L’attitudine a coesistere non è una pia illusione né una concordia naturale: non implica che ci si lasci mangiare senza difendersi. Esige tutta la nostra intelligenza per comporre degli habitat condivisi e mettere in campo dei comportamenti diplomatici atti a minimizzare ogni rischio per gli esseri umani – minimizzarlo senza dover sfociare nell’eliminazione generalizzata degli altri con la presunzione di pacificare la Terra.
I grandi predatori sono per larga parte della loro vita degli animali territoriali. La territorialità è stata inventata dall’evoluzione come dispositivo di pacificazione tra gli esseri viventi, molto più antico delle leggi e delle convenzioni umane. La ferocia senza freni di questi animali è un mito dei moderni: possono essere feroci ma possono anche cercare la diminuzione dei conflitti e dell’aggressività, ancor di più se, muniti della nostra particolare intelligenza di diplomatici animali, mettiamo in campo delle condizioni che permettano la coabitazione e che lascino loro spazio.
[Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo 2020, pagg.78-79. Trovate la mia recensione al libro – che dovete leggere assolutamente – qui. Nota bene: la citazione sopra riprodotta fa il paio con quest’altra.]
Da studioso e appassionato delle montagne a 360 gradi, passo volentieri oltre le ennesime polemiche che si scateneranno a seguito della direttiva europea che ha declassato lo status del lupo da “specie strettamente protetta” a “specie protetta”. Sia chiaro: il dibattito al riguardo è importante (fino a che non si polarizza e le parti non s’arroccano su posizioni francamente insensate quando non ridicole) e la mia opinione al riguardo ce l’ho chiara, ma sono ben conscio che il nocciolo della questione sta molto più a monte, nella relazione che la nostra civiltà ha elaborato nei secoli con il mondo animale, naturale e in generale non antropizzato. Una questione del tutto irrisolta e che al momento non mi pare risolvibile in alcun modo, posto lo stato delle cose e ancor più l’approccio culturale generale utilizzato al riguardo: lo spiegai già tempo fa in questa chiacchierata con l’amico Tiziano Fratus.
Occorre un approccio differente, molto meno superficiale e molto più relazionato al senso della nostra presenza nel mondo nonché al suo portato: qualcosa che, essendo noi Sapiens, dovremmo saper cogliere ed elaborare di default, invece non pare che ciò accada. Un approccio differente e di grande forza è quello che elabora Baptiste Morizot, il quale guarda caso di mestiere fa il filosofo, uno abituato a spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza attraverso la logica (siamo Sapiens, ribadisco) piuttosto di altre “doti” molto più superficiali che invece oggi vanno molto di moda. Anche la sua proposta di una “diplomazia animale” dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale: siamo la razza più intelligente e avanzata del pianeta ma restiamo animali, e il valore della nostra dominanza sul pianeta dovrebbe essere dato dalla capacità di viverlo diplomaticamente rispetto alle altre creature che lo abitano con noi, non dalla capacità di poterle assoggettare e facilmente eliminare perché ritenute di “status” inferiore al nostro e d’intralcio alla nostra conquista assoluta del mondo.
Be’, fino ad oggi, nell’epoca moderna e ancor più in quella contemporanea, non mi sembra proprio che l’umanità sia riuscita in ciò. Domani chissà: la speranza è l’ultima a morire, dice il noto proverbio, ma speriamo che prima non debbano morire troppe altre creature viventi – Sapiens inclusi, inevitabilmente.
[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.
In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.
Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.
Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.
P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.
[La tabella riporta tutte le variazioni delle temperature mensili rispetto a quella media del periodo pre-industriale (1850-1900) dal gennaio 1970 al giugno 2024, rese anche cromaticamente per evidenziarne gli scostamenti.]
La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile.
Così affermava nel 1994 Alexander Langer. Sono passati 30 anni e verrebbe da pensare che la questione, invece di progredire, sia arretrata al livello precedente: come si può affermare la consapevolezza sociale sul cambiamento climatico e sui suoi effetti? Domanda la cui risposta è necessaria per giustificare l’osservazione di Langer: senza tale consapevolezza che si fa nozione realmente acquisita temo che nessuna conversione ecologica sia possibile, così come nessuna autentica tutela del nostro patrimonio naturale.
In buona sostanza: perché pur a fronte dell’evidenza innegabile del cambiamento climatico molte persone continuano a comportarsi, nei fatti, come se nulla fosse?
Al netto delle prese di posizione palesemente ideologiche come quelle espresse dalla politica, che sono l’espressione di un mero giochetto ipocrita e infantile, e tolti i negazionisti climatici che sono ormai come i terrapiattisti, è interessante – seppure parecchio desolante – chiedersi perché, a quanto pare, in tanti non capiscono o preferiscono ignorare la questione.
Può essere per semplice ignoranza, dato che la sostanza della questione è scientifica e matematica, dunque qualcosa che molti ritengono a prescindere di non poter capire (anche quando si tratta di fare due più due)?
