[Immagine tratta dal web.]Di recente sono tornato a camminare per i monti sui quali ho trascorso le vacanze estive dagli zero ai vent’anni e più, luoghi che, per tale motivo, si sono inesorabilmente impressi sulla personale mappa geografico-genetica del mondo che ho vissuto, e vivo, con tratti ben marcati almeno quanto quelli dei sentieri che i monti in questione percorrono. Ci sono tornato nel periodo della fioritura dei rododendri, che chiazzavano con vivide macchie rosse ampie parti del vallone percorso in modi a volte così armoniosi con gli altri elementi sul terreno – massi, fiori d’altro genere, cespugli, piante, ruscelli – da ipotizzare la progettazione da parte d’un giardiniere dotato di notevole bravura e gusto.
Ma, stavolta, non è stata questa evidente e sorprendente bellezza spontanea a rigenerare la relazione “genetica” che ho maturato con questi luoghi, posta la frequentazione fin dall’infanzia, ma una cosa più immateriale e apparentemente banale come il profumo di quei tanti rododendri sbocciati e rosseggianti un po’ ovunque. Un profumo, una sensazione, una “chiave olfattiva” che ha aperto rapidamente tutti i cassetti in cui avevo riposto ben ordinari gli elementi fondativi del mio legame, della relazione con quei luoghi. Così, con l’aiuto di tutte le altre sensazioni e percezioni che stavo raccogliendo già con la sola presenza lì, in quel luogo e in quel presente ma, appunto, grazie soprattutto allo strumento fondamentale di quel potente, fragrante passe-partout, si è immediatamente ravvivata l’identificazione personale con il territorio, l’ambiente e il suo paesaggio, la riconoscibilità reciproca – io nel luogo e il luogo in me -, l’identificazione con essi nella personale ecostoria in loco, fatta tanto di memoria (giammai offuscata e svanente, tutt’altro) quanto di percezioni del momento consce e inconsce, materiali e immateriali, nonché del bagaglio di esperienze legate al luogo che mi porto appresso. Insomma, è bastato cogliere il profumo dei rododendri in fiore – una roba ovvia, ribadisco – per trasportarmi in un non tempo, ovvero un “tempo sospeso”, che ha avvolto tale iper-spazio, nel senso di un luogo così significativo e carico di significati per me, in cui ho potuto ritrovare me stesso come quarant’anni fa e parimenti come nel momento presente e in un qualsiasi futuro nel quale mi possa ritrovare di nuovo lì, in quei luoghi, a camminare, osservare, stare come ogni volta. Il tutto con un pacato eppur vivido fremito emotivo, che fluiva come una corrente d’energia nel contatto tra me e il territorio. Sia chiaro, non sto dicendo qualcosa del tipo «ho di nuovo sentito il profumo dei rododendri e sono tornato bambino»: no, non è così semplice, ribadisco che qui non si tratta di ritrovare un certo tempo della vita ma di intercettare una dimensione senza tempo, dunque in tal senso neutra e proprio per questo così capace di rendere vivide e forti le percezioni che ho ricavato dalla mia presenza lì, le energie presenti in loco che ogni volta capto e raccolgo come una pianta raccoglie la linfa vitale grazie all’esplorazione delle radici nel terreno. La sola differenza è che la pianta è una creatura stanziale, io no; ma ho le radici a mia volta e le mie linfe con cui nutrirmi, assolutamente.
