[Foto di Sir. Simo su Unsplash.]Sono d’accordo con chi sostenga che in montagna non si possa sempre dire di «no» a qualsiasi intervento antropico, come a volte certo ambientalismo molto schierato dà l’impressione di fare. Da secoli l’uomo abita i monti e li adatta ai propri bisogni: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza e buon senso, trovando il giusto compromesso che preservi l’equilibrio tra uomo e natura e permetta a entrambi di coabitare il territorio.
Di contro, veramente non capisco perché spesso si impongano a tutti i costi alle montagne progetti e infrastrutture privi alla base di qualsiasi consapevolezza e buon senso, fatti per chi evidentemente non vuole elaborare una buona e sensata consapevolezza verso i territori montani – vedete un esempio al riguardo lì sotto. Per «valorizzarli», dicono i loro promotori, per attirare persone che altrimenti in montagna non salirebbero e così sostenere l’economia locale. Ma se senza tali infrastrutture (che non avendo come obiettivo la preservazione dell’equilibrio con i luoghi vi risultano parecchio impattanti), quelle persone non salirebbero in montagna, cioè se in mancanza di queste attrazioni essi non si sentono attratti da tutto ciò che di straordinario la montagna sa offrire, forse è perché queste persone non sono fatte per la montagna ma per altri luoghi di svago.
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Insomma: se a molti l’arte contemporanea non interessa e non se ne sente attratta, bisogna piazzare delle giostre nei musei affinché ci finisca per entrare? E se anche ciò avvenisse, che tipo di esperienza ne trarrebbero quelli, così mediata dalla presenza di infrastrutture che nulla centrano con il museo? Credo proprio che nessuno accetterebbe qualcosa del genere pur di sviluppare la frequentazione dei luoghi d’arte: verrebbe rudemente contrastata.
Forse è meglio rendere i potenziali visitatori consapevoli del luogo che potrebbero visitare prima che ci finiscano: ma veramente c’è bisogno di fare questo con le montagne e la loro straordinaria bellezza? Veramente bisogna piazzare sui monti infrastrutture ludico-ricreative di varia (e spesso pacchiana) natura per far sì che molti ci salgano? Cioè per attrarre visitatori che, appunto, non sono in grado di capire da soli che la montagna è un luogo eccezionale e per scoprirne tutta la bellezza va visitato, senza bisogno di null’altro? Dunque per aiutare l’economia locale (?) si corre il rischio concreto (ma è più una certezza che una possibilità) di degradare e banalizzare il luogo così da renderlo nel giro di breve tempo sterile, tanto turisticamente e economicamente quanto socialmente e culturalmente?
Ribadisco: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza, buon senso e in modi che veramente sostengano e sviluppino i luoghi nel modo più compiuto e benefico possibile. Riguardo invece ogni altra cosa che non rispetta queste naturali condizioni, il «no» è doveroso, inevitabile e irremovibile.
(Articolo pubblicato in origine giovedì 1 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)
Un commento recente inserito qui sul blog in calce a un articolo che ho scritto sul “Matterhorn Alpine Crossing”, il collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt che sorvola i ghiacciai tra il Cervino e il Monte Rosa del quale qualche mese fa sulla stampa si è rimarcato il “flop” di turisti, mi ha suscitato alcune interessanti riflessioni sulla questione. Il cui nocciolo, secondo molti, ovvero la causa principale dello scarso successo turistico – per il momento –, sarebbe l’elevato costo: 240 Franchi svizzeri (CHF), ad oggi pari a poco più di 250 Euro, per l’andata e il ritorno, che si dimezza a metà per passeggeri fino a 16 anni. In buona sostanza, una famiglia con due figli non ancora maggiorenni, includendo le spese accessorie (carburante, pasti, souvenir, eccetera), per un viaggio giornaliero sulle funivie italo-svizzere rischia di spendere quasi 1000 Euro: chiaramente qualcosa di improponibile per molti. D’altro canto quella dei costi è un’evidenza che è stata rimarcata da molti fin dall’apertura del “Matterhorn Alpine Crossing” un anno fa, prima che uscissero le notizie sulla scarsa affluenza.
Nel commento citato, il lettore tuttavia rimarcava che si trattava comunque di uno spettacolo meraviglioso e di averci portato la madre, la quale altrimenti lassù mai ci sarebbe potuta arrivare.