È per paura di quanto sta accadendo e per la sensazione di impotenza che ne deriva, che fa girare a molti lo sguardo e la mente dalla parte opposta pur di non essere inquietato?
Oppure perché il cambiamento climatico impone un conseguente cambiamento tanto nelle nostre convinzioni sul mondo quanto negli stili di vita che conduciamo e, come sovente accade, ogni cambiamento ci genera agitazione e insofferenza perché ad uscire (forzatamente) dalla nostra comfort zone sappiamo ciò che possiamo perdere ma non ciò che potremmo trovare di nuovo?
O forse perché la nostra condizione di “razza dominante” sul pianeta ci fa ritenere più o meno consciamente sicuri di potercela cavare sempre, anche di fronte a qualcosa contro il quale al momento possiamo fare poco o nulla?
È invece semplice (e aberrante) superficialità, apatia, menefreghismo, egoismo, nichilismo? Un pensare a sé stessi e all’oggi che tanto «del doman non v’è certezza»?
In effetti, nessuno oggi può dire con sicurezza assoluta cosa il cambiamento climatico provocherà al nostro pianeta e alle nostre vite, se non attraverso modelli previsionali inevitabilmente dotati di una dose di incertezza. Di contro, tale realtà non giustifica alcun atteggiamento né menefreghista e nemmeno catastrofista, ma neanche il fare spallucce e girarsi dall’altra parte è giustificabile. Eppure è ciò che molti – Sapiens come tutti gli altri – sostanzialmente fanno pur di fronte alla palese realtà dei fatti, appunto.
Perché?
P.S.: non l’ho scritto in quanto l’avrei dato per scontato, ma forse è bene precisarlo: non si tratta di una questione ambientalista (considerarla solo in questo modo è alquanto dannoso) ma culturale, profondamente culturale. E di seguito è politica, sociale, economica, morale, civica, etica eccetera, ma tutto, in principio, nasce ovvero deve scaturire da una matrice assolutamente culturale. Sia ben chiaro questo.
Mi fa molto piacere leggere che è stato definitivamente annullato il provvedimento con cui il 5 marzo scorso era stata messa in stato di fermo amministrativo la nave Humanity 1, che appartiene alla Ong United4Rescue e si occupa di soccorso in mare di persone migranti in difficoltà.
La Humanity 1 e la sua attività di soccorso nel Mediterraneo ho avuto modo di conoscerle (indirettamente) bene grazie a Acquaintance, il bellissimo e potente libro del fotografo Max Cavallari, il quale ha trascorso 40 giorni a bordo della nave durante una delle sue missioni tra le coste italiane e quelle nordafricane, durante la quale l’equipaggio portò in salvo 180 migranti. Acquaintance è un libro fatto di immagini fotografiche, come scrissi, «delicate eppure potentissime, evocative, struggenti, commoventi, che effettivamente raccontano molto di più di quanto si potrebbe pensare di primo acchito e soprattutto sanno raccontare cose che altre immagini più “ordinarie” narrano senza farne soggetto degli scatti, ma inopinatamente con maggior forza di quelle: proprio perché lavorano direttamente nella mente e nell’animo del lettore del libro, quasi come se sapessero accompagnarlo a bordo della Humanity 1 in quei giorni di missione umanitaria.» Peraltro una realtà, quella della nave e in generale di ciò che avviene ormai da anni nel Mediterraneo, che ho pure avuto la fortuna di ascoltare direttamente da Max, durante la nostra chiacchierata dello scorso novembre in occasione di Book City Milano.
Una bella notizia, insomma. Anche perché, ci tengo a rimarcarlo, la pratica dei fermi delle navi di soccorso dei migranti in mare, che l’Italia persegue da tempo, trovo che sia una delle cose più ignoranti e crudeli oltre che illegali (non solo giuridicamente, anche culturalmente, antropologicamente, moralmente, eticamente…) che si mettano in atto per far credere di gestire il fenomeno immigratorio nel Mediterraneo, in ogni modo lo si voglia gestire, dietro la quale invece si nasconde la non volontà e l’incapacità politica di gestirlo, sovente su basi palesemente discriminatorie e razziste, causando di contro l’aumento costante dei numero dei morti: in dieci anni (dal 2013 al 2023) oltre 28.000 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo, più di 22.300 dei quali lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Sono ben altre le azioni da mettere in atto per gestire al meglio – e sotto qualsiasi punto di vista – il fenomeno immigratorio attraverso il nostro mare ma, come detto, evidentemente non c’è interesse a praticarle, lasciando migliaia e migliaia di persone al loro destino sovente fatale.
Buon lavoro in mare alla Humanity 1, dunque, e alle altre navi SAR attive. È un augurio che si meritano assolutamente, insieme a tutta la mia ammirazione.
[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?
Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.
[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.
[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.
Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.
I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.
In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.
[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.
In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.
[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».