I confini prima dell’alba

Cinquanta ettari di terra: ecco, secondo l’impiegato della contea, a quanto ammonta il mio dominio mondano. Ma L’impiegato è un tipo un po’ pigro, e non dà mai un’ occhiata ai suoi registri prima delle nove del mattino. Ciò che essi gli mostrerebbero al sorgere del sole è il tema ora in discussione.
Registri o no, un fatto è certo, sia per il mio cane che per me: prima dell’alba io sono l’unico proprietario di tutti gli ettari di terra sui quali riesco a camminare.
Non sono solo i confini a scomparire, ma l’idea stessa di essere confinato. Distese sconosciute agli atti o alle mappe divengono note a ogni alba, e la solitudine – che sembra non esistere più in questa contea – abbraccia ogni palmo di terra sul quale la rugiada stende il suo velo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.58.)

Confini e guerre / guerre e confini

[Immagine tratta da www.artstation.com.]

Nel suo semidimenticato saggio War and America, scritto nel 1914, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, il più celebre psicologo d’America, Hugo Münsterberg, espone coraggiosamente le sue idee pacifiste. “Da parte mia vedo una sola possibilità”, dice, “la guerra potrebbe essere fermata solo se le sue condizioni fondamentali fossero volontariamente cambiate. Le guerre fra nazioni sono state lotte per conquistare territori o per privare altre nazioni del loro territorio. Le guerre internazionali scomparirebbero solo se le nazioni non possedessero i propri territori”.
La sua presa di posizione è chiara, ma anche assai problematica poiché lui stesso, benché trasferitosi negli USA da vent’anni, era (e restava) un tedesco, legato alla sua cultura e alla sua patria d’origine. Ma proprio la sua situazione di intellettuale “de-territorializzato” è quella che gli permette di formulare un autentico “internazionalismo pacifista” a cui lui dà il nome di cosmocorismo. Per capire di cosa si tratti basta confrontarlo col cosmopolitismo kantiano: per Kant i confini esistono, e ciò che si invoca è il diritto di oltrepassarli liberamente; per Münsterberg il cosmocorismo significa la fusione totale dei territori e la scomparsa di tutti i confini, che, semplicemente, devono cessare di esistere. In altri termini, mentre per Kant l’uomo coincide con la propria azione morale, per lo psicologo esso è anche il prodotto dinamico delle idee che crea o subisce; se l’uomo dunque si liberasse dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato, le guerre scomparirebbero.

Quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, scatenando l’ennesima guerra nella storia della cosiddetta “civiltà umana”, mi è tornato in mente un’editoriale di Marco Senaldi pubblicato qualche mese fa su “Artribune” – sia nel sito che sul numero 59 del magazine – la cui prima è parte è quella che ho pubblicato lì sopra. Nell’articolo si contestualizzava il tema sulla questione della pandemia da Covid-19, ma constaterete che quanto sosteneva Münsterberg lo si potrebbe adattare alla situazione bellica attuale. In effetti pure io, quando presi a leggere le prime notizie sull’aggressione russa, pensai proprio all’idea di “confine” quale solita causa, tra quelle principali e ineluttabili, delle guerre – al di là della visione internazionalista-pacifista dello psicologo americano e semmai più pensando a certo pensiero anarchico alla Élisée Reclus. Del concetto di «confine» e della sua materialità moderna-contemporanea mi sono occupato più volte, riunendo molte delle principali osservazioni personali al riguardo nel saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020 – lo vedete qui accanto e cliccate sopra l’immagine per saperne di più) e, per ciò che ne posso ricavare, sono convinto che eliminare i confini geopolitici – nella forma attuale una forzata “invenzione” sei-settecentesca di matrice cartesiana sviluppata unicamente per soddisfare le pretese di dominio dei vari stati e non per salvaguardare unità socio-culturali di carattere realmente nazionale – in effetti eliminerebbe alla radice la causa di molte guerre ma non significherebbe affatto la globalizzazione culturale generale, che peraltro comunque trova campo libero nonostante qualsiasi confine più o meno rigido, come constatiamo da tempo. In tal senso non sono invece d’accordo con Münsterberg ove sostenga di doversi liberare «dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato», dote che invece, culturalmente sviluppata e del cui valore antropologico essere consapevoli, aiuterebbe proprio a definire quell’alterità necessaria alla conseguente (e niente affatto antitetica, sotto molti aspetti) definizione di un’identità di natura prettamente culturale e non politica ovvero nazionale-nazionalista. Così formato tale aspetto, e dunque resi sostanzialmente immateriali i confini tra genti diverse e relativi territori abitati, verrebbero facilitate anche le relazioni tra le diverse unità socio-culturali – le varie popolazioni, intendendo il termine sia su macroscala che su microscala – il cui contatto avverrebbe sullo stesso virtuoso piano culturale e non su altri potenzialmente più pericolosi.