In effetti 240 CHF o 250 Euro a persona per la trasvolata funiviaria è una spesa notevole; d’altro canto è in linea con il costo dei biglietti di attrazioni alpine simili: ad esempio per un’andata e ritorno completa sulla celeberrima Jungfraubahn quest’anno si spendono 234 CHF, pari a poco più di 244 Euro. Più o meno la stessa cifra del “Matterhorn Alpine Crossing”. D’altro canto, quest’ultimo consta di ben nove grandi impianti funiviari, alcuni dei quali all’avanguardia: la spesa, divisa per essi, equivale a 26,66 CHF a tratta, andata e ritorno. Per fare un paragone casuale, il costo del biglietto di andata e ritorno per l’estate 2024 della sola funivia del Sass Pordoi (Canazei, Val di Fassa), uno degli impianti più frequentati dai turisti che fanno vacanza da quelle parti sulle Dolomiti, è di 28 Euro: in pratica lo stesso prezzo di una singola tratta del “Matterhorn Alpine Crossing”, ma nessuno pare che se ne lamenti troppo. Ovvio che sia così: al Pordoi basta una tratta funiviaria per godere dell’esperienza offerta dal luogo, a Zermatt ce ne vogliono nove per l’intera traversata. Tutto è relativo, insomma, sia nel “bene” (il tipo di esperienza fruibile) che nel “male” (il costo da sostenere per fruirla) ma, come si è cercato di mettere in evidenza, le proporzioni sostanziali non cambiano.
C’è un altro punto di vista, in verità, con il quale si può osservare la questione, che concerne il senso del sostenere una spesa così ingente in relazione all’esperienza che si acquista. Cioè, molto semplicemente: ha senso spendere centinaia di Euro in quel modo e per acquistare quell’esperienza, oppure no?
Sia chiaro: non è una domanda retorica, ognuno può rispondere legittimamente ciò che vuole e ritiene giusto – al netto di casi particolari come, per citare il commento citato poco sopra, la persona che ha difficoltà a deambulare e dunque non potrebbe godere del paesaggio delle alte quote alpine se non usufruendo di una funivia. D’altro canto, a quel punto di vista si può aggiungere una prospettiva ancor più culturale, che tocca pure aspetti etici: quale esperienza alpina si vive raggiungendo l’alta quota a bordo di una funivia? Quanto si può dire autentica quell’esperienza rispetto al contesto nel quale si svolge e a ciò che dovrebbe trasmettere di quel contesto?
Non è un riferimento indiretto e polemico verso quelli che usufruiscono di tali infrastrutture funiviarie che salgono molto in alto sulle montagne in modi palesemente inconsapevoli – il pensiero corre alle frequenti foto di persone che vagano sui ghiacciai in bermuda e sneakers, certo – ma proprio a ciò che essi possono percepire, comprendere, elaborare e rendere nozione esperienziale del luogo così speciale nel quale si trovano – esclusivamente grazie alla tecnologia funiviaria, appunto. Questione non nuova, sia chiaro, ma nata fin dall’inizio del secolo scorso, quando le prime funicolari e funivie raggiunsero le vette di sempre più montagne alpine, inaugurando il fenomeno della “panoramicizzazione” del paesaggio che è tutt’oggi parte integrante dell’immaginario comune sulle montagne.
Anche in questo caso le opinioni al riguardo possono essere numerose e differenti, senza dubbio. È tuttavia interessante aggiungere un’osservazione, molto pratica ben più che polemica: chi non avesse difficoltà motorie di sorta e un minimo grado di allenamento potrebbe godere di un’esperienza autenticamente alpina e glaciale affrontando un’escursione nella zona sorvolata dal “Matterhorn Alpine Crossing” e anche oltre, superando i fatidici 4000 metri di quota, con l’accompagnamento di una guida alpina. In questo caso la prima citata famiglia con due figli non ancora maggiorenni, supponiamo sotto i sedici anni, invece di spendere 750 Euro per la fruizione del collegamento funiviario ne spenderebbe 125 per la guida più 55 (salendo da Cervinia se adulti, la metà sotto i sedici anni) per gli impianti, per un totale al massimo di 180 Euro a persona: un costo più di quattro volte inferiore a quello del “Matterhorn Alpine Crossing” per un’esperienza in quota innegabilmente più autentica e compiuta.
