La speleologa Ottavia Piana è salva, l’intelligenza di certe persone no

Ottavia Piana, la speleologa rimasta intrappolata nell’abisso “Bueno Fonteno”, in provincia di Bergamo, è finalmente stata tratta in salvo con un’operazione del CNSAS tanto efficiente quanto commovente. Ora è in ospedale, sarà curata, mi auguro che possa riprendersi completamente al più presto così da mettere definitivamente la (lieta) parola “fine” a questa vicenda che poteva rivelarsi ben più tragica. Fortunatamente, anche grazie al lavoro dei soccorritori, la tragedia è svanita lasciando spazio al sollievo e alla gioia.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Ma un’altra tragedia legata alla vicenda di Ottavia Piana resterà invece indelebile: quella fissata sui social dai tanti, troppo utenti che si sono prodigati in un linciaggio mediatico sconcertante per il quale il commento più “gentile” era «fatele pagare i soccorsi» – ne scrive al riguardo “Il Dolomiti” qui. I soliti “haters” da salotto che insultano per il solo gusto di farlo senza sapere nulla di ciò che stanno commentando, certamente. Ma è altrettanto certo che non ci si possa fermare solo a questa ovvia constatazione risolvendo in tal modo la questione.

Innanzi tutto perché lo stesso comportamento ignorante, nel principio che lo anima, è lo stesso che purtroppo devo constatare non di rado nella frequentazione turistica delle montagne (ambito al quale la speleologia afferisce: non a caso a intervenire in caso di incidente è proprio il Soccorso Alpino, che è anche Speleologico), ove a essere sottoposta a linciaggio è la loro cultura e le valenze che ne fanno luoghi di pregio e patrimoni di inestimabile importanza. E chissà che alcuni di quegli haters che hanno insultato Piana non vadano in montagna per mero divertimento e magari frequentandola con lo stesso atteggiamento ignorante non si facciano male sicché nel caso qualcuno non gli si pari davanti dicendo loro «ora pagateli tu i soccorsi!»

In secondo luogo, leggendo di tutte quelle manifestazioni di rozza ignoranza, non posso non pensare al recente rapporto sulle competenze cognitive degli adulti italiani elaborato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP), su incarico Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel quale si rileva che gli italiani sono in fondo alle classifiche mondiali (e molto sotto le medie OCSE) in tutti i campi oggetto di indagine: le capacità di lettura e comprensione di testi scritti (dominio cognitivo della literacy), le capacità di comprensione e utilizzo di informazioni matematiche e numeriche (dominio cognitivo della numeracy) e le capacità di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile (dominio cognitivo del adaptive problem solving). Al punto che Natale Forlani, il Presidente dell’INAPP, ha affermato che «È evidente la stretta relazione tra competenze cognitive e sviluppo del Paese»: sviluppo che non è ovviamente solo economico ma è anche, e per molti versi soprattutto, sociale, civico e culturale, ovvero di quegli ambiti che fanno il paese e la sua società civile ben prima che i risultati economici, i quali semmai ne rappresentano una conseguenza.

In presenza di una tale situazione scientificamente sancita, forse da un lato si può essere meno sorpresi di quella messe di commenti tanto ignobili (che sono la manifestazione di una minoranza, sia chiaro, ma non per questo da sottovalutare ignorandola) tuttavia dall’altro si deve restare ancor più sconcertati dal rilevare, grazie al rapporto dell’INAPP perché così facilmente si presentino. E un paese che vuole ritenersi civile e avanzato ma soffre di questi ampi deficit analfabetico-funzionali deve necessariamente e rapidamente attivare una generale rialfabetizzazione* culturale, civica, democratica e soprattutto umana. La classe politica non credo sia in grado di elaborare e attivare tale dinamica (anzi, il contrario): deve farlo la società civile ovvero dobbiamo farlo tutti quanti dimostrando di essere veramente una “società civile”. Possibilmente fuori dai social, nella realtà quotidiana, nel mondo e nel tempo che viviamo e condividiamo, nel qui-&-ora. Cioè dove si vive veramente coltivando la civiltà e dove invece quelle persone così odiose e ignoranti svaniscono come polvere al vento dell’intelligenza.

*: alcuni ritengono il termine “rialfabetizzazione” troppo aspro, persino violento, e non hanno tutti i torti. Di contro, in certi casi diventa il più comprensibile e inevitabile da utilizzare, nella sua accezione più scolastica e didattica, in antitesi all’analfabetismo funzionale copra citato.

Le montagne “di destra”, anzi, le montagne “di sinistra”, no, viceversa

Dunque, proviamo a fare il punto della situazione.

