Di Neil Young e Donald Trump, o di un emerito [CENSURA]

Al solito, da uomo del XXI secolo sperabilmente Sapiens (nel senso che ci provo a esserlo, non so con quali risultati) nonché senziente anche dal punto di vista civico, trovo veramente sconcertante che la tanto culturalmente “evoluta” civiltà umana, in tante parti del mondo che abita e domina, produca una dirigenza politica – ovvero governi, partiti, leader, politici – a dir poco terribile, e nelle mani di essa affidi il proprio destino interpretando in un modo quanto meno distorto il concetto di “democrazia”, così che non di rado ciò produca effetti che di democratico hanno poco o nulla, anzi, assumono le palesi sembianze di atti totalitaristici. È una cosa realmente assurda nel senso etimologico più proprio del termine, cioè qualcosa di offensivo, di ripugnante.

Posto ciò, e a prescindere da qualsivoglia giudizio di parte (che non c’entra nulla, qui) l’attuale presidenza degli Stati Uniti d’America risulta uno degli esempi più lampanti – e pienamente assurdi, appunto – di quanto ho appena asserito, peraltro in considerazione dello status degli USA, massima superpotenza – almeno ancora formalmente – del pianeta. Ma se si possono citare innumerevoli macro-casi a dimostrazione della ripugnanza teorica e pratica dell’operato di Donald Trump, ve ne sono altrettanti all’apparenza meno lampanti eppure ugualmente illuminanti al riguardo, se non persino di più.

Notevole al riguardo è la vicenda della causa contro Trump intentata dal grande musicista canadese (oggi naturalizzato statunitense) Neil Young per l’uso non autorizzato di alcuni suoi brani durante i comizi del Presidente, in particolare di Rockin’ In The Free World. La questione è emblematica non tanto per la mancata autorizzazione all’uso del brano e il non pagamento delle royalties, ma per l’uso “culturale” e dunque apparentemente propagandistico del brano. Dacché, se Trump e il suo entourage hanno scelto di utilizzare quel brano nei comizi e in altri eventi pubblici di propaganda, di logica viene da pensare che lo ritengano assolutamente rappresentativo e affine alle loro visioni politiche. Per dire: in un consesso pubblico di cacciatori sarebbe assurdo che si diffondesse un brano che inneggia all’abolizione della caccia, no?

Ecco, leggete il testo di Rockin’ In The Free World. È semplicemente quanto di più antitetico alla visione politica e alle mire che Donald Trump vuole perseguire restando al potere, ovvero ad un’America governata nel modo in cui la sta governando l’amministrazione attuale.

Insomma: nel caso del citato consesso pubblico di cacciatori, gli stessi sarebbero (sono) talmente idioti da diffondere brani totalmente contrari alla loro attività.

Di logica, dunque, non si può che concludere che l’attuale Presidente degli USA Donald Trump o è sordo (e non pare), o è un emerito [CENSURA], e i suoi elettori sono degli analfabeti funzionali al livello più grave.

Per tali motivi, oltre che in forza della ripugnanza della figura istituzionale e umana, dei disastri combinati e anche per l’alternativa che l’altra parte politica in campo propone, credo negli USA contemporanei Donald Trump abbia buonissime probabilità di essere rieletto.
Già.

(Crediti delle immagini: per N.Y, foto di Andy Roo (6tee-zeven), https://www.flickr.com/photos/andy-roo/3668767587, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17030669; per D.T., foto di Michael Vadon; file ricavato da un’altra immagine: Donald Trump Signs The Pledge 11.jpg, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49586228.)

