Quelli che “se la tirano” e Herbert Von Karajan

[Bernstein, Böhm e Karajan. Fonte: Wikimedia Commons.]
Stavo dissertando con un’amica di come, nella società di oggi, la mancanza di talenti, di doti e di capacità sia ormai stata elevata a (aberrante) “motivo” di importanza e prestigio, al punto che più uno “se la tira”, come si dice in tali casi, meno ha ragioni e giustificazioni per farlo. Eppure, viene di conseguenza osannato da tanti, nemmeno fosse un genio, un fuoriclasse, un fenomeno assoluto. La nullità inopinatamente spacciata per valore e imposta come tale, insomma.

A tal proposito, mi torna sempre in mente un classico e divertente aneddoto che sembra fare da necessaria eccezione a confermare la “regola” suddetta, una storiella che narra di come, un giorno, Leonard Bernstein, Karl Böhm e Herbert Von Karajan (tre giganti assoluti della musica classica nel Novecento, inutile dirlo) si ritrovano insieme e si mettono a discutere su chi sia il più grande tra i direttori d’orchestra. La discussione si anima e Bernstein ad un tratto sbotta: «Dio mi è apparso e ha detto che sono io!». Al che Böhm scuote la testa: «Impossibile, è apparso anche a me e ha detto che sono io!». A quel punto interviene Karajan: «Strano, non mi pare di aver mai detto niente del genere!»

Ecco. Mi diverte sempre ricordarla.
Per dire, poi, come cambiano i tempi e le cose del mondo, già.
In fondo l’Olocene, l’era nella quale viviamo definita in modo assai consono anche Antropocene, è pure e non poco il Tipotacene (da Τίποτα, “niente”).

Una politica di nessun valore

[Fedor Adol’fovich Vogt, “Carnival”, 1935, Minsk, Museo Nazionale d’Arte della Repubblica di Bielorussia. Fonte dell’immagine: qui.]
Ma in effetti, se ordinariamente i politici si presentano alle elezioni o a qualsiasi altra circostanza elettorale affermando che faranno cose che poi non fanno attraverso dichiarazioni alla collettività senza alcun valore, per equipollenza politica ciò non dovrebbe determinare che le preferenze elettorali da essi conseguite, in quanto dichiarazioni collettive di voto, vengano sì espresse ma poi non abbiano alcun valore?

Ah, no, un momento… che stupido! Funziona già così, da diverso tempo!

A volte, sovrappensiero, ad ascoltare come certe persone ne discutano con convinzione sostenendo le proprie posizioni, mi dimentico che invece è tutta quanta una grottesca pantomima, utile ai “teatranti” che ne scrivono la sceneggiatura e impongono il copione per continuare a tenere in piedi il loro teatrino e pagarsi i cachet.
Già. Sbadato che sono!

Persone capaci e persone incapaci

Sembrerà banale rimarcarlo, ma le persone capaci (in senso generale) si distinguono da quelle incapaci (sempre in senso generale) anche perché le prime, tra le altre cose, sanno spesso trarre dalle difficoltà e dai problemi che si ritrovano ad affrontare delle buone, interessanti, convenienti, innovative opportunità, mentre le seconde, dalle opportunità che hanno a disposizione, sanno sempre (o quasi, ma le eccezioni sono rarissime) ricavare difficoltà, problemi, pasticci e danni.

E, be’, pure perché vanno in politica, le seconde rispetto alle prime. Cosa per la quale in effetti quanto sopra è una condicio sine qua non. Per nulla banale, purtroppo.

La paura è la peggior pandemia

A che profondità i media entrano nella nostra vita? Il panico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ci dimostra, ancora una volta, quanto il sistema d’informazione sia un organismo complesso e irrazionale. È un sistema che vive della stessa emotività del suo pubblico e come tale è naturalmente teso a esasperare le proprie storie, le curiosità maniacali, la paura: più grande è la notizia, più distorte e fuorvianti sono le sue interpretazioni. È in situazioni delicate e convulse come questa che abbiamo bisogno di sentire la voce di un giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato. Se questo viene a mancare, restiamo in balia di un’informazione distorta che ci schiaccia e si diffonde come un’epidemia, lasciandoci soli con un ragionevole dubbio: questa capillare iniezione di ansia era davvero un antidoto necessario alla circoscrizione del contagio?

È un testo, quello che avete appena letto, a corredo dell’immagine di copertina di Artribune#54, entrambi curati da Tatanka Journal, una rivista indipendente che dal 2018 racconta l’attualità attraverso le immagini, la grafica e le illustrazioni, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Nel 2020 inizia la collaborazione con “Artribune”, insediandosi sulla superficie della rivista per creare un progetto editoriale parallelo, in grado di innescare delle riflessioni che nell’arco del nuovo anno indagheranno il contemporaneo.

Il testo citato, a mio parere, con poche parole dice cose ottime e assolutamente valide non solo per l’attuale “era Covid” ma per quasi ogni circostanza della nostra realtà contemporanea – nella quale ogni minima questione, anche la più banale e minima, viene resa emergenziale e pericolosamente pandemica, con tutti i danni materiali, culturali, sociali e mentali che poi tocca registrare – visto che il “giornalismo” propriamente detto evita di farlo. Dunque possiamo coltivare la speranza che, proprio in forza delle esperienze degli ultimi tempi, a breve avremo finalmente a disposizione un «giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato»?

Spoiler: no. Anzi, andrà sempre peggio, qui. (Tanto non è mica uno “spoiler”, questo: semplicemente è una trama già vista mille e mille volte. Già.)

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il #54 di “Artribune”, la miglior rivista italiana di arte. L’ho già scritta, questa cosa, e la ribadisco.

Referendum e risate

[Foto di jacqueline macou da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Leggo che a breve, in Italia, i cittadini saranno chiamati a votare in un referendum l’assenso o meno al taglio del numero dei parlamentari.

AHAHAHAHAH! Notevole trovata comica, non c’è che dire! Di quella comicità grottesca nella quale le “istituzioni” italiani sono maestre, indubbiamente.

È un po’ come se, a bordo di una nave piena di falle nello scafo che per questo imbarca acqua e affonda inesorabilmente, i marinai dell’equipaggio si mettano a discutere su quali mobili dell’arredamento di bordo buttare a mare perché ritenuti troppo pesanti e così colpevoli dell’inabissamento.
I mobili, già, non i buchi nello scafo.
Veramente una gag comicissima, appunto!

Al netto delle considerazioni sui pro e sui contro al riguardo, nonché delle gran risate (personali, ribadisco), sul serio in Italia si pensa e si crede che sia un problema di quantità e non invece di qualità della rappresentanza politica? E che tra 900, 600 o 10 oppure cinquemila parlamentari, se comunque incapaci, impreparati e cialtroni (pare che la politica italiana attiri solo figure del genere, da tempo), le cose possano cambiare?

Be’, bisogna ammetterlo: gli italiani sono proprio un popolo “divertente”. Molto divertente.

P.S.: che poi, a buttare i mobili in mare, si finisce per inquinarlo, eh! Col rischio che, una volta colata a picco la nave e finiti in ammollo, ci si ritrovi pure immersi nell’acqua sporca. Ecco.