Lo spazio alpino ha un enorme valore. Molte persone vivono e lavorano nelle regioni di montagna dei paesi alpini. Allo stesso tempo, milioni di persone in cerca di svago visitano ogni anno la regione alpina al fine di distendersi e rigenerarsi per la vita quotidiana. Assieme ad alcune delle ultime aree naturali non urbanizzate del continente, questo eccezionale paesaggio culturale, di piccola scala, modellato dal lavoro dell’uomo nel corso dei secoli, forma in Europa un patrimonio centrale dell’umanità ed è la base vitale per la popolazione che ci vive, che merita il rispetto di tutti noi. Oggi le Alpi sono la catena montuosa più densamente urbanizzata al mondo, con strade, impianti di risalita, sentieri escursionistici, rifugi, infrastrutture turistiche, agricole e altre. Certamente è stato questo sviluppo che in passato ha reso la regione alpina uno spazio vitale con un’alta qualità di vita, ma ora lo sviluppo della regione alpina è completo. Il picco è stato raggiunto da tempo. Lo sviluppo sta diventando sovra-sviluppo. Purtroppo questo concetto non è ancora stato introiettato dai decisori politici ed economici. L’obiettivo di ridurre a un livello minimo l’ulteriore sviluppo e l’edificazione di aree ancora incontaminate o già ottimamente sviluppate nella regione alpina non è ancora stato raggiunto. Il paesaggio alpino è percepito solo come uno sfondo. È una mancanza di rispetto per le nostre Alpi. […]
Sono brani tratti dal Manifesto per un maggiore rispetto dello spazio alpino redatto dall’Alpenverein Südtirol con il sostegno di Cai – Club Alpino Italiano, Heimatpflege e Dachverband, nonché dei club alpinistici di Austria (Öav) e Germania (Dav) e reso pubblico lo scorso 22 novembre. Rappresenta un’ennesima testimonianza consapevole e dettagliata sulla realtà contemporanea e futura delle Alpi, la cui analisi appare quanto mai antitetica alle idee e all’azione di molti politici e decisori locali che puntano alla turistificazione massiccia e degradante delle montagne, al fine di farne un “bene” da vendere e consumare il più possibile a discapito di qualsiasi loro cultura, identità, socialità, necessità reale, economia, ecologia oltre che, inesorabilmente, dell’ambiente naturale.
Per approfondire i contenuti del Manifesto potete visitare il sito “MountCity”, che ne ha riferito qui.
Destagionalizzazione è un altro di quei termini divenuti dei “mantra” nella promozione turistica contemporanea e nella comunicazione politico-istituzionale di sostegno ai progetti di “sviluppo turistico” e di infrastrutturazioni varie circa i quali si voglia convincere l’opinione pubblica della loro bontà. Probabilmente ve ne sarete accorti anche voi.
In realtà il termine ha un’etimologia di matrice economica, e indica il «metodo statistico atto a identificare e rimuovere le fluttuazioni di carattere stagionale di una serie storica che impediscono di cogliere correttamente l’evoluzione dei fenomeni considerati. Ad esempio il calcolo dell’indice della produzione industriale, la cui serie “grezza” (non destagionalizzata) presenta una brusca caduta nei mesi estivi a causa della chiusura di molte fabbriche o imprese» (fonte qui) per cui, togliendo i dati di quel periodo fuori norma, si destagionalizza il calcolo rendendolo più obiettivo e credibile.
Nell’ambito turistico “destagionalizzazione” ha assunto un significato comunque di natura economica, riferito alla pratica di «Ampliare la propria offerta turistica, organizzando un evento in un periodo dell’anno diverso da quello in cui comunemente è collocata l’offerta principale. Pratica diffusa, che viene messa in atto soprattutto nelle località balneari. Un esempio ampiamente discusso è Viareggio: il Carnevale ha fatto sì che la città oltre ad essere molto visitata nel periodo estivo, goda di un buon numero di turisti anche in inverno.» (fonte qui). La destagionalizzazione dell’offerta turistica impone un «ripensamento dell’offerta turistica con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale, enogastronomico e del benessere.» (fonte qui).