Ordine e disordine

[Foto di Manfred Richter e di Gino Crescoli da Pixabay]
Ecco, stavo pensando al riguardo che il problema – di valore generale – non è che vi sono situazioni di apparente disordine le quali tuttavia hanno una loro logica pur particolare, conferita ad esse da chi le ha create in modo che per costui/costoro quel disordine è in realtà un ordine pienamente coerente e funzionale; è l’opposto, è che vi sono moltissime situazioni di apparente “ordine”, in tal modo imposte e fatte credere ma in verità prive di qualsiasi buona e sostenibile logica così che concretamente siano puro e pernicioso disordine. Peraltro doppiamente pernicioso, dacché non essendo comprese come tali ma come “ordine”, e siccome basate sull’assenza di logica – esse stesse e la realtà che ne viene imposta – moltiplicano irrefrenabilmente la loro pericolosità.

E, appunto, di situazioni di disordine imposte (strategicamente) e credute invece come esempi di “ordine”, in questo mondo ve ne sono a iosa e sovente proprio dove un ordine – nel senso, una logica generale accettabile, coerente, funzionale e proficua – dovrebbe essere la regola. Come dice quel vecchio proverbio, «L’ordine è pane, il disordine è fame» ma, evidentemente, sulla fame sempre più diffusa qualcuno ci campa e prospera, ben più che sul pane. Già.

Come sparirebbe il coronavirus

Questo articolo dell’Agi su quanto accadde nel 1969, quando a fronte della pandemia provocata dall’influenza di Hong Kong (no, tranquilli, non se la ricorda quasi nessuno) che fece almeno un milione di morti nel mondo, nulla si fece in quanto a salvaguardia sanitaria delle persone e addirittura negli USA che registrarono 100mila morti si tenne un mega assembramento come l’iconico Festival di Woodstock, cade a fagiolo – l’articolo dell’Agi, intendo dire – su una riflessione che stavo facendo in questi giorni, nel mentre che il coronavirus in Europa “sembra” ormai sul punto di passare e di conseguenza le restrizioni al movimento e ai comportamenti individuali vengono meno. Una riflessione, ovvero una domanda, estremamente elementare, banale, ovvia ma, forse, come a volte accade con le cose troppo ovvie, pure trascurata, ignorata, tralasciata: ma se del coronavirus non si fosse pubblicamente detto tutto ciò che si è detto – e scritto, su qualsivoglia media – il coronavirus sarebbe stato ciò che è stato? O, se si volesse porre la domanda dalla “parte opposta”: se del coronavirus non si parlasse più se non al massimo come notizia ordinaria tra tante altre ugualmente ordinarie, il coronavirus “ci sarebbe” ancora? Quanto impiegherebbe per “scomparire” dalla nostra considerazione ovvero per diventare qualcosa di normale, anche se dovesse pandemicamente permanere e pure a fronte delle restrizioni necessarie al riguardo? Dacché la questione, se non fosse chiara, non è relativa a quanto si è fatto per contenere la pandemia, ma a tutto ciò che vi è stato costruito sopra e intorno.

La questione alla quale fanno riferimento queste mie domande invero è risaputa e annosa: la realtà che diventa reale, cioè che esiste, solo nel momento in cui viene “comunicata” attraverso i media, nei modi che essi scelgono (e impongono) di utilizzare al riguardo e con tutte le conseguenze del caso. Di quante vicende pur fondamentali e a volte gravi i media maggiori decidono di non occuparsi, mantenendole dunque sostanzialmente ignorate dalla gran parte delle persone anche quando sia elementare trovare notizie e dettagli al riguardo altrove, sul web o su altri canali d’informazione?

Ricordo di una discussione di parecchi anni fa, prima dell’avvento del web, quando la televisione era il mezzo di comunicazione primario e fondamentale, nella quale si ipotizzava tra il serio e il faceto un eventuale ritorno del “Messia” sulla Terra, come annunciano le credenze religiose cristiane: come potrebbe fare per annunciarlo all’intero pianeta, di essere tornato? Apparendo con profusione di effetti speciali “divini” da qualche parte? Oscurando i cielo e scagliando folgori? Spandendo nell’aria i più armoniosi cori angelici? No: avrebbe dovuto in TV, ospite di qualche show del sabato sera o di un TG. Altrimenti il suo ritorno sarebbe rimasto un evento tanto particolare quanto ignorato, probabilmente non creduto, rapidamente dimenticato.