Ecco, potete ben capire perché sia legittimo porsi le domande prima rimarcate e, forse, anche da dove nascano almeno in parte i problemi del grande collegamento funiviario intorno al Matterhorn/Cervino.
(Le immagini delle funivie del “Matterhorn Alpine Crossing” presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/zermattbergbahnen.)
[La tabella riporta tutte le variazioni delle temperature mensili rispetto a quella media del periodo pre-industriale (1850-1900) dal gennaio 1970 al giugno 2024, rese anche cromaticamente per evidenziarne gli scostamenti.]
La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile.
Così affermava nel 1994 Alexander Langer. Sono passati 30 anni e verrebbe da pensare che la questione, invece di progredire, sia arretrata al livello precedente: come si può affermare la consapevolezza sociale sul cambiamento climatico e sui suoi effetti? Domanda la cui risposta è necessaria per giustificare l’osservazione di Langer: senza tale consapevolezza che si fa nozione realmente acquisita temo che nessuna conversione ecologica sia possibile, così come nessuna autentica tutela del nostro patrimonio naturale.
In buona sostanza: perché pur a fronte dell’evidenza innegabile del cambiamento climatico molte persone continuano a comportarsi, nei fatti, come se nulla fosse?
Al netto delle prese di posizione palesemente ideologiche come quelle espresse dalla politica, che sono l’espressione di un mero giochetto ipocrita e infantile, e tolti i negazionisti climatici che sono ormai come i terrapiattisti, è interessante – seppure parecchio desolante – chiedersi perché, a quanto pare, in tanti non capiscono o preferiscono ignorare la questione.
Può essere per semplice ignoranza, dato che la sostanza della questione è scientifica e matematica, dunque qualcosa che molti ritengono a prescindere di non poter capire (anche quando si tratta di fare due più due)?
È per paura di quanto sta accadendo e per la sensazione di impotenza che ne deriva, che fa girare a molti lo sguardo e la mente dalla parte opposta pur di non essere inquietato?
Oppure perché il cambiamento climatico impone un conseguente cambiamento tanto nelle nostre convinzioni sul mondo quanto negli stili di vita che conduciamo e, come sovente accade, ogni cambiamento ci genera agitazione e insofferenza perché ad uscire (forzatamente) dalla nostra comfort zone sappiamo ciò che possiamo perdere ma non ciò che potremmo trovare di nuovo?
O forse perché la nostra condizione di “razza dominante” sul pianeta ci fa ritenere più o meno consciamente sicuri di potercela cavare sempre, anche di fronte a qualcosa contro il quale al momento possiamo fare poco o nulla?
È invece semplice (e aberrante) superficialità, apatia, menefreghismo, egoismo, nichilismo? Un pensare a sé stessi e all’oggi che tanto «del doman non v’è certezza»?
In effetti, nessuno oggi può dire con sicurezza assoluta cosa il cambiamento climatico provocherà al nostro pianeta e alle nostre vite, se non attraverso modelli previsionali inevitabilmente dotati di una dose di incertezza. Di contro, tale realtà non giustifica alcun atteggiamento né menefreghista e nemmeno catastrofista, ma neanche il fare spallucce e girarsi dall’altra parte è giustificabile. Eppure è ciò che molti – Sapiens come tutti gli altri – sostanzialmente fanno pur di fronte alla palese realtà dei fatti, appunto.
Perché?
P.S.: non l’ho scritto in quanto l’avrei dato per scontato, ma forse è bene precisarlo: non si tratta di una questione ambientalista (considerarla solo in questo modo è alquanto dannoso) ma culturale, profondamente culturale. E di seguito è politica, sociale, economica, morale, civica, etica eccetera, ma tutto, in principio, nasce ovvero deve scaturire da una matrice assolutamente culturale. Sia ben chiaro questo.
[Il Lago proglaciale di Fellaria a settembre 2023.]Un bel dilemma, quello posto sul proprio sito e sulle pagine social da Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco: come fare per evitare che troppe persone, spesso poco attente al contesto nel quale si trovano, visitino e “disturbino” il lago proglaciale di Fellaria, luogo estremamente delicato sul versante malenco del Bernina in preda alla più selvaggia “instagrammazione” della sua bellezza?
