La Val Bregaglia che si (e ci) racconta

[Foto di Roberto Garghentini, che ringrazio per avermela concessa.]
La Val Bregaglia, una di quelle poste nel territorio del Cantone Grigioni, in Svizzera, ma di lingua italiana (con la Val Mesolcina, la Val Calanca e la Val Poschiavo), non è solo una zona dalla potente anima alpina ricca di storia, cultura e specificità peculiari, che spesso narra attraverso ciò che il suo paesaggio contiene.

In realtà è lo stesso territorio bregagliotto che racconta molto di sé, ad esempio attraverso la sua morfologia: se osservata da Soglio (uno dei centri abitati più belli e noti), la Bregaglia rivela con chiarezza la sua genesi glaciale e il tipico (nonché particolarmente perfetto, qui) profilo morfologico a “U” che la sancisce indubitabilmente. Una genesi provata in modi più evidenti anche dalla presenza di numerose “marmitte dei giganti” come quelle di Maloja, dove se ne trova la maggior concentrazione di tutta Europa, e più a valle di Chiavenna, comprese nell’omonima Riserva Naturale, entrambi luoghi intriganti da visitare e conoscere.

Con un minimo di attenzione in più ovunque i territori, i luoghi e i paesaggi sanno raccontarci moltissime cose affascinanti che altrimenti potrebbero rimanere nascoste. E nel mentre che vi stiamo e interagiamo, in fondo raccontano anche di noi stessi.

La pluripremiata “Spluga Climbing Gym” di Enrico Scaramellini a Campodolcino, ovvero: costruire bene in montagna si può!

Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».

I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.

Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.

[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]
Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.

Il “dono” di una diga alla sua valle. Brentan, la micro-città idroelettrica modernista tra i monti della Val Bregaglia

[Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 17 aprile 2025: lo trovate qui.]

[Il bacino dell’Albigna con la diga a gravità e, a monte del lago, l’omonima vedretta tra le cime del gruppo Masino-Disgrazia. Immagine tratta da www.rsi.ch.]
Nella rilettura attuale di quella che si può considerare la grande epopea dell’industrializzazione idroelettrica delle Alpi, per la quale tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso furono realizzate centinaia di dighe con le relative opere atte al trasporto dell’acqua e alla produzione di energia elettrica, viene spesso evidenziata la contrapposizione tra l’importanza innegabile dei grandi manufatti idroelettrici per lo sviluppo non solo industriale dei paesi alpini, un aspetto certamente positivo, e il notevole impatto ambientale nei luoghi che ospitano i bacini artificiali, a volte situati ben oltre i 2000 metri, dal punto di vista dell’infrastrutturazione del territorio, della sommersione di nuclei abitati e dell’uso delle sue risorse idriche: un aspetto già all’epoca inesorabilmente critico e oggi, rispetto ad alcuni progetti di nuove dighe sui quali si dibatte (il più emblematico è quello del Vanoi, senza dubbio) considerato ancor più negativamente.

In effetti la gran parte dei progetti idroelettrici realizzati in quegli anni non prevedevano particolari forme di compensazioni a favore dei territori la cui acqua veniva sfruttata, se non quella indiretta e temporanea legata alla necessità di mano d’opera per la quale nei cantieri vennero impiegati migliaia di lavoratori dei territori montani limitrofi, e quella successiva derivante dalle concessioni idroelettriche pagate delle società dell’energia titolari delle derivazioni d’acqua. Tuttavia a questa situazione diffusa non mancarono eccezioni: una delle più significative in assoluto si trova in Svizzera a poche centinaia di metri dal confine italiano, in Val Bregaglia – uno dei territori di lingua italiana del Canton Grigioni.

[Veduta della Val Bregaglia con il paese di Vicosoprano; in alto verso sinistra si intravede parzialmente tra le montagne la diga dell’Albigna. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In una delle sue vallate laterali, la Val d’Albigna, nel 1959 venne inaugurata l’omonima grande diga a gravità, uno degli sbarramenti più spettacolari delle Alpi centrali in forza della sua posizione, sul ciglio di uno scosceso versante roccioso alto quasi mille metri che negli inverni più freddi si addobba di alcune grandi colate di ghiaccio (mentre prima della costruzione della diga ospitava una delle cascate più alte d’Europa), e del suggestivo bacino lacustre, circondato da verticali pareti di granito alpinisticamente molto rinomate e nel quale fino a qualche tempo fa confluiva la lingua glaciale della Vedretta di Albigna.

