Sabato scorso, su “Ballabio News”

Giovedì scorso 11 maggio si è svolto l’atteso incontro tra amministratori locali e residenti, commercianti e villeggianti dei Piani Resinelli intorno alla questione dei parcheggi a pagamento e, più in generale, della gestione turistica della meravigliosa località ai piedi della Grignetta della quale mi sono “occupato” in passato sia per iscritto che in loco la scorsa estate in un bell’incontro con residenti e villeggianti proprio sullo stessa tema.

Da quanto è uscito dall’incontro, per come ne hanno dato conto i media locali, ho tratto alcune riflessioni e relative considerazioni proprio in tema di parcheggi, affollamento, gestione del turismo e qualità del paesaggio che ritengo assolutamente significative, per i Piani Resinelli e per molte altre località affini che godono – o soffrono – simili circostanze turistiche. Ringrazio molto la redazione del quotidiano on line “Ballabio News” che sabato scorso 13 maggio vi ha dato spazio, al solito con l’augurio che tali mie considerazioni possano unirsi a quelle più utili e costruttive per favorire il bene del luogo, dei suoi abitanti e del suo prezioso paesaggio, patrimonio di noi tutti.

Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Cosa ne pensate delle vie ferrate?

Cosa ne pensate delle vie ferrate?

Per quanto mi riguarda, ammetto che (attenzione, spoiler!) non ne penso affatto bene. Trovo che siano una delle infrastrutture montane a scopo ludico-ricreativo più subdole in assoluto. Antitetiche al basilare principio del salire i monti «by fair means» e alla più ragionevole etica alpinistica, degradano anche il valore culturale del senso del limite che è da sempre un elemento intrinseco alla frequentazione della montagna dacché consentono di superare difficoltà e raggiungere sommità anche a chi non ne abbia le capacità materiali, evitandogli pure di affrontare la cosa più logica in questi casi ovvero un buon corso di alpinismo che almeno parte di quelle capacità può conferire. Che senso alpinistico ha il superamento di una parete rocciosa altrimenti inaccessibile senza le adeguate doti arrampicatorie solo grazie a catene, pioli e maniglie avendo solo cura di sapersi assicurare lungo l’apposito cavo? Non si è in grado di salire da questa parte senza la via ferrata? Bene, si salirà da un’altra parte e comunque la sommità la si potrà raggiungere; se proprio non si è in grado di farlo amen, di altre vette raggiungibili ce ne sono a milioni. Punto. Perché manifestare una tale arrogante prepotenza nei confronti delle montagne?

Anzi, dirò di più: a me la via ferrata pare niente meno che una sorta di bizzarro doping alpinistico, solo che le relative “sostanze” sono di consistenza metallica e non le assume l’escursionista ma vengono fatte assumere a forza alla montagna. Peraltro non ci trovo nemmeno così tanta differenza con un ordinario impianto di risalita anch’esso di consistenza metallica, una seggiovia ad esempio, se non nella modalità pratica d’uso e nel differente sforzo fisico conseguente. Anzi, la seconda è per molti aspetti meno subdola e più “onesta”, a suo modo: almeno non viene spacciata per alpinismo, quantunque a sua volta spesso serva per arrivare in cima a una montagna!

Tutto ciò ovviamente al netto delle vie ferrate storiche/storicizzate e di quelle “obbligate”, senza le quali l’ascesa inevitabile al monte per altra via non attrezzata risulterebbe troppo lunga e laboriosa: ma è un caso ben raro, questo, nel novero delle vie ferrate di recente realizzazione, il cui principio di fondo mi pare resti meramente e biecamente ludico, neanche avvicinabile a qualsivoglia idea di alpinismo. Il caso mostrato nell’immagine lì sopra è emblematico (è la ferrata Walserfall nel comune di Baceno, Verbania; cliccateci sopra per leggerne i dettagli nel sito di Mountain Wilderness Italia). Che bisogno c’è di salire proprio da quella parete, se non per un divertissement del tutto mero e artificiale, ben diverso da quello prettamente alpinistico? Perché prendersi gioco in tal modo del talento e dell’impegno di chi invece riesce a conseguire nel tempo le capacità alpinistiche per superarla con i propri mezzi?

