Viva la Repubblica!

Ciascun governo istituisce leggi per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i governati si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò consiste, mio ottimo amico, quello che dico giusto, identico in tutte quante le poleis, l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte.

(Platone, Repubblica, Libro I, 338e-339a, traduzione di Roberto Radice, in Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano, 2005.)

P.S.: è questa la Repubblica che si festeggia oggi, giusto?

Le colonne del cielo

[Foto di eberhard 🖐 grossgasteiger da Unsplash.]

[…] Il desiderio di capire e di spiegare i grandi fenomeni che gli si svolgevano attorno ha spinto l’uomo di un tempo a interpretare l’ambiente che lo circondava con la sua fantasia e i pochi dati oggettivi di cui disponeva.
L’egocentrismo (che poi l’uomo ha ancor più sviluppato), le grandi catastrofi, frane, forse terremoti gli hanno fatto pensare che il cielo potesse crollargli addosso. Solo l’essenza delle montagne era lì a puntellarlo, a garantire una sicurezza tanto aleatoria quanto dipendente dai capricci degli dei.
Così nacque l’idea che le montagne fossero le colonne del grande tempio del cielo, idea presente in ogni cultura e civiltà. Basti pensare all’Odissea, al Libro di Giobbe, ai Rigveda. I nomadi vedevano le montagne come il palo portante della loro tenda. Il libro arabo delle Mille Domande dice che le montagne sono i chiodi della terra. Per non parlare di Atlante, il gigante che in prossimità delle Colonne d’Ercole sosteneva a spalle la colonna che separa il Cielo dalla Terra e che in seguito fu trasformato lui stesso nella catena di montagne omonima. In Cina sono addirittura quattro, situate in quattro opposti punti cardinali, le montagne che reggono il mondo: basta una piccola oscillazione per avere lutti, tragedie o nuove creazioni […].

(Alessandro Gogna, Le colonne del cielo, da “GognaBlog”, 1 settembre 2014. Cliccate qui per leggere il testo nella sua interezza.)

Ultrasuoni #20: il “mio” Franco Battiato

Il “mio” Franco Battiato è stato ed è tante cose, molte di esse sicuramente condivise con innumerevoli altri suoi cultori, che nel complesso ne hanno fatto una delle figure culturali di riferimento più importanti, per chi vi scrive. Ma, se nella sua produzione musicale devo indicare qualcosa, cioè un brano a me particolarmente caro, allora indico Summer on a solitary beach, ecco.

Anno 1981: ho dieci anni e nei primi sussulti preadolescenziali comincio ad apprezzare non più solo le sigle dei cartoni animati ma pure musiche “da adulti”. In TV un tizio piuttosto strano, ma intrigante, presenta il suo ultimo album, La Voce del Padrone, e per le radio (non avevo impianti stereo o cose simili a quell’età e non ce n’erano a casa, solo un ordinario “mangiacassette”, come si chiamava allora, ed era la radio il principale media musicale) girano brani poi divenuti celeberrimi: Bandiera Bianca, Cuccurucucù, Centro di Gravità Permanente. Però quello che a me colpisce e si stampa in testa da subito è il primo brano del disco – sentito non ricordo dove e come, visto che non fu un singolo ma uscì, oltre che sull’album, come lato B di Bandiera Bianca – dal titolo in lingua inglese e dotato di una melodia particolarissima, suadente, facilissima e al contempo raffinata, vagamente orientaleggiante ma invero indefinibile e non poco ipnotica, ispirata dal paesaggio marino siciliano eppure capace di generare, con il testo altrettanto particolare, quasi surreale, la sensazione di uno spazio-tempo sospeso. Una dimensione metafisica, ecco: forse uno dei pezzi del periodo “pop” di Battiato più capaci di fornire questa specifica percezione, che diventerà centrale ed emblematica in tutta la produzione musicale (e non solo in quella) del Maestro siciliano. Non a caso, «secondo le intenzioni del cantautore il brano doveva rievocare una “spiaggia metafisica”» sottolinea l’articolo di Wikipedia dedicato a La Voce del Padrone.

Ovviamente allora, a dieci anni, non potevo capire tutto ciò; però sono certo che comprendessi o quanto meno fossi sensibile al fascino profondissimo del brano, alla sua capacità di far viaggiare l’ascoltatore cullato da un continuum armonico ammaliante, a quell’accordo elettronico primario tanto semplice quanto “assoluto”, ed ero assai incuriosito dall’autore del brano, così serio, compito, diverso da ogni altra “popstar” del tempo, quasi che lui per primo venisse da un’altra dimensione a proporre i suoi brani per poi tornarsene nel proprio (apparente) mistero.

Fatto sta che, ribadisco, da quel tempo in poi Battiato è diventato uno dei riferimenti culturali fondamentali per me, e quel brano, che compie 40 anni esatti, non ha perso un grammo della sua peculiare bellezza. E non ne perderà mai, senza alcun dubbio.

