Pista di bob di Cortina, ha vinto il buon senso (forse)

Dunque, la nuova pista olimpica di bob di Cortina non si farà. O, per meglio dire, non si può fare, come da lungo tempo innumerevoli persone – da quelle più titolate nell’occuparsi di cose di montagna ai cittadini comuni – stavano dicendo e non per chissà quali doti di preveggenza ma per puro e semplice buon senso, d’altro canto ben poggiato su evidenze chiare e inconfutabili.

Meno male che l’hanno capita! – verrebbe di primo acchito da esclamare. Decine di milioni di soldi pubblici risparmiati, i luoghi interessati dall’intervento salvati dall’inesorabile cementificazione e dal degrado dovuto al probabile abbandono dell’opera nel giro di qualche anno (Cesana Torinese docet) così come è salva l’immagine di Cortina, altrimenti sottoposta a un inaccettabile scempio ambientale tanto quanto a una brutta figura su scala planetaria.

Ma l’hanno capita veramente? – viene tuttavia poco dopo da chiedersi. Già, perché a leggere le cronache che danno la notizia e le parole dei vertici sportivi responsabili, pare che la loro decisione non sia tanto il frutto di quel buon senso auspicato da tutti ma di una necessità alla quale non si sa più come sfuggire, di una “coercizione” che essi ritengono di stare subendo per chissà quale allineamento di sfortune. Ovvero, che nonostante le proteste e i pareri sfavorevoli sull’opera provenienti da ogni parte e in primis dalla maggioranza della comunità ampezzana, i “mandanti” della pista di bob l’avrebbero certamente costruita, in presenza di condizioni politiche e cronologiche consone, così spendendo quella cifra spropositata di soldi pubblici e fregandosene bellamente sia dell’impatto ambientale che di quello socioeconomico, soprattutto in ottica post olimpica. Il che, a mio modo di vedere, non cambia di nulla le considerazioni elaborate riguardo la qualità, ovvero la nocività, della gestione politico-amministrativa dei territori di montagna, ancor più quando sottoposti a eventi del genere – correlati per molti aspetti al tema della gestione della pressione turistica in quegli ambiti, ad esempio.

Ai sostenitori della pista di bob, e ai loro sodali, tocca gioco forza di scendere dal piedistallo dal quale fino a ieri proclamavano sicumere e saccenterie d’ogni sorta non risparmiando livori vari e assortiti verso chi osava pensarla diversamente («Diversi soggetti senza competenze esprimono pareri bizzarri» sosteneva solo un mese fa il Presidente del CONI, mentre quello della Regione Veneto non perdeva occasione di dichiarare che la pista di bob rappresentasse un «orgoglio veneto» sottintendendo di conseguenza che chi non la pensava così stesse offendendo la regione e i suoi abitanti) ma il timore è che lo abbiano fatto solo per cercarne un altro di piedistallo sul quale issarsi e ricominciare daccapo la loro sceneggiata, sul palcoscenico olimpico oppure sui tanti altri che, ahinoi, la turistificazione consumistica delle montagne offre.

Tiriamo dunque un bel sospirone di sollievo per Cortina e per la meravigliosa conca ampezzana ma, inevitabilmente, manteniamo occhi, mente e cuore aperti nonché l’animo sensibile alla salvaguardia delle nostre montagne e a tutte quelle circostanze che possono metterla a rischio, cioè quei casi in cui il più sano, naturale e civico buon senso venga messo da parte, quando non bellamente calpestato, per inseguire meri e biechi tornaconti economici, politici, elettorali, d’immagine e di potere travestiti da “rilancio/valorizzazione del territorio”, “opere fondamentali” o “orgogli (più o meno) locali”. Tutte cose che non hanno mai fatto bene alle montagne e alle loro comunità e mai ne faranno.

P.S.: qui trovate tutti gli altri articoli nei quali ho scritto della pista di bob di Cortina.

Costermano, un luogo meraviglioso che si vorrebbe trasformare nell’ennesimo luna park turistico

(P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” il 9 ottobre 2023, qui.)

