Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.
Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.
Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working
Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.
Ecco.
Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.
Un’altra bella notizia di questo periodo – altrimenti complesso – per il mondo editoriale italiano, e in generale per gli appassionati di libri e lettura, è il compleanno della libreria Hoepli, che quest’anno compie ben 150 anni e proprio in questi giorni li sta celebrando con alcuni eventi dedicati.
Era infatti il 1870 quando lo svizzero Johannes Ulrich Höpli, italianizzato in Ulrico Hoepli, dopo diverse esperienze professionali in campo editoriale tra Svizzera, Germania e Egitto, rilevava la piccola libreria di Theodor Laengner a Milano, presso il Duomo, così trasferendosi nel capoluogo lombardo. La libreria divenne rapidamente un punto di riferimento della borghesia colta milanese, che vi poteva trovare sia preziosi libri di antiquariato sia testi, in particolare scientifici e tecnici, in tutte le principali lingue europee: un successo che convinse Hoepli ad aprire anche una casa editrice a suo nome, che nel 1871 pubblicò il suo primo volume (I primi elementi di lingua francese di G. S. Martin).
È importante anche ricordare il prezioso mecenatismo di Hoepli a favore della città di Milano e dei milanesi, attività assolutamente correlata a quella editoriale e in molti sensi causa-effetto di essa, quasi a rimarcare l’alto valore socioculturale da sempre (e tutt’oggi) detenuto dai libri e dalle attività economiche connesse: ad esempio nel 1921 Hoepli fondò la “Biblioteca Popolare Ulrico Hoepli”, mentre nel 1930 donò alla città di Milano il bellissimo planetario ugualmente ad egli intitolato.
Parte della storia della Hoepli è stata condensata e animata nel video Hoepli 150 – Creare il futuro oggi, disponibile su YouTube, in cui i 150 anni compiuti sono condensati in 150 secondi:
Inoltre, pochi giorni fa è stato pubblicato Album Hoepli 1870-2020, un volume che celebra i 150 anni della casa editrice attraverso i suoi libri, la libreria nelle sue diverse sedi, il legame tra i volumi pubblicati e le trasformazioni della società italiana. Come si legge nella presentazione del volume, «La storia della Hoepli ha attraversato i primi decenni dello Stato unitario, due guerre mondiali con in mezzo il fascismo, la ricostruzione, il boom economico, la svolta informatica fino al mondo digitale in cui viviamo. Per ogni epoca ha pubblicato libri in sintonia con il proprio tempo, spesso anticipando fenomeni economici, scientifici e sociali. Inoltre grandi personaggi hanno incrociato il loro cammino con Hoepli. Questo album è una celebrazione, ma anche un racconto di una catena ininterrotta di libri che hanno formato generazioni di italiani, rendendo Hoepli un pezzo della nostra storia nazionale.»
Di altre iniziative di celebrazione di questo compleanno così speciale della Hoepli ne parla “Il Libraio”, qui.
Insomma: tanti auguri Hoepli, e almeno altri 150 (ma in verità spero moooolti di più) di questi giorni!
A fronte di una triste notizia per l’editoria come quella sulla fine di UTET Grandi Opere, oggi ce n’è anche una buona che alla prima può fare almeno un po’ fa da contraltare. Infatti è sempre bello leggere della nascita di un nuovo periodico che tratti di arti&culture ovvero, nello specifico, di libri e lettura: come “K” la rivista letteraria de “Linkiesta” curata da Nadia Terranova, peraltro dotata di una veste grafica notevolissima, che da oggi si può acquistare online e, a breve, nelle migliori librerie indipendenti in tutta Italia.
Cliccate sull’immagine lì sopra per saperne di più e, da parte mia, un caloroso augurio a “K” di lunga vita e prosperità – che ne abbiamo tutti bisogno, nell’ambito culturale e fuori!
Posto questo secondo “lockdown” in corso, che tale per molti non è ma per la cultura sì, in particolare per gli eventi e i luoghi culturali, di fronte al quesito se trasformare alcuni degli incontri pubblici che avevo in programma, soprattutto per presentare il mio ultimo libro Tellin’ Tallinn, in eventi on line, ho deciso di non farlo.
L’ho deciso molto a malincuore ma basando la mia decisione anche sulle numerose esperienze maturate al riguardo durante il primo lockdown (nessuna delle quali è stata negativa, tutt’altro) nonché su come solitamente propongo le presentazioni dei miei libri (spoiler: in modi meno ordinari ovvero – spero – più coinvolgenti possibile!): circostanze che mi avrebbero impedito di proporre agli eventuali spettatori ciò che avrei voluto offrire loro, e che avrei potuto compensare solo con la produzione di contenuti audiovideo di tipologia e qualità tali che abbisognerebbero di molto tempo e mezzi per essere realizzati (e probabilmente li realizzerò, prossimamente); d’altro canto certe “produzioni” on line viste in questi mesi, “grossolane” a essere molto gentili, temo che abbiano portato più danni che vantaggi ai libri (ovvero a qualsiasi altra opera culturale) che intendevano promuovere, ergo personalmente le evito come la peste, quantunque possa apprezzare l’impegno di chi le propone (ma non i risultati, appunto).