Il clima che cambia è di sinistra, il clima che non è vero che sta cambiando è di destra.
Quindi gli ambientalisti sono di sinistra, gli altri di destra.
Lo sci su pista è ormai di destra, lo sci alpinismo e le ciaspole di sinistra. Ergo la neve artificiale è di destra, quella naturale di sinistra, i maestri di sci devono essere di destra e le guide escursionistiche di sinistra.
I rifugi “come quelli d’una volta” con polenta e brasato sono assolutamente di sinistra, i rifugi gourmet con ostriche e champagne ovviamente di destra.
Lupi e orsi sono di estrema sinistra anche se una volta erano più di destra, dunque pecore e capre sono di destra anche se fino a qualche tempo fa erano certamente di sinistra.
Le e-bike sono di destra, le bici a pedalata muscolare di sinistra.
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina non si capisce bene: in Valtellina e a Cortina sono di destra, però a Milano sono di sinistra.
L’economia è appannaggio della destra, l’ecologia della sinistra, l’etimologia delle due è di nessuno perché se la sono scordata tutti.
La “sostenibilità ambientale” invece è di entrambi, ormai…
…eccetera eccetera eccetera.

Ma non sarebbe ora di finirla con queste baggianate di parte che parrebbero fuori luogo persino in un asilo infantile? Invece no, continuano a rappresentare il pane quotidiano della politica sulle nostre montagne e di chi gli va dietro.

Io credo viceversa che proprio questo atteggiamento strumentale, pesantemente ideologico, radicalmente polarizzato (e complessivamente un po’ stupido) sia una delle cause alla base della gestione malfatta, sovente scriteriata e comunque priva di buon senso, delle nostre montagne. Non è una critica alle differenti ideologie, che chiunque è libero di professare, ma alla loro cronica alienazione dalla realtà effettiva delle cose e all’incapacità di evolvere da “ideologia” a idea, qualcosa veramente in grado di risolvere le questioni invece di peggiorarle e degenerarle.

Anche perché – un esempio tra i tanti possibili – se per l’aumento delle temperature (innegabile dacché scientifico dato di fatto) si scioglie il permafrost e un versante montuoso frana a valle seppellendo case e cose, non è che i massi in caduta scelgono se colpire solo quelli di sinistra o quelli di destra, ma il disastro coinvolge tutti e obbliga chiunque, i politici in primis e ineludibilmente, a mettere da parte le ideologie, constatare e comprendere la realtà delle cose e agire per il bene collettivo, non per il vantaggio della propria parte politica o della prossima campagna elettorale.

Ecco.

D’altronde, come disse mirabilmente già tempo fa il Signor G:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Salvare vite umane in mare, sempre [Off topic]

Questo è un post off topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui sul blog, ma al quale tengo molto.

Riguardo l’episodio della bambina migrante salvata e unica superstite di un natante affondato con decine di altre persone a bordo, tutte disperse ergo decedute, leggo sui giornali che avrebbe «riacceso i riflettori» (espressione giornalistica tipica, in questi casi) sulla questione dei flussi migratori irregolari nel Mediterraneo.

[Immagine tratta da mediterranearescue.org.]
Ma non è certo questo il punto di tale notizia diffusa in simili circostanze, semmai il punto vero è che quei riflettori siano spesso spenti e vengano riaccesi per qualche momento solo in presenza di una tragedia con numerosi morti – perché se i morti sono pochi l’interruttore per accenderli non viene nemmeno sfiorato.

Personalmente trovo questa situazione, ormai cronica, barbaramente spaventosa e inaccettabile. O si trova finalmente il modo di non costringere le persone a lasciare i loro paesi d’origine per migrare, facendo una reale pressione sui rispettivi governi affinché garantiscano condizioni di vita dignitose alle loro popolazioni (vi ricordate il «aiutiamoli a casa loro»? Ecco, il solito quaquaraquà propagandistico), oppure, se i migranti prendono la via del mare e in qualsiasi modo lo facciano, vanno salvati. Lo sanciscono le convenzioni giuridiche internazionali (che peraltro sono leggi di valore sovranazionale che non può essere in alcun modo scavalcato dagli stati nazionali), ma ancora di più lo sancisce il fatto di essere umani. La gestione politica dei flussi migratori, qualsiasi essa sia, viene dopo: prima si salvano le vite. Punto. In dieci anni nel solo Mar Mediterraneo sono scomparse più di 31.000 persone, molte delle quali bambini: è scandaloso, intollerabile, una macchia di vergogna ormai indelebile sulla “bella immagine” della civile e democratica Europa, che poi puntualmente versa lacrime di coccodrillo per qualche attimo e appena dopo spegne di nuovo i suddetti “riflettori” così che nel buio non si veda e non ci accorga più di nulla – ma intanto accende le luci natalizie augurando “pace e bene” a tutti. Proprio!

Da anni sostengo, per quel poco che posso, alcune Ong che tra le attività umanitarie svolte contemplano quelle SAR nel Mediterraneo. Ne sono fiero e spero di poter continuare questo sostegno ancora per lungo tempo. Ribadisco: per quanto mi riguarda non è per nulla una questione politica, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma è antropologica, sociologica, culturale e, innanzi tutto, di umanità. E basta.