Quando i viaggiatori nordeuropei del Grand Tour presero dal Sette-Ottocento in poi a valicare la catena alpina e a discenderne le vallate dirigendosi verso sud, avevano in mente un’idea quasi idilliaca del Mediterraneo, il mare caldo tra Europa e Africa che miravano a raggiungere per godere della sua scintillante e vitale luminosità, così diversa di quella dei luoghi nordici dai quali provenivano. E a quest’idea già pensavano appena superati i passi alpini, come se la bellezza delle mete mediterranee fosse per loro un profumo da fiutare e dal quale farsi inebriare. Così, se è noto che quando giungevano sulle rive dei laghi alpini li pensavano anteprima del grande mare eurafricano, si può immaginare lo stupore di quelli che, arrivati nel Garda meridionale e ammirandone la meravigliosa compiutezza paesaggistica, credevano di essere giunti alla meta, sulle rive di un piccolo “mare interno” al quale non mancava quasi nulla di ciò che si aspettavano di trovare sul Mediterraneo: acque cristalline, clima mite, colture rigogliose, villaggi ameni, luminosità trionfante in un paesaggio che offriva in pochi chilometri condensati tra le ultime propaggini alpine e la vastità della piana padana tutta la pensabile e desiderata bellezza italiana.

Sono passati almeno due secoli dai viaggi del Grand Tour eppure, ne sono certo, le sensazioni e le emozioni che il paesaggio del Lago di Garda meridionale suscita nei viaggiatori contemporanei sono nel principio le stesse di allora, e in quel paesaggio la zona tra Costermano e Garda credo sia una di quelle più iconiche e emblematiche della bellezza locale, che qui si offre munificamente e integralmente. Non manca nulla, qui, di ciò che chiunque voglia godere d’un bel paesaggio chiede di trovare: il lago e le sue acque, le colline, le montagne, la particolare luce che il luogo genera, la cultura, la Natura… Ecco, giusto a proposito di cultura e di Natura, tra Garda e Costermano c’è un luogo che si può ben dire speciale per moltissimi aspetti: la Valle dei Mulini, un’incisione del torrente Tesina nelle colline moreniche della zona – che nell’antichità separavano il Ghiacciaio del Garda da quello dell’Adige – uno scrigno di storia antropica, di identità geografica, di valenze naturalistiche per come rappresenti un habitat preziosamente variegato formato da corsi d’acqua nel fondovalle, prati aridi sui versanti assolati, boschi termofili e pareti rocciose che nascondono al loro interno numerosi endemismi, alcuni unici a livello nazionale. Per tutto ciò, la Valle dei Mulini è dal 2003 parte della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) “IT3210007 – Monte Baldo: Val dei Mulini, Senge di Marciaga, Rocca di Garda” ed è inserita nella rete europea “Natura 2000”, il principale strumento europeo di conservazione della biodiversità. Un luogo bellissimo e affascinante, insomma, visitando il quale si vivono emozioni forti e ci si sente in una dimensione naturale di grande forza, della quale chiunque può capire il valore e le enormi potenzialità culturali di una frequentazione del luogo consapevole e sensibile.

Per tutto ciò, si resta totalmente sconcertati di fronte al progetto con il quale il Comune di Costermano, che dovrebbe rappresentare il primo custode di questo suo inestimabile tesoro naturalistico (!), vuole trasformare la Valle dei Mulini in un ennesimo spaventoso parco divertimenti ad uso e consumo del turismo di massa, degradandone la bellezza e calpestando le valenze culturali per fare spazio ad un vero e proprio non luogo pesantemente turistificato, da (s)vendere come qualsiasi altro prodotto del consumismo turistico massificato. Il progetto del Comune prevede molte delle cose più degradanti che iniziative del genere contemplano: l’ennesimo ponte tibetano sospeso, un glamping (camping glamour) e diverse altre strutture ricettive, strutture residenziali, percorsi “esperienziali” (?) sul fondovalle, un parco “Outdoor Paradise” (?), aree picnic, un parcheggio da 400 posti auto e 10 per i pullman con strade e opere annesse e connesse… un vero e proprio luna park, in pratica. Il tutto, ribadisco, in una zona ambientalmente tutelata da norme nazionali e comunitarie e, cosa ancora più grave, senza che il progetto venga assoggettato alla Valutazione Ambientale Strategica, come imporrebbe una legge che troppe volte viene bellamente derogata dalle amministrazioni pubbliche più scaltre e meno attente alla cura dei propri territori.

