Una pandemia di “forse”

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Ci sono troppi “forse”, in questa pandemia. Troppi verbi condizionali, troppi dati numerici blaterati senza senso, troppe opinioni presentate come verità ma basate su astrattezze, troppe previsioni ricolme di imprevisti, troppa incoscienza spacciata per “scienza”. Ancora adesso, dopo così tanti mesi.

E può essere comprensibile che tutt’oggi non si abbiano reali certezze, sul Covid, ma allora perché continuare a diffondere pubblicamente, da parte di troppi, parole che nel concreto risultano quanto meno pleonastiche se non inutili, e dietro le quali molti – i politici in primis – cercando di nascondere la loro inadeguatezza?

Se non si è certi di qualcosa e si è consci che le parole pubblicamente spese influenzano la società civile nelle idee e nelle azioni, ben conoscendo poi l’incapacità dei media di offrire una corretta informazione, è meglio restare in silenzio. Oppure ammettere, con ammirevole sincerità, di non poter dare le informazioni richieste per mancanza di dati certi e oggettivi. Altrimenti anche così, in effetti, si “aiuta” il coronavirus a diffondersi pandemicamente: proprio ciò che sta di nuovo succedendo, già.

Sgarbi, il MaRT, Caravaggio

Quando qualche mese fa lessi della nomina di Vittorio Sgarbi a Presidente del MaRT, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e Trento, rimasi piuttosto allibito. Ma come? – mi chiesi – uno dei massimi esperti di arte classica in Italia (ovviamente tralascio qui tutto il resto di ben più opinabile che è, Sgarbi) a capo di un museo di arte moderna e contemporanea? Un po’ come mettere a capo della federazione di motonautica un pur valente skipper – di barche a vela, appunto – che per ciò decida di montare alberi e velature sui motoscafi da competizione, ecco. Ma poteva ben essere una mia opinione fallace, quella.

Fatto sta che la mostra Caravaggio. Il contemporaneo inaugurata pochi giorni fa al MaRT, mi sembra che invece dimostri e giustifichi quel mio sconcerto. Bellissima mostra, senza alcun dubbio, in un contesto – di concetto e di luogo – che con essa c’entra poco o nulla. Ovvero, se mi permettete un ulteriore punto di vista, una forzatura di natura personalistica e “di parte” imposta dal direttore di un museo che, in forza di iniziative del genere, rischia di perdere non solo la propria identità nativa e in qualche modo “genetica” ma pure l’appeal pressoché unico nel panorama museale italiano e non solo – il MaRT è, e non vorrei dire era, uno dei migliori musei di arte contemporanea del Sud Europa – magari per inseguire e saltare, come tanti altri, sul treno delle “mostre “blockbuster. Un’eventualità della quale il MaRT non avrebbe certo bisogno.

Non è una mera questione di “pane al pane e vino al vino”, sia chiaro: le contaminazioni d’ogni genere sono sempre una bella cosa e lo sono in particolar modo nell’arte, ma quand’esse siano ben concepite e contestualizzate all’ambito nel quale vengono manifestate, senza così generare rischi di confusioni concettuali, culturali, didattiche ed estetiche. Può ben essere che Sgarbi, dall’alto della competenza che possiede, sappia fare ciò con la sua direzione al MaRT, tuttavia, da fervido appassionato d’arte quale sono, percepisco una stonatura di fondo non indifferente e un potenziale pericolo di eccessiva e coatta personalizzazione curatoriale che, ribadisco, mi spiacerebbe parecchio imposta a un museo che ho visitato più volte e ho sempre trovato bellissimo per ciò che è (era, vedi sopra). Sperando che resti tale anche per come sarà.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte dal web.

La “statura” dei leader politici

Comunque, la “statura” dei leader politici (a prescindere dalle idee espresse e dai partiti rappresentati) la si può ben riconoscere e valutare anche dalla capacità degli stessi di “vedere” nel futuro: non dico remoto, ma almeno qualche mese avanti – peraltro, questa, sarebbe una delle doti fondamentali richieste a qualsiasi buon politico a prescindere dalle idee espresse e dai partiti rappresentati, ribadisco.

Ecco, mi pare che anche in questo l’Italia sia messa veramente benissimo e si vede – nel presente, già.

(Foto e nome, nell’immagine tratta da qui e risalente a poco più di 3 mesi fa, sono parzialmente celati per rendere del tutto irriconoscibile – sì sì! – il politico in questione, preso qui a mero esempio – seppur palese e ordinariamente macroscopico – tra i tantissimi italici possibili al riguardo.)