Previsioni e remissioni meteo

Be’, alla fine io li “capisco”, quei servizi di previsioni meteo nazional-popolar-mediatici che a leggere i propri bollettini mandano in tivvù delle donne assai avvenenti – qualcuno le chiama “meteorine” ma trovo il termine orrendo – spesso con mise che non lasciano certo indifferente l’occhio maschile (magari è lo stesso anche al contrario, ma ovvio che essendo io uomo noto quanto sopra, non altro).
Li capisco, sì: perché posta la qualità dei bollettini meteorologici offerti, è come se dicessero ai telespettatori: siccome sappiamo che probabilmente le previsioni non le azzeccheremo ma d’altro canto ci pagano per raccontarvele e quindi ve le raccontiamo comunque, cerchiamo di farci perdonare lustrandovi gli occhi con siffatta femminil beltà.*

Ecco. Un (sotto)messaggio del tutto evidente e chiaro, in effetti.

Per quanto riguarda la vera scienza meteorologica, poi… ma veramente credete di poterla trovare in tivvù e sui media nazional-popolari-populisti? Sarebbe come trovare un bravo immunologo ad un congresso di antivaccinisti, eh!
Tutto ciò, sia chiaro, con il massimo rispetto e l’ammirazione per le suddette donne, bravissime nell’incarico ad esse assegnato!

P.S.: sì, continuo la personale, strenua “battaglia” solitaria (?) nei confronti della pseudo-meteorologia televisiva, in quanto ad affidabilità ormai ridotta al livello degli oroscopi da tabloid di costume, e verso chi conferisce ad essa un credito che ritengo a dir poco esagerato – ma sono eufemistico, in ciò – a difesa invece della vera meteorologia, scienza assai importante e altrettanto affascinante che con quei bollettini mediatici nulla ha a che fare.

*: in verità avrei potuto e forse (per essere più chiaro) dovuto esprimere il concetto con altri termini più espliciti tanto quanto comuni ma mi sarei sentito parecchio cafone, nel caso.

Il bene comune

[Foto di Chavdar Lungov da Pixabay.]
C’è un concetto che, nelle buone pratiche di gestione e sviluppo dei territori abitati e antropizzati, siano essi urbani oppure rurali (in questi secondi con particolare evidenza), sta prendendo sempre più piede ovvero assumendo un necessaria e imprescindibile valore: quello dei “beni comuni”, più spesso definiti col termine inglese commons. Vi sono definizioni similari ma specifiche di “bene comune” nell’ambito della filosofia, delle scienze politiche, dell’economia e dell’ecologia, tuttavia non di rado confuse l’una con l’altra, ma in genere, quando si parla di territori abitati, il concetto di commons più apprezzato è quello della politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009: i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie. In tal senso, la gestione diretta – e quindi tendenzialmente democratica – dei commons da parte delle comunità è, in generale e a certe condizioni, più efficiente e sostenibile della gestione eterodiretta da parte privata o pubblica, ciò perché più legata a un interesse pratico e sussistenziale nonché a elementi storici, culturali, esperienziali, identitari che una gestione privata o una meramente politico-amministrativa non possono garantire, semplicemente perché non ce l’hanno nel proprio dna (qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo).

Posto ciò, i territori di montagna, tendenzialmente delicati e “difficili”, sono quelli dove la gestione dei beni comuni è non solo più evidente ed emblematica, ma risulta del tutto necessaria per lo sviluppo armonioso delle comunità residenti nella relazione con i luoghi abitati, vissuti e sfruttati e per la reciproca salvaguardia. L’economia delle Alpi, ovvero quell’insieme di attività che garantisce la sussistenza e il benessere, include una tradizione multicentenaria di gestione collettiva di beni e risorse. Di fatto nelle Alpi ancora oggi esistono istituzioni di proprietà collettive, leggi di uso civico e pratiche culturali che tramandano e tutelano questa gestione collettiva. Ogni territorio alpino ha i propri beni comuni e commons, intesi come sistema sociale ed economico che si crea attorno ai beni comuni.
Per contribuire alla vitalità delle Alpi, i commons, come sistemi sociali, devono essere inclusivi e aperti al dialogo col mondo che cambia. Donne, giovani e nuovi abitanti, spesso esclusi dalla gestione dei beni comuni alpini tradizionali, devono poter partecipare al processo di presa di decisione. Le loro idee e i loro punti di vista sono fonte di rinnovamento e rivitalizzazione attorno a progettualità concrete. Allo stesso tempo vanno tutelati da tendenze che vogliono omologare e ridurre i processi di cogestione al solo criterio dell’efficienza perché è proprio il tempo, l’incontro e le relazioni che danno forma alla comunità attorno alla cura di un bene, che quindi diventa comune e contribuisce allo sviluppo della resilienza socio-economica locale. Se una volta i beni comuni o le almende nelle Alpi, come boschi, alpeggi e malghe, servivano per sostenere la vita dura in questo territorio fragile, oggi essi tutelano la biodiversità, una cultura identitaria situata ma aperta e mantengono vivo il collegamento al territorio. Con questa tutela contribuiscono anche sensibilmente al sostentamento della comunità, perché integrano forme diversificate di economia e hanno al proprio centro la conciliazione tra il benessere delle persone e della natura.

È insomma un concetto e una pratica fondamentale, quella dei commons, da conoscere, comprendere e attuare, per il bene del mondo in cui viviamo e per garantire ad esso, ovvero per garantirci, un futuro più equilibrato e dunque più armonioso e fecondo – di beni materiali e immateriali, di evoluzioni, sviluppo, possibilità, progettualità, bellezza.

N.B.: ho tratto la riflessione sui commons alpini da “Alpinscena” nr.107, la rivista della CIPRA, il cui ultimo numero è dedicato proprio al tema dei beni comuni nelle Alpi.