Il turismo è veramente una risorsa per i territori?

Nell’immagine che vedete qui sopra, il titolo sui record del turismo a Bergamo introduce una notizia del 20 maggio scorso, quello sul commercio che va male del 23 maggio; la fonte è praticamente la stessa – “L’Eco di Bergamo” e “Bergamo TV” hanno la stessa direzione redazionale.

Insieme sembrano confermare ciò che molti analisti rimarcano da tempo nei riguardi del turismo di massa – e Bergamo, con i suoi 1,2 milioni di presenze nel 2024 a fronte di 119mila abitanti totali dei quali solo 2.700 nella Città Alta, la zona in cui si concentra la maggior massa turistica, è ormai prossima a una condizione di overtourism – cioè che il turismo non sostiene affatto l’economia dei luoghi che lo ospitano, se non per una minima parte strettamente legata al comparto, e di contro genera conseguenze negative che l’intera città subisce e non compensano affatto i vantaggi. Ciò nonostante non si faccia altro che ribadire che «il turismo è una risorsa», che è «il petrolio dell’Italia», che «ci renderà ricchi» eccetera, facendo di tutta l’erba un fascio sia nel bene che nel male.

Ma che il turismo non sia tutto ciò è una cosa della quale non ci si dovrebbe sorprendere. Come dicevo, già da tempo si denota la matrice “estrattiva” del turismo, nel senso che «estrae valore dalla risorsa» (Sarah Gainsforth, 2020) e comporta «la privatizzazione dei profitti e collettivizzazione degli effetti nocivi» (Rodolphe Christin, 2022), ma già nel 1962, agli albori dell’era turistica massificata contemporanea, Hans Magnus Enzensberger nel suo saggio “Una teoria del turismo” aveva ben compreso che il turismo faceva «del viaggio la merce da vendere»: il turismo alimenta il commercio di se stesso, non di altri.

[Un’immagine eloquente della “Corsarola”, la via centrale di Bergamo Alta, tratta da bergamo.corriere.it.]
Oggi, con il turismo di massa che sta sempre più estremizzando le fenomenologie attraverso le quali si manifesta – delle quali l’iperturismo è la più macroscopica ma non certo l’unica – appare sempre più chiaro che questo tipo di turismo non è una risorsa ma, posto che la vera risorsa è rappresentata dai luoghi e dal paesaggio (peraltro questo sì un patrimonio collettivo, mentre il turismo è un’industria privata), vi estrae valore e la consuma fino a degradarla dal punto di vista ambientale, sociale, economico, culturale.

Tutto ciò non significa che il turismo non possa rappresentare una componente fondamentale nell’economia di un territorio – e dell’intero paese – ma può esserlo solo se ben gestito da politiche nazionali e locali sensate, attente alla tutela dei luoghi e al benessere delle comunità e capace di integrarlo con tutte le altre economie locali, che devono essere parimenti supportate. Una “strategia” che un paese come l’Italia, così ricco di attrattive turistiche, doveva aver elaborato decenni fa, ai tempi del boom economico e, appunto, dalla nascita del turismo di massa. Invece non l’ha fatto e ora ne sta subendo le conseguenze, senza peraltro che la sua classe politica ne capisca il portato, a quanto pare.

Contro le previsioni del tempo “mainstream” (Repetita iuvant!)

Riprendo e continuo la mia donchisciottesca “battaglia contro i mulini a vento” della meteorologia mainstream (uso questa definizione per differenziarla dagli istituti meteorologici seri e meno inclini al clickbait).

Ecco tre cose da mettere in atto, a mio parere, al fine di poter ritenere ancora credibili tali servizi meteo mainstream:

  1. Le previsioni del tempo tornino a essere tali ovvero una previsione, cioè una supposizione, un’ipotesi, una possibilità per nulla certa, salvo rari casi, che le condizioni meteo siano di un certo tipo e non di un altro, e ciò sia chiaramente evidenziato. Che non siano più un mero pontificare meteorologico come spesso appaiono e certi servizi meteo pretendono che siano.
  2. Posto il punto 1, che le “previsioni del tempo” siano diffuse con l’uso di forme verbali al condizionale. «Domani potrebbe piovere», non «domani pioverà». Primo, perché l’imprecisione e l’inaffidabilità di molti bollettini meteo rende quei verbi indicativi al presente o al futuro incongrui; secondo perché il condizionale, oltre a essere più coerente, educa le persone a non affidarsi ciecamente alle previsioni e al contempo va pure a vantaggio (o a tutela) degli stessi servizi meteo.
  3. Sia decisamente disincentivata la diffusione delle previsioni del tempo che vadano oltre le 48 ore: sono illogiche e inaffidabili oltre che antiscientifiche. Ancor peggio quella delle tendenze («Come sarà la prossima estate?»), vera e propria invenzione da rotocalco di costume del tutto infondata che infatti spesso diventa autentica panzana. Un servizio meteo che si dice serio e vuol mostrarsi affidabile si dovrebbe rifiutare di diffonderle.