I sovra(stali)nisti

[Immagine tratta da qui.]

Noterella politicoide, dal basso (“alto” sarebbe troppo, non sono così sbruffone) della mie più assolute libertà e indipendenza di pensiero: a me pare che questi sovranisti, suprematisti e figuri affini che s’atteggiano a rappresentanti duri-e-puri della “destra” politica un po’ ovunque, non solo a Sud delle Alpi, spostandone apparentemente il baricentro verso l’estremo limite ideologico, in realtà assomiglino sempre di più ai comunisti del secondo Novecento, quelli totalmente, ciecamente votati alla (non)causa sovietica senza nemmeno conoscerla e che pendevano dalle labbra dei vari segretari del PCUS o degli alti dignitari analoghi, esprimendosi a meri slogan, rivendicando diritti e verità del tutto retoriche e basate sul nulla, credendosi portatori del verbo ideologico-politico perfetto e indiscutibile senza nemmeno lontanamente concepirne e comprenderne la nocività non solo verso il mondo ma, in primis, verso loro stessi. Non sono affatto “destra” come dicono, ovvero, sono molto più “sinistra” che destra – proprio quella sinistra che “aborriscono” e contro le cui istanze si mostrano paladini ma, non casualmente, raccogliendo consensi proprio in quella parte di società civile da cui scaturiscono quelle istanze e che dovrebbe essere loro avversa, e ciò non solo per il sostanziale fallimento ideologico e politico della sinistra – la quale, sempre non casualmente, per certi versi è oggi molto più simile ad una compagine borghese-capitalista di destra.

E d’altro canto è ugualmente vero che ogni potere di destra o sinistra che nel corso del Novecento abbia assunto fattezze autoritarie (e ai quali di frequente i “destri” e i “sinistri” di oggi si ispirano, i primi più apertamente e platealmente) sia giunto ad assomigliarsi reciprocamente. Gli opposti si attraggono, gli estremi si toccano: sono regole che valevano una volta e valgono ancora nella politica di oggi, ciò anche perché è la politica di oggi a non essere affatto contemporanea, ovvero a rappresentare, nella sua forma dualistica classica, un’espressione ideologica del tutto superata e sostanzialmente morta (Gaber docet!).

Proprio per questo io, sulla base di quelle mie scriteriate, sovversive e assolute libertà e indipendenza di pensiero, resto sconcertato da che ancora oggi si continui con quella pantomima politica: la quale, inesorabilmente, genererà sempre estremizzazioni, da una parte e dall’altra, e un altrettanto inevitabile degrado di qualsivoglia ideale più o meno nobile che fingono di portarsi ancora appresso, dilagando invece nel deserto post-ideologico più sterile e mortale. Per cui non (mi) resta che ridere addosso a tutti quelli, sovranisti o meno, con la speranza immortale di seppellirli tutti quanti e, finalmente, assicurare alla civiltà umana un futuro politicamente più virtuoso. E più serio, pure.

La fine (prevedibile) di certo turismo alpino

«E voi ancora non avete visto niente… Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.»
«Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci… Se, presémpio, uno ci cascasse dentro?»
«Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: ‘Ha bagagli il signore?’»

(Alphonse Daudet, Tartarino sulle Alpi, 1885, citato in Paolo Paci,  L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pag.276.)

[Una raffigurazione di Tartarino sulla copertina di una vecchia edizione dell’opera di Daudet pubblicata da Bietti nel 1967; fonte qui.]
Anche Daudet, grazie alle (dis)avventure alpine del suo celeberrimo Tartarino, intuì benissimo – e fu tra i primi a prevederlo con tanta vividezza – la degradante fine che avrebbe (e ha) fatto in molti casi il turismo sulle Alpi. Eppure, ancora oggi in tante località si continuano a perseguire e imporre modelli di turismo che sviliscono la montagna e vi causano danni incredibili – cioè proprio da non credere che possano essere cagionati e che li provochino quelli che si fanno credere i “difensori” dei monti, quelli che “li hanno a cuore”, che li vogliono “valorizzare”… quando invece ne guastano la realtà, il valore, la cultura e qualsiasi buon futuro.

Perché ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quei primi illuminanti moniti e dopo tutto quanto accaduto fino ai giorni nostri, molte zone delle Alpi devono sottostare alle convinzioni, alle opere e alle relative conseguenze di così inopinate e pericolose menti bacate?