I rifugi di montagna, e i NON rifugi di montagna

Il Rifugio è un presidio di ospitalità in quota sobrio, essenziale e sostenibile, presidio culturale e del territorio, centro di attività divulgative, formative, educative e di apprendimento propedeutiche alla conoscenza e alla corretta frequentazione della Montagna. Non è un albergo ma un laboratorio del “fare montagna” che sa contenere insieme etica dell’alpinismo, socialità, accoglienza, alta performance in ambiente, turismo consapevole, rispetto e tutela del Paesaggio montano.

[Dal Regolamento strutture ricettive del Club Alpino Italiano, titolo 1 (preambolo).]

Camere eleganti, cucina gourmet, spa e viste Dolomitiche: al Rifugio Fredarola Harbor, a 2370m, scopri un rifugio escursionistico con camere lussuose e zona wellness con sauna finlandese, biosauna, bagno turco, piscine panoramiche e aree relax.

[Dalla home page del sito web https://www.fredarola.it/.]

In realtà non sarebbe nemmeno un problema che in una struttura di ristorazione a 2400 metri di quota vengano offerte ostriche e champagne: ancor più che una devianza culturale rappresenta il segno di una disfunzione psicologica (biunivoca, sia chiaro: di chi offre e di chi consuma) ma ognuno è libero di fare ciò che vuole, se non arreca danni al luogo e alle persone: anche di rendersi enogastronomicamente grottesco.

Il problema semmai è a monte ed è molto più semplice: il Fredarola non è un rifugio.

Ribadisco: il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio.
Il Fredarola non è un rifugio…

…E così via, all’infinito ovvero fino a che tale devianza denominativa non venga finalmente risolta giuridicamente ovunque, sulle nostre montagne, distinguendo chiaramente i veri rifugi – che non devono essere obbligatoriamente spartani ma non possono offrire servizi e agi alberghieri – da quelli che si fanno chiamare così ma che in realtà sono hotel a più stelle e ristoranti gourmet.

(Obiettivamente, il Fredarola è bellissimo. Ma non è un rifugio. Immagini tratte da www.fredarola.it.)

Nell’attesa che ciò avvenga, chiedo che qualche lussuoso bagno situato sui lungomari della Versilia o sulle spiagge della Costa Smeralda finalmente offra polenta fumante, stinco e vin brulé a Ferragosto. Per giusta par condicio, no?

P.S.: le Dolomiti sono Patrimonio Unesco, già. Ma “patrimonio” cosa, dove, quando?

P.S.#2: su questo tema ne avevo già scritto qui.

P.S.#3: grazie a Fabio Balocco che mi ha segnalato l’articolo sopra riportato.

 

Milano-Cortina 2026: Olimpiadi non bellissime da vedere, per ora

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Milano Scalo Romana“.]
A Milano sono stati tolti i ponteggi agli edifici del Villaggio Olimpico in costruzione per i giochi di Milano-Cortina 2026 sull’area dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana (qui sopra una veduta), svelandone l’aspetto pressoché definitivo. E scatenando numerose critiche: il sito “urbanfile.org” parla di un «aspetto esterno veramente minimal che lo fa sembrare un blocco ex sovietico» (osservazione molto condivisa, questa), altri li definiscono «alveari di cemento», «un incrocio tra un carcere e un ospedale», «ecomostri in pieno centro» e così via. Veramente pochi, di contro, gli apprezzamenti. Naturalmente sul web potete trovare numerose immagini che possono aiutare a farvi un’idea della questione.

Posto che il cantiere non è concluso e che intorno agli edifici deve ancora essere realizzata l’area verde che correderà il villaggio (il quale dopo dovrebbe diventare uno studentato a prezzi calmierati), l’aspetto certamente poco gradevole degli edifici milanesi mi sembra faccia il paio con altre opere olimpiche in costruzione ugualmente spiacevoli alla vista e a volte pure decontestuali ai luoghi. Ad esempio il nuovo “Ski Stadium” di Bormio, del quale scrissi già qui (lo vedete nell’immagine sottostante): una specie di dozzinale capannone industriale piazzato in fondo alla pista “Stelvio” che non c’entra nulla con niente, lì.

In considerazione delle moltissime condivisibili rimostranze che le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 stanno generando fin dal loro annuncio, ovviamente non rivolte all’evento in sé ma a come lo si sta realizzando, in particolar modo riguardo le opere previste e il relativo esborso di denaro pubblico (la nuova pista di bob di Cortina ne è un esempio lampante), mi viene da pensare che la scarsa gradevolezza estetico-architettonica di quelle opere sia un’altra conseguenza, o effetto collaterale, del discutibile modus operandi olimpico in divenire. Ovvero: se un evento ben fatto e ben organizzato stimola opere altrettanto ben fatte e di bell’aspetto (così che da tale cura estetica l’evento acquisisca pure valore, prestigio e consenso generali, peraltro), realizzazioni così poco gradevoli non possono che far temere la condizione opposta.

Vedremo se finirà veramente così oppure se le cose miglioreranno, da qui al 6 febbraio 2026, data d’inizio delle Olimpiadi. La speranza è l’ultima a morire, come si dice.