10 febbraio, un elenco da ricordare

[La Grotta Plutone, foiba nei pressi di Bassovizza (Trieste). Foto di Sharon Ritossa, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: Wikimedia Commons.]
Nel Giorno del Ricordo, dal sito lefoibe.it:

Foibe, il lungo elenco

  • Foiba di Basovizza e Monrupino (Trieste) – Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati.
  • Foiba di Scadaicina, sulla strada di Fiume.
  • Foiba di Podubbo – Non è stato possibile, per difficoltà, il recupero. “Il Piccolo” del 5.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati nella profondità di 190 metri, hanno individuato cinque corpi – tra cui quello di una donna completamente nuda – non identificabili a causa della decomposizione.
  • Foiba di Drenchia – Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazze e partigiani dell’Osoppo.
  • Abisso di Semich – «…Un’ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell’abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l’orrendo 1945 e dopo. Questa è stata fina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno…» (Testimonianza di Mons. Parentin, da “La Voce Giuliana” del 16.12.1980).
  • Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – «Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere …» (G. Holzer, 1946).
  • Foibe di Sesana e Orle – Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati.
  • Foiba di Casserova, sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi, dopo aver gettato benzina e bombe a mano, l’imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissimi i recuperi.
  • Abisso di Semez – Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta – cento persone. Nel 1945 fu ancora “usato”.
  • Foiba di Gropada – Sono recuperate cinque salme. «Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella “alla nuca”. Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari».
  • Foiba di Vifia Orizi – Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra, essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell’indicare in circa duecento i prigionieri eliminati.
  • Foiba di Cernovizza (Pisino) – Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L’imboccatura della Foiba, nell’autunno del 1945, è stata fatta franare.
  • Foiba di Obrovo (Fiume) – È luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.
  • Foiba di Raspo – Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime.
  • Foiba di Brestovizza – Così narra la vicenda di una infoibata il “Giornale di Trieste” in data 14.08.1947: «Gli assassini l’avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta.»
  • Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) – Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.
  • Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) – Vi furono gettate circa ottanta persone.
  • Capodistria, le Foibe – Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell’Assemblea comunale di Capodistria: «Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell’interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona.»
  • Foiba di Vines – Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell’acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell’interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.
  • Cava di Bauxite di Gallignana – Recuperate dal 31 novembre 1943 all’8 dicembre 1943 ventitré salme di cui sei riconosciute. Don Angelo Tarticchio nato nel 1907 a Gallesano d’Istria, parroco di Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 – aveva trentasei anni – fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato ed ingiuriato insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, e, dopo orribili sevizie, fu buttato nella foiba di Gallignana. Quando fu riesumato lo trovarono completamente nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa, i genitali tagliati e messi in bocca.
  • Foiba di Terli – Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro salme, riconosciute.
  • Foiba di Treghelizza – Recuperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute.
  • Foiba di Pucicchi – Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute.
  • Foiba di Surani – Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.
  • Foiba di Cregli – Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute.
  • Foiba di Cernizza– Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute.
  • Foiba di Vescovado – Scoperte sei salme di cui una identificata.

Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recupero nel periodo 1943-1945:

  • Semi.
  • Jurani.
  • Gimino.
  • Barbana.
  • Abisso Bertarelli.
  • Rozzo.
  • Iadruichi.
  • Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana.
  • Foiba di San Salvaro.
  • Foiba Bertarelli (Pinguente) – Qui gli abitanti vedevano ogni sera passare colonne di prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno.
  • Foiba di Gropada.
  • Foiba di San Lorenzo di Basovizza.
  • Foiba di Odolina – Vicino Bacia, stilla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi.
  • Foiba di Beca – Nei pressi di Cosina.
  • Foibe di Castelnuovo d’Istria – «Sono state poi riadoperate – continua il rapporto del Cln – le foibe istriane, già usate nell’ottobre del 1943.»
  • Cava di bauxite di Lindaro.
  • Foiba di Sepec (Rozzo).

(Per saperne di più sui massacri delle foibe, oltre al citato sito web lefoibe.it, cliccate qui per leggere l’ottimo e completo articolo di Wikipedia sul tema.)

 

 

Fotografare il paesaggio (o forse no!)

