Banksy, Reading

In effetti, a prescindere dal giochetto circa la sua identità nascosta o da altre simpatiche (e furbe) speculazioni, Banksy è forse oggi l’unico artista di fama che possa realmente fregiarsi del termine col suo senso pieno e assoluto: ovvero non solo colui che opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete, possibilmente di opere di pregio e ingegnosità rimarcabili, ma ancor più colui che è capace di interpretare la realtà e le cose umane con sguardo alternativo, innovativo, rivoluzionario, magari pure sovversivo ma nel modo più virtuoso possibile, e con capacità espressive generalmente comprensibili da chiunque. In base a tutto ciò, dunque, Banksy è il solo artista capace di andare anche oltre quel termine e la sua dimensione, diventando una figura storica fondamentale nel panorama socioculturale – ergo politico – internazionale, ben più che tanti altri personaggi pubblici e autorità politici di identità mediatica assoluta (ancorché del tutto forzata)  e inversamente proporzionale al loro valore storico. Basti constatare infatti la eco mediatica di ogni sua nuova realizzazione, ovunque appaia: come o forse più di quella suscitata dai “grandi” leader politici mondiali – e molto più giustificata, per giunta.

Insomma: Banksy rules, ever and ever!

P.S.: cliccate qui per saperne di più sull’opera apparsa a Reading, dall’articolo relativo su “Artribune” (dal quale ho tratto anche le immagini).

Dubitare senza alcun dubbio

Ognuno di noi convive quotidianamente con il dubbio. Io sono sempre dubbioso in merito ciò che faccio. È una tortura senza fine ed è per questa ragione che ritengo il concetto di felicità quanto meno irrilevante. La felicità è roba per bambini e yuppie. Non combatto per raggiungere la felicità ma piuttosto per cercare di portare a termine un lavoro. A volte le cose migliori nascono mentre il dubbio ci logora: è necessario ripensare e rivalutare costantemente ciò che si sta facendo, senza smette mai di lavorare, sino a quando non si ha la sensazione precisa di aver finito. Questo è un altro aspetto interessante: comprendere quando fermarsi. Di tanto in tanto capitano quei momenti magici in cui tutto va come deve andare.

(John Zorn, intervistato dal magazine Bomb – The Artist’s Voice Since 1981, 2002. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.29.)

ZornQuanto afferma John Zorn – uno dei più grandi musicisti viventi, per la cronaca – vale per qualsiasi lavoro artistico, sia musicale che visivo che (forse ancor più) letterario. Il dubbio, ovvero la costante attenzione interrogativa su che si sia veramente fatto un buon lavoro, e la conseguente riflessione in tal senso, è a dir poco fondamentale per poterlo portare a compimento nel modo migliore possibile e per evitare qualsiasi rischio di superficialità, oltre che di vanagloria.
In fondo, come diceva Nietzsche, “la fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità credute fino a quel momento” (Umano, troppo umano II): “verità” cioè aver fatto veramente un buon lavoro, appunto, e non crederlo per mera, interessata supponenza.

Ultrasuoni #13: The Dandy Warhols

[Foto © Chad Kamenshine, dalla pagina facebook della band.]
A volte il mondo musicale è assai “bizzarro”: offre il più grande successo a gruppi e cantanti a dir poco mediocri (la maggioranza, oggi – parere personale, ovviamente) mentre permette che piccoli/grandi gioielli pienamente dotati di talento, tecnica, classe e altre simili doti restino nascosti e ignorati. Poi, in alcuni casi, tali gioielli nascosti diventano di colpo “famosi” ma, paradossalmente, comunque restano sconosciuti ai più.
Prendete i The Dandy Warhols, ad esempio: li conoscete tutti (o quasi) per questa canzone la quale, tuttavia, probabilmente non sapete che è un loro brano e dunque credo che comunque continuiate a non conoscerli granché; eppure la band di Portland è tra quelle che, pur in mezzo a cose scialbe e discutibili, come poche altre ha sempre avuto la capacità di scrivere brani che erano (e sono) delle hit perfette, da primi posti nelle top ten di tutto il pianeta dacché dotate di un appeal commerciale semplicemente irresistibile, come e ben più che quel suddetto celeberrimo brano ultramediatizzato. Prendete ad esempio un album abbastanza poco considerato come This Machine, del 2012, e beccatevi in rapida sequenza – come li si ascolta nella track list – due brani come The Autumn Carnival:

e la seguente Enjoy Yourself:

Oppure fate un salto indietro nel tempo – per comprendere come quelle facoltà i The Dandy Warhols le abbiano da sempre – e ascoltatevi un brano come Not If You Were the Last Junkie on Earth tratto da The Dandy Warhols Come Down, album del 1997:

A mio parere, delle hit potenzialmente perfette, appunto – e sono solo alcuni buoni esempi tra tanti.
Ecco, ribadisco: i The Dandy Warhols (il quale peraltro è un nome assolutamente geniale!) avevano una forza e un appeal commerciale infinitamente maggiori della gran parte degli “artisti” musicali che in questi anni hanno scalato le vette delle classifiche. Eppure, ci ricordiamo solo di quel “famigerato” brano senza (quasi) nemmeno conoscere il loro nome di chi l’ha creato.

Proprio strana a volte la musica, già.

Prima che il paese imputtanisca

Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.123-124; 1a ed. Mondadori 1965.)

La nostra paura di evolvere

Capisci che è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo. Tutti quegli adulti che giocano a fare gli archeologi, cercando manufatti dell’infanzia, giochi da tavolo, il Paese dei Balocchi, il Twister, sono tutti terrorizzati. I rifiuti diventano sacre reliquie. Gli Hula Hoop. La Casa degli Orrori. La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci.

(Chuck Palahniuk, Survivor, Mondadori, 1999, traduzione di Michele Monina e Giovanna Capogrossi, pag.149.)

[Foto di AlexRan, CC BY-SA 2.0; fonti qui e qui. Cliccateci sopra per leggere la recensione.]
In tale passaggio del suo Survivor, Palahniuk mette nero su bianco una gigantesca verità della nostra società contemporanea. Nel bene e nel male, ovvero come caratteristica ineludibile dell’odierno stare al mondo ma pure, di contro, come colpa e condanna inesorabile che, insieme ad altre cose, ci priva della naturale libertà di muoverci verso il futuro – un buon futuro, ben concepito e costruito – e ci imprigiona (lo sostenevo già qui, tempo fa) in un eterno presente, in un costante vivere-alla-giornata che in realtà di vitale ha ben poco. Già.