Una follia sotto tutti i punti di vista, in pratica. E lo posso dire a ragion veduta (appunto!) dato che a Costermano e nella Valle dei Mulini ci sono stato di recente e l’ho esplorata e conosciuta approfonditamente, grazie ad alcuni amici locali che mi ci hanno accompagnato e approfittando di una visita naturalistica guidata che mi ha fatto ben comprendere quanta ricchezza biologica e ecosistemica possieda la Valle. Oltre a quanta bellezza conservi, nel suo particolare scrigno morenico: attraversarla a piedi rappresenta un’esperienza profonda, poetica, la tessitura passo dopo passo lungo i suoi sentieri, sguardo dopo sguardo teso verso la vitalità naturale, ascolto dopo ascolto del suo peculiare registro sonoro, di una relazione compiuta e vibrante con il luogo e con la sua anima. È nella Valle dei Mulini abita il Genius Loci di questo tratto di gardesano, di questo mondo a metà tra la dimensione alpina e l’atmosfera mediterranea nel quale ci si sente così bene, così in armonia con l’ambiente che si ha intorno, così vivificati dalla sua bellezza e dal valore culturale del luogo… un paesaggio esteriore che diventa rapidamente interiore, una geografia fisica che si rispecchia in quella umana storica e contemporanea, un prezioso patrimonio locale che sa donare veramente a chiunque la propria unicità. Eccetto solo quelli che, chissà per quale drammatica inabilità intellettuale e spirituale, non riescono proprio a coglierla e concepirla, la bellezza della Valle dei Mulini, considerandola al pari di qualsiasi altro banalissimo, dozzinale terreno da mettere a valore, da monetizzare, da sfruttare fin quanto possibile. Ma come può essere possibile una follia del genere?

Per giunta un progetto del genere mette a rischio un altro luogo speciale di Costermano: il cimitero militare tedesco, uno dei più grandi del Nord Italia, «luogo di memoria e ammonimento» che raccoglie più di 22.000 caduti della Seconda Guerra Mondiale la cui solenne sacralità e il prezioso valore storico-culturale che un luogo del genere possiede sono minacciati da alcune infrastrutture residenziali legate alle opere ludico-ricreative previste, il che ha già suscitato i reiterati reclami degli enti federali tedeschi che gestiscono l’area, con relative azioni legali che hanno visto sconfitto il comune di Costermano.

Se da un lato le proteste contro un progetto così dissennato sono attive da anni, anche con la creazione di un “comitato” che riunisce ben 65 associazioni della zona il quale opera con diverse azioni di sensibilizzazione sulla questione, dall’altro il Comune dichiara di voler tirare dritto evitando qualsiasi autentico dibattito sul progetto e di dare risposte alle domande, ai dubbi e alle innumerevoli perplessità che vengono continuamente sollevate da ogni parte, con un atteggiamento che non di rado assume caratteri di inaccettabile arroganza ma che qualsiasi persona dotata di senno e di senso della realtà non può riuscire a comprendere, se non immaginando chissà quali stati di obnubilamento mentale e morale. Come si può pensare di distruggere – perché sostanzialmente è ciò che accadrebbe – un territorio e un luogo così preziosi trasformandoli nell’ennesimo luna park ad uso e consumo del turismo di massa? Come si può immaginare che qualcuno possa vedere nella Valle dei Mulini soltanto un posto dal quale ricavarci soldi e che di contro non riesca a coglierne l’inestimabile valore culturale, sociale, identitario a vantaggio dell’intero territorio circostante? Veramente si crede di poter “valorizzare” un luogo così cementificandolo e riducendolo a mera scenografia per le ennesime, banalissime, degradanti attrazioni ludico-ricreative?