Si racconta che il 24 ottobre del 1954, quando gli elettori di Zurigo – alla cui EWZ (Elektrizitätswerk der Stadt Zürich), la società municipale di distribuzione dell’energia, appartengono le infrastrutture idroelettriche dell’Albigna – approvarono il credito finanziario per la realizzazione della diga, le campane di tutte le chiese della Val Bregaglia suonarono a festa. I lavori alla diga offrivano nuove prospettive economiche alle comunità di una regione periferica al tempo ancora legata all’economia sussistenziale di montagna, priva di attrezzature turistiche e a rischio di spopolamento; inoltre lo sbarramento sarebbe servito anche per eliminare il pericolo di inondazioni provocate proprio dalle piene del torrente Albigna, alimentato dalle acque di fusione dei ghiacciai della zona e dunque soggetto a piene improvvise e imprevedibili che periodicamente devastavano la vallata.

(Le immagini della galleria qui sopra sono di Anna Galliker, 2021, Hochschule Luzern – Technik & Architektur, tratte da www.architekturbibliothek.ch.)

Tuttavia, oltre al pagamento dei canoni per le derivazioni d’acqua atte a produrre un’energia che poi sarebbe andata a favore delle utenze di Zurigo e non della Bregaglia, la EWZ decise di realizzare anche qualcosa che nel tempo, cioè al termine della fruizione da parte della stessa società, sarebbe diventato un patrimonio significativo per l’intera valle: i due villaggi residenziali di Vicosoprano e di Castasegna. Costruiti per offrire una nuova confortevole casa ai dipendenti della EWZ provenienti da fuori che desideravano svolgere professioni “moderne” in un ambiente rurale che all’epoca offriva soltanto soluzioni abitative spartanamente montane, sono oggi considerati uno dei più importanti progetti architettonici grigionesi del secondo Novecento e, in particolar modo, quello di Castasegna è salvaguardato dalla Società per la Cultura dei Grigioni nell’ambito del progetto “52 migliori edifici. Cultura edilizia Grigioni 1950–2000.

L’insediamento “Brentan” di Castasegna venne progetto (come quello di Vicosoprano) dall’architetto Bruno Giacometti (1907–2012), figlio più giovane del pittore Giovanni Giacometti e fratello di Alberto, tra i più famosi artisti della storia, e fu realizzato tra il 1957 e il 1959, in contemporanea ai lavori della diga… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

Lorenzo Berlendis, “Le vie dei ponti”

Una delle cose più deleterie che siano accadute alle nostre Alpi, al netto delle fenomenologie di natura variamente socio-antropologica che ne hanno caratterizzato negativamente la storia degli ultimi due secoli, è stata la loro trasformazione in baluardi naturali di confine in base alla dottrina cartesiana sulla quale si è incentrata la geopolitica europea dal Settecento in poi. Prima di ciò, le Alpi sono sempre state una “cerniera” tra popoli, culture, saperi, tradizioni, economie, hanno sempre unito le genti alpine e gli stessi stati nazionali puntavano a contenere il più possibile nei propri territori i gruppi montuosi nella loro interezza. Anzi, quelle fenomenologie degradanti prima citate in effetti sono state la conseguenza anche di tale suddivisione geopolitica cartesiana dei monti alpini, per non parlare delle varie guerre successivamente scoppiate tra paesi di opposti versanti – la Prima Guerra Mondiale su tutte.

Dunque, la morfologia pur ostica di vette, creste e dorsali delle Alpi mai ha diviso le comunità alpine, e praticamente ogni passo valicabile, anche a quote elevate, era sede di una via di transito, carrabile, mulattiera o sentiero che fosse. Ecco, se si “ribalta” la suddetta morfologia, anche visivamente, alle dorsali elevate verso il cielo corrispondono i fondivalle delle innumerevoli vallate alpine lungo le quali scorre quasi sempre un corso d’acqua più o meno importante; e alle mulattiere valicanti i passi corrispondono i ponti che superavano e superano quei corsi d’acqua, a loro volta unendo le sponde ovvero le genti che vi abitavano e che da quelle valli transitavano. Sono altrettante piccole “cerniere” alpine, quei ponti, e di grande importanza, al punto che attorno al loro secolare valicamento si sono condensate infinite storie, vicende, narrazioni culturali d’ogni genere ma tutte quante affascinanti e sovente emblematiche riguardo la stessa storia delle Alpi in generale.