[Una cosa parecchio frequente: le previsioni del tempo in TV annunciate da bellissime ragazze in abiti sexy. Un po’ come rimarcare che, siccome le previsioni saranno facilmente errate, almeno il fatto che sia una bella ragazza a proferirle rende il tutto meno innervosente – alla faccia delle convenzioni di genere, già!]
Una cosa da attuare da parte di noi tutti, infine: al netto della scelta personale di non seguire più certe previsioni del tempo (che qui non posso sostenere ma solo perché non sta bene farlo), dovremmo recuperare quelle conoscenze tanto spicciole quanto profonde in grado di farci interpretare i segni e del cielo della Natura riguardanti l’evoluzione meteorologica. Spesso più dei (presunti) supercomputer dei servizi meteo, le previsioni le azzeccano certi vecchi adagi popolari, tanto vernacolari quanto basati sull’esperienza di secoli e la conoscenza dei luoghi e delle loro caratteristiche geografiche e naturali, dunque localmente più validi. D’altro canto, le informazioni al riguardo ci possono venire da innumerevoli elementi dell’ambiente naturale d’intorno, dalle nubi in cielo, dagli animali, dai venti, da certi fiori… semplicissime nozioni da libro delle elementari ma sovente parecchio attendibili: per leggerle e comprenderle bastano un minimo di conoscenza e un altro minimo di sensibilità e di curiosità verso la Natura. Niente di più.

Infine, se per una volta vi prendete una bella lavata per colpa d’un acquazzone imprevisto, be’, che sarà mai? Quante volte l’avrete presa nonostante i bollettini meteo letti sui social o visto in TV non lo prevedevano? E dunque, che cambia? Per giunta, se il fenomeno non è troppo intenso (ma questo è un altro discorso, ovviamente), il mondo naturale è bellissimo e affascinante anche sotto la pioggia o comunque in condizioni di “brutto tempo”, come ho ribadito tante volte. Basta coltivare un po’ di giocosa sensibilità in più e un tot di greve lamentosità in meno mantenendo sempre attivo il buon senso. E, nel caso, vedrete che della continua e a volte compulsiva visione dei bollettini meteo ne sentirete molto meno il bisogno. Ecco.

P.S.: se cliccate qui trovate un tot degli articoli da me scritti in passato a proposito di “previsioni (sbagliate) del tempo”.

Sarah Gainsforth, “Oltre il turismo”

Quello del turismo è diventato un tema parecchio complesso, in modi per certi versi paradossali. Considerato a lungo, e giustamente, uno degli aspetti più positivi nei riguardi dei luoghi che ne sono meta – fin dai tempi del Grand Tour e fino a quando rimase una pratica certamente ludico-ricreativa ma su basi sostanzialmente culturali – dal boom economico del secondo Novecento in poi si è sempre più adeguato ai modelli consumistici viepiù imperanti, diventando esso stesso un modello in tal senso sempre più esasperato – basti pensare ai frequenti casi di iperturismo, o overtourism, contemporanei. Al punto che, da ambito virtuoso e benefico per i luoghi, viene sempre più definito un problema, una criticità, qualcosa che addirittura si vorrebbe respingere – vedi le scritte “Tourists go home” che ormai di frequente appaiono nelle località più frequentate.

Insomma, il turismo non è più solo l’attività che sottintende il viaggio di piacere e la vacanza ricreativa ma s’è fatto tema articolato, denso, come detto parecchio complesso, che comprende in sé numerosi elementi economici, sociali, culturali, ambientali, antropologici, politici, finanche filosofici, per molti versi poco amalgamati, sovente in contrasto. Un tema per nulla facile da comprendere, ormai.

Con Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile? (Erin Edizioni, 2020, nuova edizione 2024) Sarah Gainsforth, ricercatrice romana che opera negli ambiti delle trasformazioni urbane, dell’abitare, delle disuguaglianze sociali e del turismo, offre un ottimo compendio del tema, delle sue caratteristiche fondamentali, dell’evoluzione che lo ha portato alle manifestazioni attuali, del loro portato nei territori turistici e di come cercare di evitarne le conseguenze più deleterie. Il tutto in sole 62 pagine di un volume dal formato realmente “tascabile”: un testo compresso per un tema complesso – permettetemi il gioco di parole – ma che riesce a fornire un quadro ben esplicativo della sua realtà fornendo le nozioni necessarie a capirne le dinamiche principali, soprattutto di carattere sociale []

(Potete leggere la recensione completa di Oltre il turismo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se il turismo non rafforza i territori ma ne sviluppa le diseguaglianze

Progettare un futuro equo richiede il contrasto degli interessi dei potenti e la redistribuzione le risorse, togliendole a coloro che hanno beneficiato del sistema per generazioni; il perseguimento di un modello di crescita economica guidata dal turismo è, al contrario, il percorso di minore resistenza e permette ai potenti di mantenere i propri privilegi. Infatti la pianificazione del turismo tende a rafforzare proprio queste disuguaglianze.