È interessante quell’appunto, nella seconda citazione riportata, che segnala come la destagionalizzazione turistica sia una pratica diffusa soprattutto nelle località balneari. Fatto sta che, dal Covid in poi più che per quanto accaduto prima, stia apparentemente diventando una pratica assai in voga anche tra le località sciistiche montane. Apparentemente, ribadisco, dacché l’impressione vivida che se ne ricava è che la “destagionalizzazione” supposta da molte località montane pressoché totalmente vocate allo sci su pista sia in realtà un tentativo di spalmare lungo più mesi l’anno le pratiche turistiche massificate e banalizzanti che caratterizzano lo sci contemporaneo, puntando alla lunaparkizzazione spinta delle montagne per ricavarne una fruizione massimamente monetizzabile tanto quanto la meno culturale e responsabile possibile. In sostanza si vorrebbe praticare l’opposto di quanto l’accezione economica originaria del termine “destagionalizzazione” indica: non tanto un metodo per evitare i periodi turisticamente meno intensi ma per espandere il più possibile i periodi intensi e più massificati dunque impattanti, degradanti, banalizzanti i territori montani in oggetto. Un luna park alpestre, con tanto di giostre d’ogni sorta, aperto non più solo per quattro o cinque mesi l’anno ma per dieci o undici, senza alcun ripensamento autentico dell’offerta di pratiche turistiche «con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale», come indicato nella terza citazione, ma tutto l’opposto: una negazione sempre più assoluta di qualsiasi pratica turistica che non sia quella legata alla monocultura sciistica e ai modelli del più pernicioso turismo di massa. Modelli che, ove non sia messa in atto un’accurata e oculata gestione in senso generale, hanno provocato e stanno provocando danni un po’ ovunque i quali evidentemente non vengono minimamente considerati dai promotori di quei progetti di “sviluppo turistico” che, come ho già detto (scritto) più volte, sembrano fermi agli anni Settanta del secolo scorso, come se nulla fosse accaduto in seguito fino a oggi ovvero come se la realtà sociale, culturale, economica, ambientale e climatica dei territori di montagna fosse rimasta immutata e restasse immobile, sospesa dalla realtà.
Ma cosa è veramente sospeso dalla realtà? La montagna o chi la pensa nel modo appena descritto?
Be’, a questo punto permettetemi un finale sarcastico: non è che da “destagionalizzare” veramente, prima della montagna, siano quelli che si arrogano il diritto e il potere di soggiogarla alle loro illogiche iniziative, destagionalizzandoli (sinonimo di “rimuovendoli”, nella definizione economica citata in principio) in modo che non possano più fare danni né in inverno e in estate e nemmeno negli altri periodi dell’anno?
La notizia dal titolo che vedete nell’immagine lì sopra, tratta dal sito web del “Giornale di Brescia” che l’ha pubblicata lo scorso 11 novembre (cliccateci sopra per leggerla), è di quelle che da un lato confortano e dall’altro inquietano.
Confortano perché, a fronte delle infrastrutture «per far rinascere e riscoprire la montagna, rendendola attrattiva per gli sportivi» (cito dall’articolo) piazzate sul Piz di Olda, bella vetta di oltre 2500 m che fa da pietrone d’angolo tra la Valle Camonica e la laterale Val Saviore, con un passato da seconda linea bellica a poca distanza dal fronte che nel corso della Prima Guerra Mondiale sconquassava l’Adamello, evidentemente qualcuno dei promotori delle opere ha capito di averla fatta troppo grossa ovvero di non poter riuscire a nascondersi come avrebbe voluto davanti alle mancanze di autorizzazioni segnalate dall’articolo nonché all’impatto delle opere così allegramente (e troppo rapidamente, appunto) installate sul Piz di Olda. Monte che, d’altro canto, per quanto sopra esposto non viene affatto messo al riparo dal pericolo che i promotori delle “passerelle” non ci riprovino a imporle e a esaltarle come “sviluppo della montagna” o cose simili, trovando la scappatoia burocratica consona a saltare a piè pari, in perfetto e italico stile, le numerose e evidenti criticità delle installazioni, a partire dalla presenza del vincolo ambientale sul territorio in questione.
Da ciò infatti nasce l’inquietudine che, dall’altro lato, suscita la notizia – queste come le molte altre che si possono leggere con sempre maggior frequenza sui media: l’inquietudine del constatare come vi siano amministratori pubblici di territori particolarmente pregiati, sotto molti aspetti sia materiali che immateriali, e anche per questo delicati dunque necessitanti di una particolare competenza politico-culturale, che con tale sconcertante leggerezza (ovvero per altre loro “doti” che evito di citare per non sembrare troppo irrispettoso e offensivo) promuovano, acconsentano nelle loro sedi istituzionali e giustifichino opere così stupide, oltre che così decontestuali e volgarmente impattanti sul territorio. Ma come è possibile che non capiscano ciò che fanno? O forse bisogna nuovamente pensare che capiscano benissimo e se ne disinteressino totalmente di quanto sanno di capire?