Inoltre, ho compreso nuovamente e con grande forza come il paesaggio sia qualcosa che non esiste fuori da noi se non si genera e acquisisce valore dentro di noi, con tutto quello che abbiamo dentro e che può contribuire a generarlo, a costruirne la visione, la valenza culturale, la percezione, la sensazione dello starci dentro paritetica a quella che fa stare il paesaggio dentro di noi. Il territorio, il luogo, la visione, la geografia, la storia, il ricordo, la conoscenza culturale, le sensazioni, le emozioni, i profumi e i rumori, il freddo o il caldo dell’aria, il Sole e le ombre, la fatica, la bellezza, la felicità, il dolore… tutto questo è il paesaggio nel momento in cui ci stiamo. Per questo, sotto certi aspetti, il paesaggio è ciò che noi siamo dentro: le montagne, le colline, i laghi, i fiumi, le case, i boschi e il cielo che vediamo fuori forse li abbiamo anche dentro, quale geografia antropologica, culturale, emotiva, spirituale, che dà forma alla nostra mente, all’animo, allo spirito.
Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine scrisse che «È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo.» Mi viene da aggiungere, sperando di non apparire così tanto immodesto, che se i paesaggi esistono e li vedo, se li vedo posso vedere me stesso in essi, perché vedo essi dentro di me. Dunque, se esiste il paesaggio, da questo punto di vista, esisto anche io. Se non esiste – se non sono in grado di crearlo, per come ho detto poco sopra – in fondo nemmeno io posso esistere in esso.
Forse è anche per questo che bisogna constatare così diffusamente una certa scarsa considerazione ambientale del mondo in cui viviamo: perché non sappiamo vederci dentro di esso, non lo sappiamo creare, concepire e vedere, dunque non vediamo nemmeno i danni che ad esso cagioniamo. E che cagioniamo a noi stessi, peraltro. Una questione di disfunzione sensoriale autolesionistica, insomma.
Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.
Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.
[Nella Lapponia finlandese, agosto 2010.]Un recente dibattito sul bel quotidiano web “Gognablog”, gestito da Alessandro Gogna, in merito alla presenza e all’installazione di bivacchi in aree montane disabitate e non servite da altre infrastrutture antropiche al servizio della frequentazione alpinistica delle stesse, mi ha risollecitato una riflessione che da tempo sto elaborando tra me su un concetto tra i più usati e abusati nelle discussioni sugli spazi e i paesaggi montani, e non solo di quelli: quello di wilderness. Voglio provare a mettere di seguito per iscritto, nella maniera più schematica possibile sì che sia ugualmente chiara, il mio punto di vista al riguardo, maturato dalle riflessioni in corso nonché dall’averci culturalmente a che fare, a volte, con la (presunta) “wilderness” – e, ovviamente, dal frequentare territori che si potrebbero definire tali.
Ecco, comincio proprio dalla definizione “scientifica”, quella più o meno univocamente rintracciabile sui dizionari (qui, ad esempio):
wilderness (/’wildernes/ wil|der|ness, 1995; ingl. wilderness /’wɪldənɪs/, der. di wild, “selvaggio”): la natura allo stato selvaggio, non alterata dall’intervento dell’uomo, spec. con riferimento a un ambiente indispensabile alla conservazione delle biodiversità.
Inoltre, tolgo subito dal tavolo sul quale metterò le “carte” da analizzare qualsiasi riferimento alla “wilderness” che si può trovare con inopinata frequenza su materiali di promozione turistica, con relativa pseudo-accezione commerciale: ad esempio ne ricordo alcuni, particolarmente ridicoli, che parlavano di escursioni nella “wilderness” presso alcune rinomate località sulle Dolomiti, a poche centinaia di metri da piste da sci, funivie, rifugi, strade, parcheggi… insomma, una roba veramente grottesca. Ecco, questa brandizzazione del termine “wilderness” che, travisandone totalmente la definizione, ne trasforma l’essenza in un prodotto commerciale farlocco da vendere a quei turisti i quali, abituati al caos della vita contemporanea, potrebbero credere di essere nella “wilderness” anche tra gli alberi di un parco pubblico in centro a Milano (con tutto il rispetto, sia chiaro), fate conto che non esista nemmeno, quantunque non sia un’invenzione totalmente contemporanea ma sia figlia dell’immaginario collettivo alpino artificiosamente creato con la nascita del turismo moderno, con radici nella visione romantica generata con i Grand Tour ottocenteschi. Anzi, quando vedete che ve la stanno offrendo su qualche brochure promozionale o sito web turistico, quella “wilderness”, statene lontani il più possibile.