[Sarah Gainsforth, Oltre il turismo, Eris Edizioni, 2020, pagg.60-61.]

In questo passaggio del suo bel libro, del quale vi dirò presto, Gainsforth cita Samuel Stein, geografo e urbanista americano autore di alcuni ottimi libri sui temi della pianificazione territoriale (come Capital City: Gentrification and the Real Estate State, purtroppo non tradotto e pubblicato in Italia ma che ad esempio a Milano dovrebbero leggere tutti) e, attraverso le sue parole spiega bene perché da un lato la politica sostenga e investa molto sul turismo e, dall’altro, perché non sia affatto una risorsa tanto fondamentale come molti luoghi comuni sostengono ma, anzi, se gestito male o non gestito affatto (ciò che generalmente accade in Italia) finisce per provocare disequilibri e danni economici e sociali ai territori che ne sono oggetto.

Questo, ovviamente, non significa che il turismo non rappresenti un’economia estremamente importante per un adeguato sviluppo territoriale: lo è ma, come tutte le cose, è tale se viene integrata armonicamente nel tessuto socioeconomico locale e, appunto, gestito con adeguate competenze e avveduto buon senso. Altrimenti è un maglio che può rapidamente distruggere luoghi e comunità prima che queste se ne rendano conto – anche di esserne complici: e di casi al riguardo ormai ce ne sono molti.

 

Il Mediterraneo, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi (anche di montagna!)

Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro e quindi di città, dalle più modeste alle medie, che si tengono per mano. È mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un crocevia. Da millenni tutto è complicato in questo mare, scompigliando e annullando la sua storia.

Sono parole di Fernand Braudel, storico francese tra i più importanti del Novecento, tratte da Mediterraneo. Storie / Incontri / Culture, bellissimo volume edito nel 2023 dal Touring Club Italiano che raccoglie articoli e saggi di vari studiosi, scienziati, scrittori, fotografi, illustratori, viaggiatori i quali, nella loro varietà di narrazioni e di contenuti, offrono un bellissimo affresco del Mare Nostrum e del rapporto che i paesi che lo racchiudono – l’Italia innanzi tutto – vi hanno sviluppato nei millenni fino a oggi e verso il futuro.

Un volume da leggere, se vi è possibile – essendo riservato ai soci del TCI, ma forse è recuperabile anche al di fuori del sodalizio.

Perché ne parlo su questo blog che fondamentalmente si occupa di paesaggi montani?

Be’, ci sono vari motivi: innanzi tutto perché di Mediterraneo ne ho scritto su un prestigioso volume, Hic Sunt Dracones, libro d’artista curato da Francesco Bertelé.

Inoltre perché il bacino del Mediterraneo in fondo è una vastissima regione montuosa, solo sottomarina dunque invisibile, che contiene montagne vaste e parecchio elevate come ad esempio il Marsili, il più esteso vulcano d’Europa, alto circa 3000 metri sul fondale marino e ancora attivo. Lo si vede bene anche da Google Maps quanto la morfologia del Mediterraneo sia variamente montuosa, in particolar modo nella zona corrispondente al Mar Tirreno (la freccia gialla indica proprio il massiccio del Marsili):

Infine perché, come già scrissi qui, il Mediterraneo è sì un mare ma piccolo rispetto ad altri ben più vasti, al punto che lo si potrebbe definire, in fondo senza eccessiva fantasia, un grandissimo “lago di montagna”: ciò perché buona parte delle sue sponde è costituita da rilievi montuosi le cui vette, spesso molto vicine alle coste, superano spesso i 2/3000 metri di altitudine, come si evince dall’immagine qui sotto sulla quale i rilievi sono indicati dalla linea rossa, mentre quella gialla evidenzia la posizione dei rilievi al di sotto dei 1000 metri di quota:

L’influenza della presenza del Mar Mediterraneo, d’altro canto, giunge forte e chiara anche sulle Alpi, non solo dal punto di vista climatico, per non parlare degli Appennini che a tutti gli effetti rappresentano una grande catena montuosa interna al bacino. È un mare in mezzo alle montagne tanto quanto una regione montuosa con un mare nel mezzo, insomma. Una relazione geografica e ambientale, nonché antropica e per ciò culturale, che non si può non considerare e apprezzare.