[Foto di Ricardo Gomez Angel da Unsplash.]
Anch’io, come innumerevoli altri, mi diletto a fotografare (senza alcuna velleità artistica e per mera documentazione personale, sia chiaro) i luoghi che visito e gli scorci o i panorami che ritengo più belli, al punto da volerne serbare il ricordo fissandolo digitalmente e quindi, magari, condividendo le immagini sul web. D’altro canto, sono anche un “esploratore culturale” di “paesaggi” e uno studioso della relazione tra l’uomo e i luoghi coi quali interagisce, in maniera più o meno continuativa, e so bene che uno dei fondamenti per un tale studio è l’evidenza che il “paesaggio”, ovvero ciò che il termine per come venga comunemente utilizzato, in realtà identifica la forma del territorio e le sue peculiarità superficiali, mentre il paesaggio vero e proprio è la rappresentazione culturale, intellettuale ed emozionale del territorio che ogni individuo formula in base alla propria sensibilità e al bagaglio culturale che possiede. Quindi, quando noi esclamiamo “che bel paesaggio!” in verità dovremmo dire “che bel territorio!”: il paesaggio viene dopo, per così dire, e non è solo e semplicemente legato alla gradevolezza morfologica del luogo in cui ci troviamo o a quanto di similmente gradevole offra – boschi, campi fioriti, laghi, fiumi, cascate, vette innevate, ghiacciai, eccetera – quanto a ciò che in essi e nella visione del territorio che cattura il nostro sguardo identifichiamo come “bello”, “gradevole”, “emozionante” e così via. Come dice il famoso adagio, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e ciò che piace è determinato da parametri estetici sviluppati in gran parte negli ultimi due secoli (grazie al Romanticismo, in primo luogo) e consolidatisi col passare del tempo nell’immaginario comune anche grazie agli sviluppi tecnologici dei media più diffusi – la macchina fotografica, la televisione, il web, eccetera. Ciò tuttavia implica pure che, col passare del tempo, quell’immaginario comune si sia per un verso sempre più sovraccaricato di elementi di giudizio variamente validi (o no) e, dall’altro, sia stato sempre più soggetto ai dettami e alle variazioni culturali (o pseudo-tali) e di gusto imposte dai media, la cui diffusione e condivisione di massa rende “normanti” esattamente come fece – per le possibilità del tempo – la visione “standard” del paesaggio diffusa dai pittori romantici, la quale tutt’oggi rappresenta la fonte principale da cui scaturisce il modo occidentale di osservazione e percezione del mondo.

Posto ciò, dunque, quando durante – ad esempio – una gita in montagna fotografiamo un paesaggio che ci colpisce in modo particolare (e magari condividiamo gli scatti sul web e sui social), in realtà cosa stiamo fissando in quelle immagini? Un paesaggio considerabilmente bello? O il bello che noi vediamo in quel paesaggio?

La differenza pare minima e meramente lessicale ma in verità i due ambiti sono quasi antitetici. Per dirla in altro modo: fotografiamo quel paesaggio perché è fonte di propria bellezza, o perché tale bellezza gliela “appiccichiamo sopra” noi in base al nostro gusto e godimento?

Questa sostanziale antitesi è fondamentale nella strutturazione della relazione che possiamo individualmente generare con il territorio e i luoghi in cui ci troviamo: se nell’un caso la relazione è basata sull’identificazione di un territorio in base alla definizione naturale di “paesaggio” che ne scaturisce, nell’altro caso siamo noi a identificarci in quel territorio attribuendogli la nostra definizione di paesaggio, che in certi casi potrebbe pure essere totalmente avulsa dal luogo in cui ci troviamo e che in ogni caso è di matrice artificiale. Perché siamo noi a stabilire che un certo paesaggio, ovvero il territorio che lo definisce, è “bello” e, siccome lo facciamo noi, lo stabiliamo in base a parametri più o meno validi e consoni in nostro possesso, a loro volta generati e definiti dal bagaglio culturale che abbiamo a disposizione e che ci viene trasmesso in vario modo. Ed è evidente, se non inesorabile, che in questo caso la visione “finale” attraverso la quale identifichiamo il luogo in cui ci troviamo, dalla quale ricaviamo il relativo paesaggio, è difficile che sia realmente contestuale a quel luogo e al suo territorio, semmai è sovraccaricata di filtri, criteri, dettami, parametri e percezioni che ci portiamo appresso e convenzionalmente “mettiamo sopra” il luogo. Per essere chiari: se Shakespeare più di 400 anni fa scrisse che «Il valore della bellezza è dato dal giudizio dell’occhio e non da un vile imbonimento pronunciato dalla lingua di un mercante», è ahinoi evidente che troppo spesso l’imbonimento dei mercanti al riguardo s’è fatto sempre più forte e conseguentemente il suo ascolto, per giunta sempre meno meditato. Altrimenti non si vedrebbero certi ecomostri piazzati da menti e braccia scellerate in territori di pregio, spaventosamente deturpanti il paesaggio ma spesso inizialmente imposti (per interessi variamente biechi ma pure per devianze estetico-culturali) come “belli”!

Quindi, per tornare alle nostre fotografie, mi viene da chiedere cosa noi fissiamo, nelle immagini che scattiamo, se la bellezza del paesaggio che abbiamo intorno oppure la “nostra” bellezza che decidiamo di attribuire al paesaggio. Che è un po’ come se ci facessimo un selfie – anzi, un non selfie – nel quale non compariamo ma al quale facciamo rappresentare la nostra visione estetica del luogo.