Bene, posta quella definizione e la conseguente puntualizzazione, credo sia indispensabile porsi una domanda, prima di proseguire con la riflessione sul tema: bisogna considerare la wilderness attraverso il punto di vista umano, dunque con una visione più o meno antropocentrica, oppure no?
Se dobbiamo considerarci per ciò che siamo, ovvero una specie vivente che come le altre è parte della biodiversità terrestre, verrebbe da rispondere che il punto di vista antropocentrico è ineluttabile. Tuttavia, in questo caso, cioè nell’ottica di «una natura non alterata dall’intervento dell’uomo», potremmo già concludere la riflessione e dichiarare che la wilderness non esiste (più) – e il comparativo “più” con le parentesi è necessario a rimarcare che, al giorno d’oggi, uno spazio naturale non alterato da interventi antropici, materiali e immateriali, non esiste probabilmente più, sul pianeta. Ogni territorio ha ormai subito una qualche sorta di intervento umano, anche se spesso non visibile, senza contare che non di rado quell’intervento, ovvero l’influenza della presenza antropica e della relativa attività modificatrice dell’originario stato selvaggio delle zone naturali, avviene a distanza: basti pensare agli effetti dell’inquinamento atmosferico ma persino, a ben vedere, alla zona più remota, disabitata e selvaggia del pianeta nel mentre che venga sorvolata da un aereo – segno evidente, tecnologico e impattante anche se fugacemente temporaneo, della presenza umana: in quel momento sarebbe ancora in regime di “wilderness”, quella zona? A mio modo di vedere no – e a breve vi dirò anche perché lo pensi.
Prima però consideriamo un’altra definizione di “wilderness”, assolutamente significativa anche in senso politico, quella formulata dal grande ecologo americano Aldo Leopold che nel 1921 la descrisse come «un ininterrotto pezzo di terra preservato nel suo stato naturale, aperto ad una caccia ed una pesca legali, abbastanza grande da potervi praticare un viaggio a cavallo di almeno due settimane, e mantenuto privo di strade, sentieri artefatti, rifugi turistici o altre opere dell’uomo.» Dunque un territorio niente affatto scevro dalla presenza umana, ritenuta anzi necessaria quale attore principale della sua salvaguardia senza mai diventare preponderante rispetto a quella delle altre specie viventi ma sempre armonica (nonostante l’accenno alle pratiche venatorie, che fa ancora oggi discutere anche se nessuno discute l’importanza del personaggio in ottica ecologista): infatti da tale concezione leopoldiana si sono derivate le pratiche contemporanee di difesa e preservazione degli ambienti naturali, delle quali Leopold fu tra i primi promotori e ne viene considerato il padre. Posta questa definizione, si potrebbe tuttavia obiettare che risulta piuttosto in contraddizione con quella scientifica ove si debba considerare che quasi ogni attività antropica, anche quella più virtuosa, manifesti un’evidente predominanza tecnologica rispetto al resto del contesto biologico e, anche per questo, comporti comunque un’alterazione della selvaticità del territorio, operando da una posizione naturalmente disequilibrata rispetto a quella di ogni altra creatura: se attraverso una zona remota priva di infrastrutture umane e, per passare la notte, piazzo una tenda dormendoci dentro, altero la naturalità della zona sia materialmente che immaterialmente – a meno che nel frattempo scoiattoli e volpi abbiano cominciato a produrre a loro volta tende da bivacco in cui rintanarsi! Seppur in senso assoluto, bisogna denotare, anche solo la presenza umana in quella zona ne modifica pur impercettibilmente l’equilibrio naturale, annullandone l’integrità; d’altro canto lo sviluppo tecnologico e intellettuale della razza umana l’ha posta in posizione così lontana e diversa, spesso antitetica, rispetto a tutte le altre razze che il rischio (pericolo) di alterazione dello stato naturale esiste sempre, inevitabilmente, ed è una spetto, questo, che l’uomo dovrebbe costantemente considerare nella sua relazione con gli ambienti coi quali interagisce.