È qualcosa di assolutamente sconcertante, non c’è altro da dire.

E poi, chiedo: veramente i costermanesi e gli abitanti di questo meraviglioso territorio dalla bellezza paesaggistica più unica che rara possono accettare di degradarlo, volgarizzarlo, depauperarlo della sua identità storico-culturale, trasformarlo in un altro non luogo turistico per clienti-consumatori che verranno indotti a fruirlo solo attraverso quelle attrazioni, quelle giostre ricreative, dunque accettando di trasformare essi stessi in mere comparse di un così bieco business commerciale?

Mi auguro vivamente che il dissennato progetto di Costermano venga rapidamente e definitivamente considerato solo per ciò che è, una mera follia, e che la Valle dei Mulini, veramente e virtuosamente valorizzata in tutte le mirabili peculiarità che offre, possa salvaguardarsi e rimanere sempre ciò che è, uno dei luoghi più belli e affascinanti del Lago di Garda e del paesaggio nord italiano.

N.B.: per quanto riguarda le immagini, la foto in testa all’articolo e le prime due gallerie sono tratte dalla pagina Facebook “La Valle dei Mulini un gioiello naturale da difendere“, la terza galleria è composta da foto fatte dallo scrivente il 09-10 settembre 2023.

Sabato 14 ottobre, l’inizio di una ribellione “gentile ma solida” per le nostre montagne!

La ribellione, si può leggere in un dizionario, è la «reazione conseguente a uno stato di esasperata soggezione o costrizione». Chi frequenta le montagne in quanto ambito che permette di godere di una valida sensazione di “libertà”, anche solo supposta, in fondo compie un personale, piccolo ma significativo atto di “ribellione gentile” dalle tante costrizioni alle quali si deve far fronte nel corso dell’ordinaria quotidianità. Ma pure di tante altre soggezioni e costrizioni soffre la montagna, oggi: sono quelle ad essa imposte dalla turistificazione più selvaggia, quella che considera i territori montani né più né meno come un bene da vendere e consumare al fine di ricavarci più profitti possibile al contempo fregandosene bellamente del valore – naturale, antropico, culturale, sociale – del paesaggio nonché della realtà ambientale in divenire, climaticamente sempre più difficile.

Di fronte a una tale situazione, i cui esempi sono purtroppo innumerevoli, ribellarsi nel modo più virtuoso possibile diventa non solo una plausibile possibilità ma una inesorabile necessità, non tanto un diritto godibile quanto un dovere categorico di chiunque abbia a cuore la bellezza e il futuro di quei territori minacciati, soggiogati a progetti dissennati, degradati dalle loro opere, svenduti al turismo più massificato e banalizzante. E dimostri così di avere a cuore il presente e il futuro di se stesso e del nostro paesaggio, un patrimonio di tutti verso il quale dunque tutti dobbiamo manifestare cura e sensibilità.

Ecco perché è quanto mai importante Ribelliamoci alpeggio, nome geniale e programmatico della nuova mobilitazione diffusa che, dopo Re-Imagine Winter dello scorso marzo 2023, l’A.P.E. – Associazione Proletaria Escursionisti, The Outdoor Manifesto, comunità locali, associazioni, comitati, gruppi spontanei e singoli attivisti stanno organizzando e coordinando per sabato 14/10 in diverse località delle Alpi e degli Appennini.

L’invito è a mettersi in cammino su creste, cime e terre alte delle montagne italiane per opporsi alla costruzione di nuovi impianti di risalita, di bacini per l’innevamento artificiale o la realizzazione di interventi di ampliamento e collegamento tra comprensori sciistici già esistenti; per connettersi in maniera sostanziale con le lotte e le mobilitazioni che attraverseranno il Congresso Mondiale per la giustizia climatica (che si svolgerà a Milano dal 12 al 15 ottobre) e per mobilitarci e affrontare collettivamente l’emergenza climatica.