Per tutto questo capisco perfettamente le azioni messe in atto al fine di protestare e ove possibile contrastare la realizzazione delle vie ferrate. Peraltro, poste tali mie opinioni – che sono personali, ribadisco: ognuno la può pensare come vuole al riguardo – credo che la miglior protesta possibile verso queste opere, oltre a quelle suddette mirate alle nuove realizzazioni (oggi, guarda caso, quasi sempre progettate da enti pubblici che mostrano gravi incompetenze culturali in tema di montagne), sia semplicemente quella di non frequentarle. A partire – mi sia consentita la piccola nota polemica – da chi lo fa spesso attraverso le proprie gite sociali pur appartenendo a un sodalizio, il Club Alpino Italiano, il quale al punto 12 del proprio “Bidecalogo” afferma che «è, e resta, contrario all’installazione di nuove vie ferrate e/o attrezzate. Si adopera, ovunque possibile, per dismettere le esistenti, con la sola eccezione di quelle di rilevante valore storico […]». Questione di coerenza, di etica alpinistica e di lealtà verso se stessi, di rispetto verso la montagna e le sue peculiarità… di fair means, appunto.

Fabio Bertino, “Binari. Racconti di viaggi e di treni sulle ferrovie minori italiane”

Di frequente, nella politica italiana e nel conseguente dibattito pubblico, si parla di “aree interne” del paese, da sviluppare, sostenere, quale patrimonio da valorizzare, «motore del paese» eccetera. La definizione invero è tanto chiara nella forma quanto vaga nella sostanza: cosa bisogna veramente intendere con aree interne, in un paese come l’Italia le cui più grandi città, che pur amano farsi chiamare “metropoli”, sono piccoli centri rispetto alle megalopoli del pianeta, Europa inclusa? D’altro canto quello italiano è un territorio che per gran parte risulta collinare e montano, che appena oltre gli ultimi sobborghi delle città e nonostante la cementificazione fuori controllo – la quale tuttavia non significa urbanizzazione, anzi, a volte è l’esatto opposto – ritrova una dimensione rurale evidente e in certi aspetti pressoché immutata da secoli. Sviluppare questa parte preponderante del paese, dunque, non dovrebbe essere un’opzione che la politica possa discutere e valutare ma un obbligo ineludibile: semmai se ne discute di continuo proprio perché ciò rappresenta da tempo una grave mancanza della politica nostrana, la quale non di rado è sembrato che agisse (e agisca) per deprimere ancor più quelle aree “disagiate” – altro vocabolo spesso utilizzato, forse fin troppo ipocritamente.

Le ferrovie locali rappresentano un esempio assolutamente significativo di tale situazione italiana. Se dalla metà Ottocento in poi, quando cominciarono a essere realizzate e furono la prima occasione per molti italiani di uscire dai propri piccoli “recinti” paesani entro i quali si volgeva buona parte della loro vita e viaggiare, costituirono uno dei principali strumenti di autentico sviluppo per un paese che per tanti versi era ancora fermo al Medioevo, lungo il Novecento strategie istituzionali differenti puntarono molto di più sulle strade e sulle automobili, regalando agli italiani una (presunta) libertà di movimento individuale mai goduta prima ma al contempo scaricandosi di buona parte della responsabilità politica di mantenere efficienti molte linee ferroviarie, divenute nella suddetta “visione” istituzionale superflue. Cosa che non erano affatto, anzi, ma tanto bastò per decretarne la chiusura e la dismissione.

Oggi invece, in tempi di promesso «sviluppo delle aree interne», appunto, nonché di crisi climatica, conversione energetica, turismo sostenibile e slow, riscoperta di territori e luoghi di eccezionale valore culturale ma differenti se non antitetici a quelli deputati al turismo di massa, l’interesse verso le ferrovie secondarie e locali è tornato in auge, seppur ancora la politica sembra restare piuttosto indifferente al loro inestimabile valore, preferendo continuare a investire in strade asfaltate piuttosto che in binari. Di tale situazione italica posso ben dirmi diretto e costante testimone, lavorando quotidianamente tra una importante statale lombarda e una linea ferroviaria, entrambi congiungenti due città capoluoghi di provincia: la prima perennemente intasata di auto e soprattutto di mezzi pesanti, la seconda con soli due treni in transito all’ora e nessun convoglio merci. Cosa emblematica, ne converrete.

