[Foto di Linus Mimietz su Unsplash.]Quanto tempo passiamo a guardare il mondo che abbiamo intorno?
Forse troppo poco. Giusto qualche secondo, il tempo di arrivare a poter pensare o esclamare «che bel paesaggio!» e poi andiamo oltre, spesso risolvendo il tutto con quella constatazione assai convenzionale, a volte proferita perché sì, senza conferirle un senso e un valore autentici.
Invece, credo che il mondo e i suoi paesaggi andrebbero osservati (non semplicemente visti o guardati) a lungo, dovrebbe rappresentare un’abitudine consolidata, questa, ogni qual volta ve ne sia l’occasione e il motivo.
Osservare il paesaggio senza pensare a cosa si sta cogliendo, lasciare che sia il paesaggio stesso a “raccontarsi” ai nostri sensi – a tutti, non solo alla vista – e solo dopo cominciare a meditare su quel racconto, cioè quando cominciamo a sentire che il paesaggio esteriore si sta rigenerando dentro di noi diventando anche interiore, facendoci percepire come parte naturale di esso, spontanea, non forzata o mediata.
Se ci si prende il tempo necessario e si va oltre la visione veloce e superficiale usualmente adottata, osservando non il paesaggio con tutto ciò che contiene ma ogni singolo elemento che contiene e forma il paesaggio (un ribaltamento di prospettiva niente affatto banale, anzi), raccoglieremo infinite narrazioni, informazioni, percezioni, suggestioni, sorprese… da sbalordirsi di quante ne scopriremo. Faremo fatica a distogliere i sensi da quella visione per come ci apparirà evidente che più la si protrarrà e più cose coglieremo. Non avremo di fronte solo un «bel posto» o un «bel paesaggio» ma un mondo nel mondo la cui bellezza è la porta d’ingresso all’anima vera del luogo, lì dove dimora il Genius Loci.
Altrimenti, in forza di quel guardare troppo rapido e inevitabilmente svagato, magari pure praticato solo attraverso lo schermo di uno smartphone, in realtà non avremo visto e tanto meno osservato nulla. Non ci sarà molta differenza con lo starsene a casa a sfogliare un magazine o a scrollare Instagram.
La Lombardia: la zona più ricca d’Italia, la regione «del fare» e nel suo mezzo Milano, la città più “cool”, la capitale finanziaria e morale del paese. Oppure entrambe, la Lombardia e la “sua” Milano, scintillanti scatole piene solo di immagine e ipocrisia e in realtà vuote di qualsiasi buona sostanza civica e politica?
Su “Il Tascabile” di Treccani potete leggere un bell’articolo di Ilaria Padovan e Graziano Gala che fin dal titolo dice come realmente stanno le cose al riguardo: LombarDie: morte di una regione, con quel “-die” che letto all’italiana indica che ci sono più facce della stessa regione e spesso sono antitetiche, e letto all’inglese significa “morire”, appunto. È un’analisi interessante e illuminante da leggere anche per come descriva la realtà lombarda attraverso frequenti citazioni di testi e di canzoni che l’hanno efficacemente raccontata: una realtà dove da tempo una scellerata politica bi-partisan (sinistra a Milano, destra in regione), da una parte sta svuotando la città dei suoi abitanti, soffocandone la vitalità e la sua comunità per fare spazio all’affarismo più spinto e urbanisticamente (ma pure civicamente) distruttivo, nascondendo il tutto dietro il più bieco marketing, e dall’altra sta devastando la regione diffondendovi lo stesso affarismo con fini unicamente ideologici e propagandistici (la gestione delle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina lo dimostra benissimo) al contempo smontando ogni forma di assistenza a favore dei lombardi (la sanità regionale lo dimostra benissimo) con la strafottenza di chi rifiuta qualsiasi vicinanza alla loro quotidianità e l’ipocrisia degli slogan alla «Prima la Lombardia!» e cose simili.
Risultato: i milanesi scappano da Milano, viverci è sempre più roba da milionari, la regione ha il record di suicidi (ma dal 2021 non comunica più dati al riguardo, guarda caso), la cementificazione e il consumo di suolo aumentano irrefrenabili, l’inquinamento uccide migliaia di persone all’anno, i trasporti pubblici peggiorano continuamente i propri servizi, la già citata sanità pubblica viene sistematicamente depotenziata per favorire quella privata, nelle sue aree interne i servizi di base vengono tagliati, sulle montagne si chiudono ambulatori e scuole e si finanziano seggiovie e cannoni sparaneve… eccetera eccetera eccetera.
Ma di cosa stiamo parlando, dunque? Questa sarebbe la regione “più ricca d’Italia”? Ricca di cosa? La regione “del fare”? Fare cosa, in concreto?
Destra e sinistra, sinistra e destra. «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?» (cit.)
(Nell’immagine in testa al post: sopra, CityLife, la Milano e la Lombardia belle, ricche e da far vedere; sotto, il così detto “Cementone”, ecomostro abbandonato e in degrado da anni in zona Greco, la Milano e la Lombardia brutte, misere e da nascondere.)
A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.
[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.
Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.
Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.
P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.