Oggi, nell’era della TV spazzatura e dei social imperanti, che dovrebbe fare? Un profilo su Instagram o (se volesse riapparire in Italia) un’ospitata da Bruno Vespa? E se comunque poi la notizia passasse per una fake news?

La “normalità” italiana

[Cliccate sull’immagine per leggere la notizia.]
Quante se ne leggono di notizie come questa, e da decenni, sui media italiani? La cadenza è quotidiana, ormai, senza limiti territoriali. E cosa fa il paese per far che questa cadenza diventi sempre più lunga? Nulla. Perché è ormai consueto leggere di fatti del genere: restano un giorno sulle prime pagine e sulle home page, forse due, poi spariscono; gli arrestati vengono incarcerati, forse, poi rilasciati, poi il processo ma dopo anni, poi l’appello, la prescrizione, la riduzione della pena, il legale “giusto” lo si trova sempre… dei meri incidenti di percorso, insomma.

Per questo l’Italia è morta, istituzionalmente, ormai da tempo – sì, morta: non ve ne siete ancora accorti? – per non aver saputo risolvere i suoi più cronici e degeneranti problemi e, quindi, per averli resi normalità. Li ha accettati come “cosa normale”, ordinaria, abituale, esattamente come quando le notizie al riguardo escono sui media per l’ennesima volta: si elabora qualche attimo di indignazione e poi via, si va oltre. Tanto è risaputo che in Italia di cose così ne succedano sempre e dovunque, ce lo stanno testimoniando da tanto tempo proprio i media suddetti e ciò nonostante le inchieste, gli arresti, le condanne – quando arrivano. È normale, ribadisco. Persino inutile leggerle, quelle notizie: tanto è sempre la solita solfa.

E quali o quanti politici, di destra o di sinistra, avete sentito negli ultimi lustri scagliarsi veramente contro questa realtà così aberrante e distruttiva nonché, soprattutto, facendo seguire alle parole i fatti concreti?
Nessuno.

Semmai sono, quelli, gli avvoltoi che si cibano del cadavere istituzionale nazionale: vi nutrono la loro fame di potere e interessi, dunque non potrebbero mai privarsene, non avrebbero più di che sfamarsi. Eppure, in tal caso, il paese avrebbe tutte le possibilità di rinascere e rigenerarsi, di tornare a vivere in modi ben più salubri, o meno letali. Sempre che a qualcuno interessi, questa opportunità, e che non appaia qualcosa di troppo anormale, già.

Sostenere la cultura. Altrove, però!

Passata (si spera definitivamente) la fase più critica dell’emergenza coronavirus, e constatati i notevoli problemi da essa generati in molti ambiti tra cui uno di quelli più fondamentali per l’intera società, ovvero il comprato culturale, ecco che in Europa si cerca di far fronte a tali difficoltà e sostenere un così importante elemento civico e sociale per qualsiasi società avanzata.

In Germania è stato varato il Neustart Kultur, un maxi-programma da oltre 1 miliardo di euro a sostegno dei lavoratori del settore artistico e culturale e dell’intera infrastruttura che produce cultura creativa.

In Gran Bretagna un piano di simile entità finanziaria andrà a supportare l’intera industria culturale con sostanziosi aiuti in forma di prestiti, sovvenzioni, sostegni diretti, investimenti in progetti materiali e immateriali.

La Francia ha varato a sua volta un programma straordinario di sostegno alla cultura, articolato al punto da segna il ritorno in forza dello Stato nella promozione e nel potenziamento dell’educazione artistica e culturale.

In Italia invece… be’, ecco… ehm… ah sì, è ripartito il campionato di calcio, finalmente! Evviva! Così, anche se i teatri o le librerie non riescono a riaprire, oppure chiudono proprio, possiamo vedere la partita in TV! Bello, no?