Sia chiaro: questo potrebbe apparire un punto di vista fin troppo radicale, dacché sarebbe da stupidi attraversare qualche zona selvaggia, ad esempio la tundra artica, senza portarsi appresso la tecnologia sviluppata dalla nostra specie solo per restare sullo stesso piano delle altre specie lì viventi e non apparire rispetto ad esse smodatamente avvantaggiati – oltre che alteranti la natura selvaggia di quel territorio, appunto. Cosa vera, senza dubbio; ma se dobbiamo considerare una nozione come quella di “wilderness” nella sua valenza assoluta, che per certi versi è pure assolutista visto come imponga una necessaria radicalità concettuale, e posto come – ribadisco – la nozione venga usata e spesso abusata oltre che distorta verso significati e accezioni che poco o nulla hanno a che vedere con la sua origine, gioco forza si deve pure ragionare in modo il più possibile speculativo ovvero il meno possibile antropocentrico: anche per tale motivo ho posto quella domanda al riguardo, poco fa, circa il punto di vista da adottare per riflettere sulla questione.
Credo dunque sia necessario rimarcare una certa partizione tra il concetto scientifico-biologico e materiale di “wilderness”, quello che fa riferimento alla conservazione delle biodiversità naturali di un dato territorio con tutto quanto a ciò faccia riferimento, esseri umani inclusi (ovvero in riferimento alla loro presenza o alla loro assenza), e un concetto “filosofico” e immateriale che invece punta al valore assoluto della nozione e della sua accezione, il che comporta la necessità di definire anche il senso correlato di wild, “selvaggio”. Cos’è, il selvaggio? Cosa dobbiamo intendere, con questo termine? Una zona inabitabile, ricca di pericoli, priva di risorse che possano garantire la sopravvivenza? Oppure lo è qualsiasi zona sconosciuta, aliena, priva di riferimenti usuali? Oppure ancora lo è ogni territorio nel quale l’uomo non viva stanzialmente, risultando dunque “selvaggio” un attributo di valore lessicalmente contrario a quello di “abitato”?
Come ho affermato poco fa, credo che da qualsiasi punto di vista antropocentrico, anche dal più ecologico, la wilderness non può esistere. Addirittura, mi viene da pensare, in modo tanto speculativo quanto provocatorio, che il concetto “assoluto” di wilderness perde ogni senso e valore nel momento stesso in cui viene pensato, elaborato e strutturato in definizione, perché la sua naturalità originaria viene cancellata ovvero “umanizzata”, seppur solo in modo teorico e immateriale. Per questo ho prima scritto che persino la zona più remota e disabitata, obiettivamente “selvaggia” in ogni senso, cessa di esserlo quando venga sorvolata da un aereo anche se voli a diecimila metri di quota e sulla zona ci stia sopra solo per qualche secondo: basta quel segno pur vago per degradare l’integrità selvaggia, per segnalare la presenza umana e per postulare una possibile alterazione dello stato naturale in loco – anche solo immateriale, ribadisco. D’altro canto, se un territorio in regime di “wilderness” si potrebbe contraddistinguere soprattutto per la sua selvaggia inospitalità, verrebbero da considerare tali numerosi territori iperantropizzati nei quali la presenza umana abbia talmente alterato e rovinato il paesaggio naturale da garantire problemi di sopravvivenza a chi lo attraversi o, peggio, lo viva – penso a certe aree ex sovietiche, ad esempio, disabitate e proprio per questo utilizzate come depositi di materiali altamente inquinanti la cui presenza risulti però invisibile a un eventuale visitatore. Oppure, per concettualizzare ancor più l’esempio: anche un’area antropica apparentemente armoniosa e intatta dal punto di vista ambientale ma nella quale venga piazzato un manufatto totalmente avulso dal contesto, non diventa in tal modo e per ragioni opposte “selvaggia”? Di più: non è “selvaggia” e “inospitale” la zona che ospita uno svincolo stradale in orario di punta? È una “wilderness” uguale e contraria a quella naturale: ma in fondo si usa dire che in numerosi circostanze gli opposti si attraggono (concettualmente) e arrivano a toccarsi, no?