Certamente qualcuno potrà ribattere a tali domande spontanee rimarcando il fatto che si tratti di piccole cose, niente di devastante, e che tanto sulla vetta dell’Olda già alcuni ci arrivano con la propria bici. Be’, ciò invero rappresenta una buona ragione in più per non realizzare le opere previste, e che la storia del turismo alpino di massa insegna bene che in molti casi le più grandi e degradanti “turistificazioni” delle montagne nascono proprio da piccole opere, trascurate dai più e magari in origine pure “apprezzate” ma già manifestanti perfettamente la mancanza di cultura, cura, attenzione e progettazione nei confronti dei territori in cui sono state realizzate. Ma scusate, poi: sviluppare il turismo di montagna significa che chiunque possa pretendere di poter arrivare dovunque o quasi? Su ogni vetta adatta al caso, in ogni luogo incontaminato, in ogni angolo che sia in qualche modo vendibile e monetizzabile? Se non tutti sono in grado di salire una certa montagna, in qualsiasi modo lo si faccia, ci sarà un valido motivo, no? Valido, peraltro, anche per non poter pretendere di salirci comunque attraverso la realizzazione di percorsi facilitati che in realtà quella montagna la banalizzano e la degradano nel valore geografico, alpinistico, culturale.
[Panoramica della vetta del Piz di Olda, con sullo sfondo l’Adamello, tratta da www.montagnecamune.it.]Ecco, veramente io mi chiedo perché chiunque «adora il brivido, le pedalate intense e faticose, i tecnicismi sulle due ruote» debba necessariamente andare fino ai 2500 m del Piz di Olda e solo grazie a un percorso artificiale brutto e avvilente, quando poi sulla vetta già i bikers più bravi ci arrivano superando a modo loro gli ostacoli naturali lungo il percorso (siamo in alta montagna, mica sul lungolago di Lovere, no?). Che senso ha? Forse che la Valle Camonica non offra sufficienti percorsi di ogni genere per gli amanti delle pedalate montane senza il bisogni di piazzarci manufatti artificiali? Forse che l’andare in bicicletta sui monti debba necessariamente significare “brivido”, “pedalate intense”, “tecnicismi” e ciò valga ovunque, ovvero dovunque qualche amministratore locale privo di scrupoli e soprattutto di attenzione e cura verso i propri territori acconsenta di poter andare? È questo il nuovo “turismo green e sostenibile” che si vorrebbe proporre quando non imporre – visti gli andazzi – per i nostri territori montani? E ribadisco la domanda fondamentale, al riguardo: è questa la montagna che vogliamo? È questa la montagna che gli amministratori pubblici sostenitori di tali opere vogliono ingiungerci? Un luogo totalmente deprivato della sua cultura e trasformato sempre di più in un adrenalinico parco giochi nel quale non contano più la storia, le geografie, le narrazioni secolari, le comunità residenti, le potenzialità culturali, le bellezze naturali ma solo il brivido e i tecnicismi? Ribadisco di nuovo: non conta l’entità degli interventi, non la forma e non tanto la visibilità ma principalmente la sostanza e la proposta, politica, culturale, imprenditoriale, turistica, che essi manifestano, e che rischia di diventare la norma per il contesto territoriale in questione.
Sarebbe molto interessante e importante se gli amministratori pubblici locali rispondessero a tali sollecitazioni. Sarebbe bello se manifestassero il coraggio di farlo e al contempo se finalmente prendessero l’impegno di evitare i soliti slogan sullo “sviluppo della montagna”, sulle “opportunità da cogliere”, sulla “lotta allo spopolamento” oppure i termini “green”, “sostenibile” e compagnia cantante. Sarebbe importantissimo se mostrassero la capacità di presentare una progettualità strutturata e a lungo termine pensata ad hoc per il territorio e capace di formulare per esso prospettive concrete, coerenti, realmente innovative, in grado di mettere al centro di tutto le comunità residenti costruendo su di esse e sul loro buon futuro lo sviluppo del territorio, in senso economico, ecologico, sociale, antropologico, culturale.
Se invece non fossero in grado di fare quanto sopra, o se credessero di esserne capaci ma solo in base a mere convinzioni immateriali di matrice funzionalmente politica, be’, dovrebbero rendersi conto di avere già fallito. E che purtroppo con le loro iniziative insensate rischierebbe di fallire anche tutta la montagna, come è già accaduto altrove quando si sia preteso di intervenire con opere del tutto fuori contesto per inseguire tornaconti particolari a discapito dell’interesse e del benessere collettivo. Veramente gli amministratori pubblici camuni vogliono assumersi una responsabilità del genere?
