello svizzero: il “Patto Territoriale per lo sviluppo delle aree montane – Strategia locale per lo sviluppo integrato sostenibile della Valsassina” elaborato per l’area appena citata da Regione Lombardia (territorio le cui montagne formano il bordo occidentale di un’area di tutela ambientale, il Parco delle Orobie bergamasche). Poste le differenze di scopo, che nel documento lombardo è mirato alle aree che ospitano comprensori sciistici, nella parte di esso dedicata agli obiettivi generali a vantaggio del territorio interessato le poche parole spese al riguardo non hanno nulla dell’afflato programmatico consapevole e della sensibilità politico-culturale verso il territorio stesso che invece si coglie nel Piano svizzero.

[Veduta della Valsassina da Maggio. Foto di Paolo Bosca tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
Solo una questione di forma, di lessico o di comunicazione? Temo di no. Nel Piano svizzero è chiaro il riconoscimento giuridico-istituzionale del paesaggio con le sue peculiarità ambientali e il loro portato antropologico e culturale in genere; nel Patto italiano il paesaggio viene riconosciuto e considerato solo nella sua utilità rispetto agli interventi che vengono proposti. In pratica, sul Generoso si riconosce il valore del paesaggio, in Valsassina il paesaggio lo si mette a valore: in entrambi i dispositivi si usa e coniuga il termine “valorizzazione” ma con accezioni pressoché opposte.

Ovviamente quanto riporta il Piano svizzero non dà la garanzia assoluta che interventi di segno opposto possano essere realizzati, ma almeno mette nero su bianco alcuni paletti utili al riguardo che, ribadisco, nel Patto italiano in concreto non ci sono. E infatti tale Patto per la Valsassina contiene tra gli altri un intervento a dir poco assurdo, la realizzazione di una seggiovia con partenza da 1000 metri di quota, dove è ormai impossibile che possa nevicare ancora come un tempo. La prova di quanto ho affermato fino a qui, insomma.

Ecco, questo è quanto. Di “balsami lessical-istituzionali” sulle montagne italiane se ne trovano ben pochi, figuriamoci altre cose similmente balsamiche per il bene delle nostre terre alte, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Come sostengo sempre, si tratta innanzi tutto di una questione culturale prima che di altro, ed è forse proprio questa evidenza che la rende irrisolvibile, almeno al momento.

(Le immagini del Monte Generoso sono tratte dalla pagina facebook.com/montegeneroso.official.)

Grazie a Enrico Camanni, su “la Stampa”

Ringrazio di cuore Enrico Camanni, figura il cui prestigio e autorevolezza non abbisognano di presentazioni, che oggi su “La Stampa” pubblica un bellissimo e umanissimo “commento” alla vicenda della speleologa Ottavia Piana, citandomi con un passaggio del post che al riguardo ho pubblicato sul blog e sui social ieri e donandomi il privilegio di poter essere stato utile a intessere considerazioni così condivisibili. Cliccate sull’immagine qui sopra per ingrandirla e leggere meglio.

La vicenda di Ottavia Piana, come sapete, ha avuto un lieto fine che tuttavia spero potrà essere ricordato come “lietissimo” se lo sdegno sollevatosi contro quella messe di odiatori che l’hanno insultata sui social non svanirà con l’interesse mediatico sulla vicenda ma diventerà deterrenza culturale autentica, concreta e costante – il che è pure un tema laterale a quello degli aspetti culturali della frequentazione contemporanea dell’ambiente naturale e della montagna nello specifico, basti pensare a cosa si legge sui social quando su monti accade qualcosa di spiacevole. Sinceramente non ho molta fiducia riguardo la formazione di tale deterrenza nel breve periodo ma nel lungo di più. Gli “haters” che strepitano la loro ignoranza nelle pubbliche piazze virtuali dei social media fanno sempre più rumore delle manifestazioni di intelligenza, ben più numerose ma per loro natura molto più pacate.

Voglio citare pure io un amico altrettanto prestigioso, Luca Calzolari, già direttore della stampa sociale del Club Alpino Italiano, che su “Planetmountain.com” ha espresso sulla vicenda in questione ulteriori riflessioni che, non casualmente, risultano pienamente armoniche con quelle di Camanni su “la Stampa”:

È così difficile mostrare empatia? O, se proprio non condividiamo le scelte di qualcuno, è così complicato restare in silenzio? Questa donna non merita tutta questa violenza verbale, così come non lo merita chi, con cognizione e competenza, sceglie l’avventura e resta vittima di un incidente. Merita rispetto, comprensione e, soprattutto, quella cosa che troppo spesso manca: umanità.

Personale augurio finale: a Ottavia Piana di ristabilirsi pienamente al più presto e, perché no, di tornare a esplorare grotte, e a quegli haters da divano di trovarsi altrettanto presto in pericolo nel mentre che facciano cose per puro divertimento necessitando di ricevere soccorso. Ecco.

[Immagine tratta dal web.]

(Ri)trovare un equilibrio per le montagne

Come contemperare le esigenze imprenditoriali degli operatori e il desiderio di tornare a un turismo meno industriale? Basta la piena occupazione dei posti letto per garantire la qualità del settore alla quale tanto auspichiamo? Tra la voglia di futuro e il fascino dei bei tempi andati ci vorrebbe un confronto fatto con il cuore e la ragione, non necessariamente una contrapposizione, tra ciò che era bello allora e ciò che ci appare brutto oggi, riflettendo insieme sulla direzione nella quale stiamo spingendo il turismo sulle Alpi. Lo spazio per una forma di equilibrio c’è ancora: non insistere sulla costruzione di nuovi impianti nelle zone dove l’industria dello sci viaggia a gonfie vele, non andare a intaccare zone ancora inermi, là dove i numeri suggeriscono un modo diverso, più slow, di fare turismo.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.87.]

«Una forma di equilibrio»: la locuzione che usa Costa nel suo libro nei riguardi del turismo montano contemporaneo è pure, a tutti gli effetti, una definizione perfetta di “montagna”. Le montagne sono anche una manifestazione di equilibrio, tanto in senso geomorfologico, quello primario e più evidente, quanto in molti altri sensi, meno visibili ma altrettanto fondamentali per il rapporto che l’uomo vi intrattiene. Vivere, abitare, frequentare le montagne sono pratiche di costante ricerca di un equilibrio, che consenta di restarci – stanzialmente o per solo poche ore – con vantaggi reciproci per l’uomo e per i monti; invece troppo spesso quell’equilibrio lo si è voluto rompere per deviarne i vantaggi soltanto da una parte e non per tutta la comunità umana ma solo per pochi. Lo ha fatto forse più di ogni altra cosa l’industria dello sci e del turismo di massa, con conseguenze ormai sotto gli occhi di tutti (tutti quelli che li vogliono vedere e comprendere, certamente: ma è la maggioranza delle persone, ormai): continuare con tale rottura è una cosa non solo illogica ma viepiù, col passare del tempo, pericolosa. La montagna disequilibrata, sfruttata, consumata e devastata sia nel suo territorio quanto nella propria cultura diventa inesorabilmente inabitabile e non solo in termini ambientali ma pure economici, sociali, culturali: il che, lo ribadisco per l’ennesima volta, non significa che non ci si possa fare nulla ma che ogni cosa venga fatta – appunto – in maniera equilibrata. Cioè con buon senso e non a senso unico, per il guadagno di pochi e il danno di molti.

Buon senso, già: sembra facile per il super evoluto uomo contemporaneo, invece a quanto pare non lo è affatto e troppe volte in montagna lo si constata benissimo, purtroppo.