Per dirlo in modo più semplice, propongo il solito esempio dei territori delle Alpi, divisi dall’elevata e ostica catena alpina i cui contrafforti montuosi mai hanno però diviso le genti dei versanti opposti, anzi, ne hanno sempre agevolato il contatto e l’incontro anche solo sulla spinta della curiosità di sapere cosa ci fosse al di là delle montagne che sbarravano il proprio orizzonte – il concetto di «Alpi come cerniera» che molti studiosi propongono, ad esempio l’antropologo Annibale Salsa. Da quando invece le montagne, da confini naturali che non erano, sull’onda del suddetto pensiero cartesiano sono stati trasformati in confini geopolitici che hanno creato un di qua diverso del di là – cosa totalmente artificiosa, appunto -, sono iniziati i problemi ovvero le guerre, che sovente si sono concentrate con la loro maggiore forza distruttiva proprio sui territori di confine: la Prima Guerra Mondiale, con le sue battaglie alpine, è l’esempio principale in tal senso.

Insomma, come ho scritto in un altro post dedicato al tema, «La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo»: quando ciò accade, e se consideriamo che la geografia è fatta anche di storia e dunque questa seconda, e i suoi accadimenti, dipendono molto dalla prima, lo scoppio di una guerra è solo una inevitabile questione di tempo. Già.

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi prezioso. Conoscetelo meglio, ne vale la pena.

Il confine che non c’è ma “esiste”

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Chester FC“.]

Lo stadio del Chester F.C., squadra di calcio della sesta divisione del campionato inglese, è costruito lungo il confine tra l’Inghilterra e il Galles. Il parcheggio dello stadio e l’ingresso dell’edificio principale sono in Inghilterra, mentre il campo e il resto delle tribune sono in Galles. Lo stadio è lì da trent’anni e la sua collocazione a metà tra due paesi diversi non era mai stata un problema: lo è diventato nelle ultime settimane a causa delle restrizioni sul coronavirus. Per lo stadio devono valere quelle in vigore in Inghilterra o quelle in vigore in Galles?

Occupandomi di luoghi, paesaggi e relazioni umane con essi, sono inevitabilmente assai sensibile al tema del “confine” e alle sue interpretazioni geografiche, culturali e antropologiche contemporanee: ne scrivo spesso qui sul blog e, in maniera più strutturata e approfondita, ne ho disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council, il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovver(tirebb)e di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.

Ecco: quello che avete letto in principio di questo mio scritto è l’incipit di un articolo pubblicato lo scorso 16 gennaio su “Il Post” che racconta della strana e un po’ assurda situazione dello stadio della città di Chester, località inglese ma posta a ridosso del confine con il Galles. Sapete che le nazioni costitutive britanniche godono di notevole indipendenza politica e amministrativa, così da avere anche normative diverse in tema di gestione della pandemia da Covid: tale questione ha di colpo reso “evidente” la presenza del confine, il quale prima, come denota l’articolo de “Il Post”, «non era mai stato un problema».