Sia chiaro: non affermo tutto questo con accezione critica e biasimante, dacché noi tutti siamo “figli” di un immaginario comune che abbiamo reso “regola” in tal senso, che ha generato un modello identificativo del paesaggio coi suoi pregi e difetti ma verso il quale dobbiamo essere consapevoli che non rappresenta realmente il territorio e le sue caratteristiche, e nemmeno la sua naturale “bellezza”. Peraltro un concetto, quello di “bellezza”, a sua volta legato a visioni sovente radicalmente diverse: in montagna, ad esempio, ciò che fin dall’Ottocento i viaggiatori e i primi turisti hanno identificato con “bello” non era affatto tale per i montanari, anzi, sovente veniva ignorato o rappresentava qualcosa di spaventoso. Le vette alpine, ad esempio: belle al punto da far nascere l’alpinismo al fine di salirle o lo sci per discenderle quando innevate (e poi tutto il conseguente turismo contemporaneo), inutili per chi invece in montagna ci viveva e campava con quanto offriva quel territorio, e di certo le vette rocciose o ghiacciate nulla potevano dare da mangiare quando non scaricavano sulla testa dei poveri montanari frane e valanghe devastanti!

Insomma, ciò che voglio dire, ovviamente al di là degli aspetti ricreativi e social della fotografia di paesaggio, è che l’immagine del territorio e dei luoghi – in fondo anche a prescindere da qualsiasi media e per principio generale – dovrebbe cercare di contemplare sempre, per quanto possibile, la differenza tra il territorio e il paesaggio, di percepire la diversità tra la bellezza naturale e bellezza artificiale, di comprendere che una vera relazione con il luogo, che possa poi diventare memoria preziosa e viva, nasce ove è il luogo a narrare se stesso e non dove siamo noi a suggerirgli le parole da raccontargli. In tal modo sì, la bellezza che possiamo riconoscere in un territorio è quella autentica, originaria, genuina, in modo che quel luogo acquisisca pure un valore culturale e un’unicità che lo contraddistingua dagli altri; in caso contrario, si rischia di far accadere ciò che si potrebbe ritenere impossibile e impensabile, per territori di pregio come ad esempio le montagne: che diventino a loro modo non luoghi, e non perché lo siano veramente ma perché siamo noi a vederli e percepirli come tali. Se ciò accade, qualsiasi “bellezza” e qualsivoglia concetto che la definisca, di ogni matrice possibile, svaniscono rapidamente, così come svanisce qualsiasi valore (estetico, artistico, culturale ovvero intellettuale ed emozionale) nelle nostre immagini. È un po’ come se svanissero il territorio e il paesaggio stessi, ed è inutile rimarcare come, su queste cose, si giochi anche buona parte della salvaguardia presente e futura del paesaggio nonché della nostra relazione con esso. E dell’appeal delle nostre immagini da condividere sui social ovvio!

Patrick Zaky

[Immagine tratta dal web.]
Ecco, giusto a proposito di quanto ho scritto questa mattina: la detenzione dello studente egiziano Patrick Zaky, della quale certamente avrete sentito dire (altrimenti cliccate sull’immagine), è un altro “buon” esempio, nella sua crudeltà, di come le persone di cultura, nel senso più ampio e vario della definizione, sono considerate una minaccia da eliminare per qualsiasi potere con tendenze tiranniche, siano esse chiare, come accade per l’Egitto attuale, oppure più velate e subdole come è il caso di numerosi altri paesi in giro per il mondo. Non è solo doveroso chiedere la sua scarcerazione immediata, ma è altrettanto doveroso, ovvero inevitabilmente “reciproco”, mettere al bando da parte di chiunque – non solo delle diplomazie politiche ma di ogni cittadino che abbia a cuore la libertà (inutile rimarcare l’altra ignobile vicenda di Giulio Regeni, no?) – qualsiasi buona considerazione che si possa avere dell’Egitto attuale. Un altro paese fondamentale per la storia della civiltà umana ma finito in mani politiche sbagliate (cioè assai bieche), e per questo evidentemente da evitare, purtroppo.

P.S.: per saperne di più sulla vicenda di Patrick Zaky e sulle iniziative per richiederne la scarcerazione, cliccate qui.

Una bevanda fatta con orzo

Uno era un purista dell’italiano, che voleva difendere dall’invasione galoppante dell’inglese. La sua crociata si arenò al primo bar, quando nell’aprile del 1967 invece di un whisky chiese “Una bevanda fatta con orzo” e mezz’ora dopo gli fu servita una scodella colma di semolino fumante.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pagg.71-72.]

Due possibilità

[Foto di Gerhard G. da Pixabay.]
Io comunque vorrei (riba)dire, a quelli che guidano l’auto con in mano lo smartphone leggendo/ascoltando i messaggi delle chat o scrivendone/registrandone di loro, nel mentre che in forza di ciò quella loro auto procede a scatti, sbanda, supera la mezzeria, curva in contromano e quant’altro di analogo, che in tali circostanze hanno due possibilità: o accostare e fermarsi, per inviare i loro messaggi o leggere quelli degli amici senza ulteriori rischi per se stessi e per gli altri, oppure ribaltarsi alla prima occasione (o curva) utile, senza farsi del male ma distruggendo la propria auto ed eliminando così qualsiasi ulteriore rischio – per gli altri senza dubbio.

È una bella fortuna avere a disposizione due possibilità così diverse eppure, a loro modo, ugualmente interessanti, non trovate?