Togliere il ponte che supera l’impetuoso torrente glaciale poco prima del lago, come suggerisce Comi, per ripristinare la naturalità del luogo e dei suoi ostacoli geografici e fare che molti non riescano ad andare oltre? Fare della zona una riserva naturale, un’area di tutela o addirittura recintare il versante dal quale si accede al lago? Apporre divieti e comminare multe salate a chi non li rispetta? Attuare un sistema di visite a numero chiuso o in qualche modo contingentato?
Fellaria, come detto, è una vittima emblematica dell’instagrammazione dei luoghi di pregio, attraverso la quale passa solo il richiamo spettacolarizzante e massificante verso i luoghi mentre nulla viene trasmesso né sul loro valore culturale né sulla fragilità ambientale: conta solo l’effetto wow e il sentirsi parte della “community” che l’ha vissuto – e ovviamente immortalato nell’ennesimo selfie. Così il circolo vizioso si autoalimenta e nel contempo diventa sempre più arduo salvaguardare il luogo e chiedere a chi lo vuole visitare una sua corretta frequentazione. Ma possiamo permetterci di degradare e perdere un sito talmente prezioso come il Fellaria (che è anche un laboratorio di studi climatici e glaciologici, è bene ricordarlo)? Direi proprio di no.
[Cose da non fare, al Fellaria: avvicinarsi troppo alla falesia glaciale, soggetta a frequenti crolli, pur di scattare/scattarsi una “bella” foto! Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio (sempre molto attento e sensibile riguardo situazioni del genere nel territorio valtellinese), in un suo post pubblicato su Facebook sulla scia di quello di Michele Comi rimarca un altro aspetto importante della questione:
Ma i primi, ad avere svenduto l’identità culturale delle terre alte, sono proprio chi ci vive, chi governa i luoghi e i suoi mutamenti sociali, urbanistici ed economici. In provincia di Sondrio, nella gran parte delle località turistiche, ha sempre prevalso la logica dei grandi numeri.
Una visione miope perché quello che abbiamo perso è molto più importante del guadagno economico e si chiama identità. Così, gradualmente, quasi senza accorgersene si è venduto il “territorio” e con esso la cultura dei luoghi alpini. Cultura soppiantata da modelli metropolitani, dove tutto deve essere alla portata di tutti.
Osservazioni che trovo assolutamente condivisibili. Anch’io, nel leggere le parole di Comi, tra le prime cose mi sono chiesto: ma i locali cosa ne pensano, di questa situazione obiettivamente critica che coinvolge uno dei luoghi più preziosi e identitari delle loro montagne? In effetti non li si sente granché esprimersi, sul singolo caso e in genere su questioni simili. Se ne stanno zitti perché si compiacciono di cotanto massiccio afflusso turistico, ché pensano ai conseguenti tornaconti ricavabili? Ne sono preoccupati, magari anche contrariati ma non osano aprire bocca per paura di pestare i piedi a qualche compaesano? Se ne fregano altamente, che hanno altro e di più importante a cui dover pensare?
Tuttavia i primi a dover poi subire gli eventuali danni dal degrado territoriale, ambientale, culturale e d’immagine sono proprio loro; il turista se ne va altrove, di luoghi instagrammabili da consumare ne trova sicuramente molti altri. Se ne rendono conto, i locali, di tale ineluttabile realtà? Se no, sarebbe bene che lo facessero al più presto; se sì, sarebbe bene che si palesassero e contribuissero attivamente alla messa in atto delle necessarie contromisure, prima che sia troppo tardi.
[Turisti vaganti sul percorso che porta al lago.]In ogni caso, alla domanda iniziale da me posta e al netto delle proposte più o meno provocatorie suggerite, credo si possano formulare risposte diverse e a loro modo potenzialmente valide, se ben strutturate e contestualizzate al luogo e alla sua realtà. Tuttavia, alla banalizzazione dei luoghi di pregio, pratica per la quale l’instagrammazione si palesa come arma tremendamente efficace e che nel principio è la manifestazione evidente di una diffusa carenza culturale (e anche e civica) che il web purtroppo accresce invece di contrastare, io credo che non si possa rispondere in altro modo se non con una rialfabetizzazione altrettanto diffusa nei riguardi della montagna – cosa che sostengo da tempo e che ribadisco continuamente – che da un lato contrasti con forza certo (pseudo) marketing turistico a dir poco distruttivo per i territori montani, sovente considerati e rappresentati come fossero Gardaland o il lungomare di Riccione (con tutto il rispetto per entrambi), e dall’altro ricostruisca la necessaria cultura e la conseguente consapevolezza dell’andare per monti, le quali peraltro accrescono pure il godimento e il divertimento del frequentarli.