Ciò che succede e si decide oggi e nei prossimi anni avrà impatti profondi per migliaia di anni: un futuro diverso, slegato da logiche socio-economiche anacronistiche e devastanti, non solo è possibile ma è diventato assolutamente necessario per la Terra, per noi e per le generazioni future.

Per avere ogni altra informazione utile su Ribelliamoci alpeggio, conoscere la mappa delle località cove si terranno le mobilitazioni (e sapere nel dettaglio il perché di ciascuna di esse), per adesioni e per comunicare iniziative e proposte, potete consultare il sito web dedicato all’evento.

È l’ora di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il nostro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti; occorre una ribellione gentile, ribadisco, ma solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto. Saliamo in quota sugli alpeggi e avviamo la ribellione più virtuosa e benefica che si possa realizzare! Ribelliamoci al-peggio!

Contrastare la distruzione delle montagne si deve, si può: come sul Monte San Primo

Contrastare la distruzione delle nostre montagne perpetrata da certe opere devastanti e dissennate si deve, si può. Lo scrivevo qualche giorno fa in merito ai lavori sulle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia e alla doppia diffida legale con la quale se ne chiede l’immediata sospensione; lo ribadisco oggi qui grazie all’ammirevole ed efficace azione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ha prodotto un articolato, dettagliato e inesorabile documento che analizza il rapporto preliminare e la relazione illustrativa inerenti i progetto con il quale il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano vorrebbero ripristinare gli impianti sciistici sul San Primo, a 1100 m di quota, oltre a infrastrutturare pesantemente l’intera zona di conseguenza. Il tutto senza sottoporre il progetto alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) come previsto dalla normativa vigente: un modus operandi del tutto discutibile, a dir poco, non di rado utilizzato dalle amministrazioni pubbliche in certe opere ambientalmente “critiche” – in numerose previste per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ad esempio – che a molti sembra (sembra?) soltanto un sotterfugio per realizzare progetti il cui impatto sul territorio, l’ambiente naturale, il paesaggio, gli ecosistemi locali e le comunità socioeconomiche è tale che in un iter burocratico-amministrativo normale non potrebbero mai ricevere il “via libera”.

Come si legge nel sito del Coordinamento, il Comune di Bellagio – capofila/committente del progetto sul Monte San Primo – porta motivazioni a sostegno dell’esclusione dalla VAS a dir poco sconcertanti. Il suo programma di “sviluppo turistico” del San Primo «non è accompagnato da alcuna valutazione delle conseguenze che l’aumento sia delle presenze turistiche sia del consumo di suolo sia del traffico automobilistico avrebbe su un territorio montano fragile, caratterizzato da complesse peculiarità sia di natura geologica sia di natura viabilistica.
Nel piano, proposto dal Comune di Bellagio, manca il ripristino e la manutenzione del territorio, manca la valutazione degli effetti diretti e indiretti delle azioni di intervento, manca un’analisi della sostenibilità ambientale degli interventi e della loro viabilità economica a medio e lungo termine. In altre parole, mancano quegli approfondimenti che costituiscono la sostanza della VAS, a tutela dell’ambiente e della collettività. Del resto, la pur voluminosa relazione non riesce ad esporre in modo chiaro e convincente le ragioni per cui si dovrebbe rinunciare alla VAS.»

È un comportamento sconcertante, ribadisco, oltre che non poco inquietante per come palesi una sostanziale indifferenza e insensibilità nei confronti del luogo, della sua bellezza, delle sue autentiche valenze culturali e parimenti turistiche in senso sostenibile, della sua storia oltre che della realtà climatico-ambientale in divenire, in aggiunta a una evidente e scriteriata pretesa di monetizzare il San Primo, di svenderne il meraviglioso territorio come fosse né più ne meno un bene da consumare fino a che ce n’è. Una visione inaccettabile perché del tutto avulsa dal luogo, fuori contesto, degradante, pericolosa per il buon futuro della montagna e dei suoi abitanti. E che una visione del genere venga formulata dai suoi amministratori locali è cosa tanto stupefacente quanto emblematica.