Capita sovente che durante gli incontri pubblici siano presenti dirigenti, funzionari, decisori che hanno importanti responsabilità sul governo delle aree interne e montane. Tu parli, e loro ti guardano con un sorrisino tra l’ironico, il compassionevole e il paternalista. Finito l’evento vengono da te e ti dicono (non lo farebbero mai pubblicamente): «Ma mi spieghi che problema c’è con la chiusura delle banche nei paesi? Oramai c’è l’E-banking. E con i negozi? Guarda che oramai i corrieri arrivano in qualunque posto sperduto. E poi comunque ci sono i centri commerciali di fondovalle. E vedrai che tra pochi anni, con i droni che porteranno le merci, e presto anche le persone, il problema della marginalità della montagna sarà storicamente risolto».
Tutte cose vere, importanti. E siamo sempre stati per il progresso. Ma questi discorsi mi ricordano i nostri genitori quando da adolescenti andavamo chessò a Berlino, tornavamo, e loro dicevano: «Hai mangiato? Hai dormito bene? Sei andato di corpo regolare?». E tu ti incavolavi, perché a te si era aperto un mondo e tuo padre si informava dell’intestino. Insomma, non si vive di solo pane. E abbiamo un enorme problema rispetto a classi dirigenti cresciute negli ultimi 30 anni che pensano che per gestire il mondo sia sufficiente adottare i crismi del paradigma tecnico-soluzionista, e tutto si risolverà naturalmente e automaticamente. Avranno deleghe su questi territori, ma li vivono con le lenti del tecnico-turista, e hanno una visione tardofunzionalista delle persone che alla fine viene a coincidere con la figura del consumatore. La pandemia insomma non ha insegnato nulla. Viviamo in una società che non riesce nemmeno più a riprodurre materialmente il proprio corpo sociale, ma certo prima o poi troveremo una app anche per questo. Per tutte queste ragioni supportiamo a spada tratta le comunità (di restanti e arrivanti, poco importa) che si pongono come primo tema la costruzione di (nuove) forme di società, di economie, di culture. Comunità consapevoli, progettanti, che costruiscono reti, e a cui forse l’arrivo del corriere e del drone non è sufficiente.
Faccio pienamente mie queste riflessioni di Antonio De Rossi, scritte sulla sua pagina Facebook lo scorso 14 agosto, perché descrivono le stesse sensazioni che anch’io ho provato molte delle volte nelle quali ho potuto e dovuto interloquire con i rappresentanti delle istituzioni politiche e di governo dei territori locali presentando e proponendo iniziative varie a carattere culturale. Atteggiamenti di dogmatica superiorità ovvero di malcelato disinteresse, di ma-che-ne-sai-tu-e-tanto-ho-ragione-io, di sostanziale incapacità di comprendere ciò che si propone dietro la quale, forse, c’è la volontà precisa di non ascoltare nulla che non sia consenso e adesione. Tutto ciò spesso (cioè non sempre, sia chiaro) ben velato da cortesia, affettazione, strette di mano e pacche sulle spalle, da garanzie di considerazione di quanto si è proposto, da apprezzamenti espressi unicamente per allontanare l’interlocutore prima possibile e far che non rompa più le scatole. E a volte, magari, alla fine la promessa di risentirci «più avanti»: già, nell’anno 2500 o giù di lì, forse.
Dice bene De Rossi: è un problema di classi dirigenti e, aggiungo io, lo è dal punto di vista culturale prima che politico. In altri termini, è la conseguenza di un scollamento tra realtà territoriali e relativi apparati gestionali che non solo, da quando ha preso a manifestarsi, non si è mai cercato di rinsaldare ma, anzi, si è reso funzionale alla coltivazione di certi meccanismi di potere su base locale che hanno inevitabilmente peggiorato la situazione, facendo di ogni potenziale ambito di intervento una altrettanto potenziale occasione di tornaconto personale, con dall’altra parte un sostanziale disinteresse verso le esigenze, i bisogni e gli interessi collettivi dei territori amministrati e delle loro comunità. Una situazione che, rapidamente, si è degradata in circolo vizioso autoalimentato e sempre più arroccato nei propri indiscutibili recinti ideologici, che per tale motivo è destinata a rovinarsi e infine a implodere ma che, temo, ben difficilmente chi ne è promotore la cambierà. Perché se tu avvisi qualcuno che sta andando a schiantarsi contro un muro ma quello continua invariabilmente a dire che no, non è un muro ma un morbido cuscino, be’, c’è ben poco da fare.
Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.
Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.
[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?
Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.
P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.