[Ancora il Fellaria, com’era quando ancora la lingua glaciale era attiva e com’è oggi con il lago e quel che resta della lingua di ghiaccio morto, non più alimentata dal bacino glaciale superiore, Immagine tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]Ma ciò non deve essere un qualcosa fatto tanto per fare, qualche corso, un tot di brochure, qualche pannello all’inizio dei sentieri e amen: no, deve e dovrà essere una ampia, articolata, strutturata strategia culturale alla cui base vi devono essere tutti i soggetti che operano su e per la montagna, a partire dal Club Alpino Italiano, e parimenti tutti i soggetti pubblici che governano i territori montani coinvolti dalle dinamiche turistiche fin qui descritte, quelli politici, quelli didattici, e i portatori d’interesse privati che ugualmente lavorano in montagna e per chi ci va – le case produttrici di materiali e abbigliamento tecnici, ad esempio. E tutti quanti messi in rete, a livello locale innanzi tutto e poi a livello regionale e macroregionale: una questione culturale, in quanto tale, coinvolge l’intera società di riferimento e dunque nessuno può sentirsi e dirsi esonerato dal fare la propria parte. Anche perché di mezzo c’è un altro patrimonio collettivo: le nostre montagne. Un patrimonio meraviglioso, unico, inestimabile ma anche delicato, fragile, che ha bisogno di rispetto, sensibilità, cura. Chiedo ancora: possiamo veramente permetterci di banalizzarlo, di lasciare che venga considerato un parco giochi, di consumarlo materialmente e immaterialmente, di degradarlo come molte (troppe) volte già accade?
No, andate dal dentista ovviamente. Che vi dice perché il dente vi fa male e come risolvere il problema, eliminando il dolore. Solo un cretino per sistemarsi i denti ascolterebbe ciò che gli direbbe un idraulico. Che magari è pure amico suo, dunque «ha sicuramente ragione».
E meno male che esistono, i dentisti, altrimenti dovremmo sdolorare di continuo. Così come per fortuna esistono gli idraulici per sistemarci le perdite di acqua. Ma non i mal di denti, appunto.
Ecco: meno male che esistono scienziati tanto rigorosi quanto appassionati (e appassionanti) comeGiovanni Baccolo che dice come stanno veramente le cose, in tema di ghiacciai e clima: come fa in questo post che potete leggere sulle sue pagine social (lo taggo su Facebook, su Instagram è qui), in riferimento ai titoli e agli articoli che vedete nelle immagini. Già, perché quest’anno che fortunatamente ha visto le nevicate primaverili più abbondanti degli ultimi anni, sulla stampa se ne stanno leggendo veramente di cotte e di crude: meno male, appunto, che Giovanni sa rimettere a posto le cose e aiuta chiunque a capire quale sia la realtà effettiva delle cose.
Riguardo invece gli altri (molti giornali inclusi, purtroppo) e alle scempiaggini prive di logica e fondamento che si prendono la libertà di scrivere, be’… ho già detto chiaramente che ne penso, lì sopra.
Di Giovanni Baccolo è uscito da pochissimo il nuovo libro, I ghiacciai raccontano (People Pub), una lettura fondamentale per chiunque voglia capire meglio cosa sta realmente succedendo al clima del nostro pianeta, del quale «i ghiacciai sono il simbolo più completo, il simbolo eccellente.»
Come scrive Giovanni, «Fino a qualche decennio fa, le oscillazioni dei ghiacciai danzavano insieme alla naturale variabilità climatica del pianeta. Come in un valzer, uno andava dietro all’altro e, come succede con le coppie più affiatate, non era facile capire chi stesse guidando i movimenti. Oggi l’armonia è però rotta. Il clima conduce una marcia forzata che ha per meta un luogo poco adatto per l’esistenza dei ghiacciai.»
Un libro da leggere, lo ribadisco. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina lì sopra; inoltre vi invito a seguire storieminerali.it, il sito web di Giovanni, costantemente arricchito di contenuti interessanti e illuminanti sui temi geoglaciologici e non solo.