Per tutto ciò, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, con il documento citato – che potete leggere integralmente quiinvita gli Amministratori a riconsiderare urgentemente la materia e ad implementare la VAS (Valutazione Ambientale Strategica), come previsto dalla normativa vigente, appunto. Nonché – questo lo aggiungo io – li invita a manifestare finalmente una ben maggiore attenzione, competenza, cura e sensibilità nei confronti del loro territorio e della sua realtà effettiva, così da svilupparne la frequentazione nel modo più equilibrato e proficuo nel lungo periodo al contempo salvaguardandone la mirabile e speciale bellezza.

Potete seguire gli sviluppi della questione “San Primo”, tra le più significative in tema di sviluppi turistici montani sulle montagne italiane, grazie al sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” o alla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.  D’altronde in questi casi – che non danno forma a una battaglia solamente ambientale ma a un’azione di grande valore civico, morale, politico, culturale, vale sempre ciò che asserì Tucidide quasi 25 secoli fa: «Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Ecco.

Gli albergatori di Cortina e il “fiore all’occhiello” della pista di bob

[P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 30 settembre 2023.]

Qualche giorno fa su alcuni organi di informazione locali sono state pubblicate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Albergatori di Cortina d’Ampezzo in difesa della progettata nuova pista olimpica di bob, probabilmente l’opera più paradigmatica, in senso critico, tra quelle previste per i prossimi giochi olimpici di Milano-Cortina 2026, contestatissima da chiunque. O quasi, appunto, anche se…

Certamente è comprensibile che gli albergatori di Cortina si muovano a sostegno della promozione del proprio territorio e dell’immagine conseguente dacché ciò difende il loro business ed è lecito, è il loro lavoro – al netto di ogni altra considerazione imprenditoriale al riguardo che qui e ora non c’entra. È molto meno comprensibile che lo facciano sostenendo la realizzazione della pista di bob – oppure, forse, è comprensibile ma nel modo che gli albergatori stessi non vorrebbero palesare finendo invece per farlo in modo ancora più evidente.

Ma analizziamo nel dettaglio le dichiarazioni del presidente degli albergatori, che riporto nei passaggi più interessanti per come li ho letti sugli organi di informazione suddetti:

«Il Bob avrebbe dovuto senza ombra di dubbio rappresentare il fiore all’occhiello [delle Olimpiadi].» Il bob “fiore all’occhiello” dei giochi olimpici invernali? Con tutto il rispetto per i suoi praticanti e per lo stesso sport, assolutamente affascinante, quanti pensano che il bob sia così fondamentale per le olimpiadi invernali al punto da rappresentarne una delle massime espressioni, un «fiore all’occhiello» appunto?

«A che pro contestarlo adesso? I ripensamenti tardivi non portano mai a niente di buono.» In verità le contestazioni per la nuova pista di bob sono partite non «adesso» ma anni fa, appena dopo che si è diffusa la notizia della sua progettazione che fin da subito è sembrata sproporzionata, troppo costosa (già ai tempi, quando la cifra prevista era meno della metà di quella attuale!) e impattante. E sono state contestazioni da subito ampie e diffuse: chissà dov’è stato fino a oggi il presidente degli albergatori per non averle mai sentite prima!

«Perché passa il messaggio neanche troppo implicito che non siamo in grado di onorare i nostri impegni.» In verità i termini della questione sono esattamente opposti: è l’impegno a essere totalmente sproporzionato e illogico da non poter essere onorato. Ovvero, per dirla in altro modo, sarebbe veramente onorevole se finalmente ci si rendesse conto che la nuova pista di bob è un’opera assurda e si considerassero le opzioni alternative prospettate, anche solo per come permettano di risparmiare decine e decine di milioni di soldi pubblici senza per questo inficiare minimamente il valore e lo spirito della competizione olimpica.