Quasi niente è ciò che sembra, tutto è falso, come cantava Giorgio Gaber. E tutto cambia di continuo. Anche se i cittadini insistono a immaginarle un villaggio vacanze abitato da gente esotica, le Alpi contemporanee sono lo specchio del mondo liquido in cui galleggiamo o nuotiamo giù in città, e dappertutto, un po’ carcerati e un po’ fuggitivi, un po’ consumisti e un po’ green, forse sinceri nelle intenzioni, nei proclami e nel sogno, ma assuefatti alle falsificazioni.
Anche per questo il dialogo non fa progressi. Ognuno pensa, giudica e non di rado offende sulla base del proprio corredo simbolico, che non comunica con gli altri. I modelli non si parlano, come succedeva con i computer quando usavano linguaggi incompatibili. Perfino certe parole non servono più, del tutto vuote di senso, ritornelli buoni per i talk show. Per fare chiarezza, è probabilmente arrivato il momento di abbandonare anche le vecchie categorie del pensiero come “ambientalismo”, “valorizzazione”, “sviluppo”, perché sono entrate nel tritacarne dei luoghi comuni e non fanno altro che infuocare sterili scontri sulle pagine social, dove si sragiona per bande e appartenenze come alla partita di calcio.
[Enrico Camanni, La Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.125. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]
Posto il rispetto per la carica istituzionale, sconcerta leggere le recenti dichiarazioni della sindaca di Valbondione (Valle Seriana, provincia di Bergamo) con le quali commenta l’inevitabile “Bandiera Nera” assegnata da Legambiente al progetto di ampliamento del comprensorio sciistico tra Lizzola (frazione del comune di Valbondione) e Colere, in Valle di Scalve («un progetto già tramontato per problemi finanziari e ambientali, ora inopinatamente riproposto nonostante gran parte delle infrastrutture siano a quote ormai fuori precipitazioni nevose, che utilizza soldi pubblici senza offrire alle valli interessate un sostegno duraturo ed efficace», questa la motivazione della “Bandiera Nera”; di tale progetto ne ho scritto qui). La sindaca ribadisce il suo sostegno al progetto e dice: «Appena insediata ricordo la “battaglia” di Legambiente contro l’uso dell’elicottero per voli turistici e anche allora chiesi loro di proporre alternative alle nostre iniziative atte alla sopravvivenza in montagna. Oggi ci risiamo: niente proposte, solo critiche».
[Il territorio che si vorrebbe sottoporre all’ampliamento sciistico; tutta la zona intorno al Pizzo di Petto è pressoché priva di infrastrutture e sostanzialmente integra. Potete ingrandire l’immagine cliccandoci sopra.]Alla sindaca, senza voler affatto fare l’avvocato difensore di Legambiente che non ne ha bisogno, ricordo che i voli turistici in elicottero sulle montagne che evidentemente a lei piacciono tanto sono una delle pratiche più impattanti per il paesaggio montano (lo denunciai con forza già qui), e inoltre che il suo comune è compreso nella zona di tutela del Parco delle Orobie Bergamasche e circondato da aree protette da ZPS e dalla Rete Natura 2000 per le quali la presenza continua di velivoli rappresenterebbe un danno ambientale e d’immagine devastanti. Inoltre, chiedo come i voli turistici in elicottero possono far «sopravvivere la montagna» inquinandone l’aria e il paesaggio sonoro e come possano essere compatibili con una frequentazione veramente sostenibile, consapevole e rispettosa delle sue montagne.
Infine, di nuovo ribadendo di non voler difendere Legambiente (anche perché non posso definirmi un “ambientalista”), è bene rimarcare che non è un soggetto terzo che si occupa di tutela ambientale a dover proporre alternative turistiche ma è il comune che amministra il territorio in questione a dover manifestare attenzione, sensibilità, cura e competenza verso le sue montagne elaborando progetti e iniziative realmente consone ai suoi luoghi e in grado di alimentare un’economia turistica non monoculturale che possa apportare vantaggi concreti innanzi tutto al territorio e alla sua comunità oltre che ai visitatori i quali, peraltro, proprio in forza di tutto ciò saranno ancora più soddisfatti di frequentare le montagne del suo comune. Ma tenga presente che se elaborerà progetti e iniziative insostenibili, prive di qualsiasi logica e di contestualità con i luoghi coinvolti (vedi i voli in elicottero o nuovi impianti sciistici sotto i 1800 m in aree naturalisticamente intatte), è inevitabile che riceverà critiche e dinieghi: si chiama buon senso e meno male che ancora esiste, altrimenti in certe località d’alta montagna avremmo autostrade, megaparcheggi e centri commerciali “per la sopravvivenza delle montagne e il sostegno all’economia locale”!
Se il comune non possiede le abilità per elaborare quanto sopra, sappia la sindaca che esistono ottime realtà che lavorano in questi ambiti: basta contattarle e pensare a una collaborazione fattiva al riguardo.
Tutto il resto, comprese le sue opinioni sull’operato di Legambiente, sono pura propaganda ideologica che alle montagne, al loro sviluppo e al bene quotidiano delle comunità che le abitano non servono a nulla, di qualsiasi segno esse siano. Ecco.