Trovo che la questione dello stadio di Chester sia parecchio emblematica, riflettendo intorno al senso del concetto di “confine”. Oltre a evidenziare l’etimologia originaria del termine, come sopra riportato, nel mio testo su Hic Sunt Dracones rimarco e dimostro anche che il confine è, in concreto, una cosa che c’è ma non esiste se non nel momento in cui il suo superamento, lo sconfinare, viene artificiosamente rilevato e per motivazioni meramente funzionali giudicato “illecito”. Ciò persino dove la presenza di un confine sia palesemente illogica – è il caso di Chester – ma pure dove risulti apparentemente più logica ma solo in senso geografico “cartesiano” (ovvero in base alla cosiddetta “dottrina dello spartiacque” influenzata sul piano filosofico dal pensiero razionalista cartesiano, appunto): è il caso delle Alpi, regione assolutamente rappresentativa in questo senso per come la barriera naturale del rilievo montuoso sia stata trasformata e imposta per mero volere geopolitico in confine quando per secoli la catena alpina ha contribuito all’incontro e all’unione dei popoli che vivevano sui versanti opposti, ben più di quanto accadde tra montagne e pianure della stessa parte idrografica. Di questo aspetto del tema ne ho parlato qui.

[Immagine tratta da Google Maps, cliccateci sopra per ingrandirla.
Dunque, lo stadio di Chester dimostra bene il paradosso contemporaneo (ma con evidenti radici storiche) del confine geopolitico: quando nessuno ne parlava e a nessuno tornava funzionalmente utile, il confine c’era ma era come non ci fosse; ora che per motivi giuridici una funzione al confine è stata trovata, ecco che “compare” con tutta la sua forza divisiva tanto quanto irrazionale. Ed è un caso, quello di Chester, che in sé può apparire in fondo piccolo e banale (qui ne trovate un altro, piuttosto simile) ma che scaturisce dallo stesso principio di sostanziale irrazionalità dal quale provengono molti altri casi più eclatanti e critici.

Sia chiaro: i confini esistono, senza dubbio, ma proprio dal punto di vista dell’etimo originaria del termine, zone di contatto e connessione – guarda caso tutti termini aventi il prefisso con, che significa “insieme” – e semmai con accezioni sostanzialmente culturali ben più che politiche, ideologiche o altro di simile, considerando che la cultura è pratica umana che richiede connessione e condivisione, non il contrario.

E se un indomani il Galles si separasse in modi ostili dalle altre nazioni della Gran Bretagna? Non si potrebbe più giocare a football nello stadio di Chester perché in mezzo al campo passerebbero reticolati e muri divisori nel mentre che tutt’intorno il mondo rimarrebbe quello solito, niente affatto diverso al di qua e al di là se non in forza del volere dei potenti di turno?

Insomma, mi torna in mente un altro post scritto tempo fa, che mi pare assolutamente valido al riguardo e che va benissimo anche ai tifosi che si rechino a vedere le partire giocate nello stadio di Chester:

La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo.

La morte di un lago

[Foto di Staecker, opera propria, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.
Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una citta rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci di mandò gli ingegneri russi».

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pagg.55-56.)

Nel suo Nostalgistan, Tino Mantarro racconta anche dell’assassinio del Lago d’Aral, uno dei più grandi e sconcertanti disastri ecologici e ambientali mai causati dall’uomo sul pianeta, un evento di quelli che mettono seriamente in dubbio la fondatezza del titolo di “civiltà” che il genere umano s’è attribuito. Ora l’Aral è lì, sotto gli occhi del mondo, con tutto il suo carico di morte, di desolazione e di forza ammonitrice: ma alla fine sanno (sapranno) imparare, gli uomini, da un errore pur così gigantesco?

Potete leggere di più sulla storia e la morte del Lago d’Aral qui, mentre qui potete vedere una significativa presentazione slide su quanto è accaduto. C’è da rimarcare il fatto che dai primi anni Duemila è in corso un tentativo di salvataggio almeno parziale del bacino e del suo ecosistema naturale, in verità sostenuto più da varie organizzazioni internazionali che dai governi locali: se ne parla qui.