«Confidiamo […] che Cortina possa avere la sua pista da Bob nel pieno rispetto delle tempistiche indicate.» Tempistiche già esaurite, come ampiamente riferito dai media, se non (forse) lavorando in fretta e furia cioè in modi discutibili e spendendo chissà quanti altri soldi pubblici per far fronte all’emergenza.

«Ogni infrastruttura nuova o riqualificata in vista dell’appuntamento iridato costituirà un lascito a lungo termine per la nostra comunità e per i tanti amanti degli sport invernali che ogni anno vengono a visitare le nostre montagne per apprezzarne le bellezze e praticare le loro discipline preferite contribuendo a generare indotti significativi.» Oh, ma certo, una pista di bob rappresenta «un lascito a lungo termine per la nostra comunità» (notoriamente in montagna le comunità hanno bisogno di piste di bob, non di infrastrutture e servizi sistemici che ne agevolano la quotidianità) e genererà «indotti significativi» portando di sicuro migliaia e migliaia di bobbisti a riempire ogni posto letto disponibile nella conca ampezzana (notoriamente gli abitanti delle località che hanno piste di bob sono invariabilmente tutti milionari)! Come no!

«Non possiamo pensare di identificarci come località di eccellenza se mancano gli impianti o sono fatiscenti». Tanto meno se ci sono impianti impattanti, inutili e eccessivamente dispendiosi, a meno di voler eccellere sì ma nel dimostrare come si degrada un territorio di montagna e si impoverisce la sua comunità! L’eccellenza in montagna, oggi, non è invece il saper rispondere ai bisogni dei residenti e lo sviluppare i servizi ecosistemici necessari alla comunità, parimenti al soddisfacimento (sostenibile, consono al luogo e in equilibrio con i suoi abitanti) delle richieste dei turisti?

«Una gara strategica in un’Olimpiade che porta il nostro nome.» Strategicissima proprio, vedi sopra. E povero il nome di Cortina, quanta ignominia si attirerà addosso se realmente verranno buttati più di 120 milioni di Euro in un’opera del genere!

Ecco. Alla fine della fiera, a me pare che dichiarazioni di questo tipo siano comprensibilmente un palese tentativo comandato, forse imposto da terzi a un soggetto locale di peso come l’associazione albergatori (lo sapete, a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina), di difendere qualcosa che sotto ogni punto di vista risulta indifendibile. Un tentativo oltre modo maldestro – come sempre, in tali circostanze – e, come detto, incomprensibile se non nell’interpretazione appena esposta. Che tuttavia non fa certo onore a chi volente o nolente s’è preso la briga di esternarlo – e sinceramente spiace per ciò. «Se invece fosse vero che gli albergatori di Cortina la vogliono, la nuova pista di bob?» potrebbe chiedere qualcuno. Be’, nel caso, e rispettando qualsiasi opinione e posizione, sarebbe un problema di sensibilità civica e qualità imprenditoriale, anche per come, ripeto, ci siano di mezzo 124 milioni di Euro di soldi pubblici. Centoventiquattromilioni. Non per un ospedale, una scuola, un centro culturale, una riqualificazione urbanistica… per una pista di bob. Ci vuole un bel coraggio a sostenere una spesa così ingente per un siffatto «fiore all’occhiello», probabilmente il più costoso (e inutile) della storia!

Il tutto, ribadisco, senza che sia lo sport del bob a dover subire conseguenzeil quale è anzi a sua volta una vittima dell’insensatezza olimpica prevista a Cortina. Auguro ai praticanti italiani di avere a disposizione quante più piste belle e efficienti per gareggiare nel loro sport ma realizzate con il buon senso, la razionalità, la sensibilità ecologica e economica e la lungimiranza che al momento i sostenitori della nuova pista cortinese dimostrano drammaticamente e inquietantemente di non avere affatto.