Ecco: tutta questa mia lunga premessa tematica vi può dare l’idea del valore non solo letterario di Binari. Racconti di viaggi e di treni sulle ferrovie minori italiane, l’opera più recente del piemontese Fabio Bertino, sorta di diario di viaggio lungo alcune delle più significative linee ferroviarie secondarie italiane per raccontarne la storia, la realtà attuale, i territori e i luoghi attraversati, la loro essenza per come la si può cogliere prima dai finestrini di un treno e poi nel micromondo locale che si esplora e scopre incamminandosi dalle varie stazioni lungo la linea []

(Potete leggere la recensione completa di Binari cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La montagna esige l’esperienza reale

[Foto di Albrecht Fietz da Pixabay]

In montagna è difficile vivere, raramente è quel luogo idilliaco inventato dall’immaginario cittadino. Eppure proprio per le palesi difficoltà di accesso e di soggiorno, sperimentate parimenti dal montanaro e dall’alpinista, la montagna sollecita e permette originali, personali strategie di vita. Infatti le difficoltà, i pochi elementi essenziali, i limiti imposti dall’ambiente montano sollecitano tutti i sensi, l’affinamento del pensiero e dell’inventività, concedendo solo un approccio personale, senza il quale ogni tentativo già precostituito e serializzato di qualsiasi pratica fallirebbe.
[…]
Ogni utilizzo di mezzi che non permettano un rapporto diretto con le particolarità dell’ambiente montano, ogni strategia serializzata e omologante, incapace di trovare di volta in volta una soluzione singolare appropriata al continuo mutare delle sue condizioni, fallirà, impedendo l’ascensione nel caso dell’alpinista, un vivere accettabile per chi abiti e lavori in montagna. La montagna esige il contatto diretto, l’esperienza reale, possibile solo passo a passo, lentamente, attraverso raffinate capacità di ascolto, umiltà, flessibilità, inventiva, possibili solo in prima persona, o in piccole comunità di differenti persone, ciascuna preziosa. Le montagne permettono un’evoluzione spirituale, un’inventività pratica eccezionali, perché a contatto diretto con la natura, esperibile anche nella sua pericolosità, estremità, piccolezza, marginalità grazie a una cultura umana consapevole dei propri limiti.

Tratto da E se l’evoluzione fosse in verticale? La montagna come luogo speciale dove sperimentare nuovi modelli di vita, intervento di Francesco Tomatis su “la Stampa” del 20 marzo 2023. Tomatis, professore ordinario in filosofia teoretica all’Università di Salerno, alpinista e garante scientifico di Mountain Wilderness International, è l’autore – tra molti altri libri – di Filosofia della montagna, uno dei testi fondamentali di cultura montana (ne vedete qui sotto la copertina) che ogni frequentatore consapevole e realmente appassionato delle Terre Alte dovrebbe leggere: per comprendere più a fondo e amare ancora di più il proprio andare per monti.

Potete leggere integralmente l’articolo di Tomatis su “La Stampa” cliccando sull’immagine in testa al post.

Ieri, su “Erba Notizie” e “Lecco Today”

Ringrazio molto, di nuovo, le redazioni di “Erba Notizie” e “Lecco Today che ieri, 9 maggio, hanno ripreso le mie più recenti considerazioni sulla questione del contestato progetto di sviluppo turistico del Monte San Primo.

A ruota delle attività del Coordinamento nato per salvaguardare il territorio della meravigliosa montagna lariana e proporvi una frequentazione turistica veramente contestuale al luogo, sostenibile e al passo con le dinamiche contemporanee del turismo in Natura oltre che con la realtà ambientale che stiamo vivendo, ritengo che il caso del San Primo debba sempre mantenersi “caldo”, in forza della sua notevole carica emblematica – che ha attratto l’attenzione di così tante persone, semplici appassionati di montagna tanto quanto figure prestigiose, una tra tutte Luca Mercalli il quale sovente cita il San Primo nei propri interventi pubblici sui temi climatici e ambientali – e del fatto di rappresentare un modello di duplice valenza: in negativo, per quanto riguarda il progetto in sé e l’insensatezza evidente con la quale le istituzioni che propongono il progetto lo vorrebbero imporre senza alcun confronto al riguardo, e in positivo, in considerazione della vasta platea di associazioni di varia natura, attive non solo localmente ma in tutto l’ambito regionale lombardo, che aderendo al Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” hanno scelto di unirsi, organizzarsi e schierarsi pubblicamente nonché indubitabilmente a difesa del monte, della sua grande bellezza, del suo paesaggio e del miglior futuro possibile per chiunque lo viva, da abitante stanziale o da turista occasionale.

Potete leggere i due articoli cliccando sui link in calce a ciascuna immagine.