Fatto sta che questa mia predisposizione al riguardo l’ho trovata del tutto consonante con quella offerta dalla prestigiosa Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana, nel cui comunicato attraverso il quale ha gioco forza annunciato la sospensione degli eventi letterari in programma, esprime quello che è anche il mio pensiero sulla questione:
Qualcuno ci ha ripetutamente chiesto perché non compensiamo con “incontri virtuali”. Ci abbiamo riflettuto, molto. E la risposta è che la Casa della Letteratura nasce come luogo d’incontro tra l’opera di un autore e dove l’autore si mette in gioco proprio perché di fronte ha un pubblico che lo sollecita grazie all’ascolto oppure con le molte domande alla fine dell’evento. La complicità ma soprattutto l’intimità che si creano, non possono venire sostituite da un collegamento ballerino, un audio fuori sincrono, una immagine appiattita.
Se si dovrà adottare una soluzione mista di incontri “in presenza” e “a distanza”, allora dovremo poterla fare bene. Questo per rispettare il patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico.
Ovviamente non smettiamo di riflettere su cosa fare, quali le ulteriori possibilità e i percorsi per continuare il mandato morale che ci siamo dati: offrire incontri con autori e opere di qualità, assicurando che per ogni incontro avrà forma anche la sorpresa.
Ecco, nel mio piccolissimo è ciò che voglio (vorrei) fare io in ogni evento pubblico che propongo e concerne le mie cose: offrire sempre incontri ben fatti, di qualità, il più possibile originali e coinvolgenti nei quali io non sono affatto il solo protagonista ma lo sono insieme ai presenti, e lo è il libro (o qualsiasi altra cosa) che presento sempre e solo in base ai feedback del pubblico, in uno scambio emotivo e intellettuale che è proprio alla base del “patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico” che rileva la Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana.
Tutto questo senza affatto disprezzare gli eventi on line, ci mancherebbe, ai quali auguro ogni successo e fortuna; nel frattempo io cerco di rendere proficua l’attesa e accumulo idee, energie, intuizioni e vitalità così da poter tornare live appena possibile. Giudicherete voi se ciò sarà servito oppure no – ma siate magnanimi, eh!
[La foto in testa al post è di Free-Photos da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se volete vedere un film tanto originale quanto poco conosciuto, da queste parti, eppure per molti versi notevole, provate con Dio esiste e vive a Bruxelles, del regista belga Jaco van Dormael.
Come dice il titolo (italiano, nell’originale è Le Tout Nouveau Testament), racconta di Dio che vive a Bruxelles ed è – per essere chiari – uno stronzo, un ometto rozzo, viscido e sadico la cui unica attività è causare problemi e dolori agli umani il quale per giunta, al contrario di ciò che si pensa abitualmente, non possiede nemmeno poteri “divini”, appunto. Il figlio maschio è stato crocifisso duemila anni fa, come sostengono le cronache evangeliche, mentre la moglie, pur essendo a sua volta di genesi divina, gli è del tutto sottomessa. La figlia adolescente, invece, si chiama Ea e ha un carattere ben più ribelle: rendendosi conto del sadismo paterno, prima combina un gran casino, inviando via sms a ogni essere umano la data della propria morte, poi gli sfugge (grazie a una lavatrice-teletrasporto ideata dal fratello JC – Jesus Christ, ovviamente) e, reclutando sei nuovi discepoli personali da aggiungere ai dodici del fratello, ne raccoglie le vicende umane con tutte le relative confessioni, emozioni, afflizioni e aspirazioni per compilare un “nuovo Nuovo Testamento” molto più pragmatico, terreno e umano del precedente, per la cui scrittura recluta anche un simpatico senzatetto che diventa il segretario personale della ragazzina. Eppoi c’è il finale che ovviamente non “spoilero”.
Dio esiste e vive a Bruxelles è un film estremamente originale, in certi passaggi divertente e in altri commovente, onirico, surreale, molto poetico e delicato ma altrettanto forte nell’idea offerta dell’entità divina (un’idea con la quale non posso che concordare) la quale alla fine è moooolto umana, in primis nella sua cattiveria (raffigurazione geniale, a ben vedere: l’uomo è fatto “a immagine e somiglianza di Dio”… o viceversa?), con gran fotografia e sublime colonna sonora, un’opera cinematografica che, alla fine, è talmente dissacrante da proporre un’idea di “sacro” e di “divino” molto più umana e umanistica di quelle proposte da qualsiasi religione, senza per questo risultare offensiva al riguardo, anzi, tutto il contrario. A parte che per Dio ma ciò inesorabilmente, forse.
Guardatevelo – lo trovate sulle piattaforme on demand (io l’ho visto su Prime Video) – è un’opera assai suggestiva e fuori dagli schemi che, anche solo per questo, merita senza dubbio di essere vista.