Lorenzo Berlendis è nato proprio in una valle prealpina – la Val Brembana, nelle Alpi Orobie – ricca di ponti importanti che valicavano il sovente impetuoso Brembo, e molti altri ponti, anche e soprattutto culturali, Berlendis ne ha valicati a iosa, in primis come membro di Slow Food e coordinatore di gruppi tecnici su mobilità dolce, progettazione partecipata degli spazi urbani, valorizzazione di territori e saperi delle comunità locali. Dunque egli sa bene come un ponte non sia solo un manufatto meramente atto a superare depressioni e avvallamenti ma, come detto, una piccola/grande cerniera tra territori e genti: il suo ultimo libro Le vie dei ponti. Percorsi tra memoria e gusto, storia e arte. Dalle Orobie bergamasche ai Grigioni, attraverso la Valtellina e la Val Bregaglia (Altraeconomia, 2025) è costruito attorno a queste fondamentali cerniere che, nello specifico, uniscono sponde e versanti di una delle regioni più emblematiche delle Alpi, quella tra Lombardia e Grigioni circoscritta dal sottotitolo del libro. Una regione da sempre transitata come poche altre, collegamento millenario tra Nord Europa e Mediterraneo nella quale gli scambi tra le varie comunità sono sempre stati intensi al punto da potervi estrapolare una certa unitarietà antropologica, costruita e testimoniata da innumerevoli fatti storici e elementi culturali []

(Potete leggere la recensione completa di Le vie dei ponti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Ecco il (vostro) villaggio di montagna “ideale”

[Veduta di Savogno, in Val Bregaglia (provincia di Sondrio, Lombardia). Immagine tratta da www.exploralp.com.]
Qualche giorno fa ho chiesto a chi legge questo blog e le correlate pagine social di citare una località che, secondo le personali esperienze e impressioni, oggi rappresenta più e meglio di altre il modello e l’idea di “villaggio di montagna”.

Per prima cosa ringrazio di cuore tutti quelli che hanno raccolto il mio stimolo, rispondendo e citando una località in grado di rappresentare in modi significativi – qualsiasi fossero – l’abitare urbano in montagna nel presente. Sono tutte risposte estremamente interessanti e per me istruttive, dunque la gratitudine è molteplice.

Ho raccolto le località citate nell’elenco che vedete qui sotto (cliccateci sopra per aprirlo in versione pdf), ordinato per regione o stato estero così da fornire un dozzinale ma già significativo quadro della posizione geografica. Trovate anche la quota altimetrica e gli abitanti, rilevati da Wikipedia o da alcuni siti demografici. Mi auguro di non aver preso qualche toponimìa, nel caso segnalatemelo. Naturalmente – inutile rimarcarlo – l’elenco non vuole avere alcun valore demoscopico, ma nella sua spontanea semplicità offre comunque un piccolo e interessante quadro dei villaggi montani più apprezzati nel senso che ho sottinteso con la mia domanda.

Posto il valore assoluto di ciascuna risposta fornita in base al personale giudizio, traggo alcune considerazioni elementari interessanti. Innanzi tutto, è bello che un po’ tutto l’arco alpino sia compreso nelle risposte (Svizzera inclusa ma non gli altri paesi alpini) e anche l’Appennino, in maniera inevitabilmente minore ma citato nel suo cuore più alpestre. Inoltre, buona parte delle località non sono toccate dal turismo di massa, invernale o estivo, e quasi nessuna è tra quelle molto infrastrutturate al riguardo: un elemento significativo, questo, che dice molto sul sentore comune relativo all’abitare contemporaneo in montagna.

Altra cosa interessante che rilevo è che, a quanto mi sembra, per la gran parte si tratta di località che presentano architetture e strutture urbane tradizionali rispetto ai territori ove si trovano, rimarcando in ciò un elemento di armonia importante tra il territorio, il nucleo abitato e il benessere residenziale (da abitanti o da villeggianti). Anche per questo, mi viene da pensare, non sono quasi state citate località ordinariamente turistiche, le cui architetture rimandano spesso a forme cittadine poco consone al paesaggio in quota.

Per la cronaca, la quota altimetrica media delle località citate è di poco inferiore ai 1200 metri, mentre la media degli abitanti è di circa 800 persone; a parte due località, tutte quante hanno meno di 1.500 abitanti, la maggioranza addirittura è sotto i mille. Dunque, per cercare di tratte un minimo compendio, sono paesi piccoli, posti a quote già significativamente montane, dall’architettura vernacolare relazionata alla geografia fisica dei rispettivi territori.

Ma, ribadisco di nuovo, queste mie sono considerazioni espresse così su due piedi, a prima vista, senza troppe pretese esplicative e giusto per rilevare qualche evidenza che a me pare interessante e, per certi versi, illuminante. Chiunque altro è libero di ricavarci qualsiasi ulteriore riflessione oppure nessuna, usando l’elenco anche solo come spunto per qualche prossima visita a luoghi montani evidentemente meritevoli di considerazione.

In ogni caso, ancora grazie di cuore a chiunque abbia dato la propria risposta!

P.S.: per la testa di questo articolo ho scelto un’immagine di Savogno perché la località, pur rinomata tra i frequentatori delle montagne, non è stata citata, dunque così non facendo torto a nessuna di quelle nominate.