Insomma, per concludere questa mia dissertazione senza tediarvi ulteriormente: è chiaro, come sostiene l’antropologo e geografo Matteo Meschiari, il quale sulla questione ha ragionato spesso e in modi assai brillanti, che il pur ancora giovane concetto di “wilderness” è piuttosto in crisi, oggi, vuoi per una sua inevitabile indeterminatezza (riguardo al contesto odierno), vuoi per quanto sia abusato e travisato, e vuoi perché, come detto, la pervasiva e totalizzante presenza umana sul pianeta, diretta e indiretta, rende l’autentica wilderness (sia nell’accezione biologica che in quella filosofica) qualcosa di estremamente raro nonché, per giunta, svanente nel momento stesso in cui venga “toccata” anche solo fugacemente dall’uomo. Come una bolla di sapone, che vive del suo perfetto tanto quanto fragile equilibrio il quale, finché è mantenuto, le permette di volare qui e là a mezz’aria ma che nel momento in cui la si tocca, anche solo sfiorandola appena appena con la punta di un dito, scoppia e svanisce.
Di sicuro, sarebbe buonissima cosa se noi umani smettessimo di utilizzare il concetto e la definizione di “wilderness” come quasi sempre la utilizziamo, ovvero una sorta di idealizzata altra faccia della medaglia del nostro spesso bieco agire altrove, sul pianeta, un contraltare e un corrispettivo che finisca per (voler) giustificare – anche in forza di un nostro meccanismo inconscio eppur figlio legittimo del progresso umano – il suo opposto, cioè l’esistenza di zone totalmente alterate ambientalmente e biologicamente dall’uomo nelle quali l’equilibrio naturale, e qualsiasi attributo selvaggio, è stato guastato. Di nuovo provocatoriamente (poste le riflessioni che avete letto) dico che, forse, se vogliamo veramente preservare la wilderness di certi territori nei quali la presenza dell’uomo non sia ancora stata troppo alterante, dobbiamo dimenticarci di essa. Cioè dimenticarci di quei territori, cancellarli dalle mappe geografiche e dagli articoli delle enciclopedie, in pratica tornare a qualche secolo fa, quando ancora alcune terre del pianeta non erano state visitate ed esplorate e sulle mappe, in corrispondenza di esse, vi erano degli spazi bianchi privi di alcuna informazione. E pensarli, questi territori, non come spazi “inabitabili” per difficoltà oggettive ma spazi non abitabili per scelte soggettive, perché l’unica concezione di essi sia quella che ne determini la preclusione alla nostra presenza, e ciò senza nemmeno che ci sia bisogno di una qualche norma giuridica o di una decisione istituzionale in questo senso, dacché già solo questa rappresenterebbe una disarmonia, pur immateriale, nei riguardi della loro natura selvaggia originaria.
È possibile qualcosa del genere, secondo voi?
Se sì, allora la wilderness potrà ancora tornare a esistere, da qualche parte sulla Terra. Altrimenti, dovremo probabilmente trasferire il suo concetto su qualche pianeta extrasolare biologicamente vivo del quale prima o poi scopriremo l’esistenza con certezza, ma sul quale dovremo aver cura di non mettere mai piede e nemmeno di inviarci qualche sonda robotizzata. Come su Marte, per dire, la cui wilderness abbiamo già sostanzialmente alterato inviandoci un tot di sonde automatiche, alcune già ridotte a rottami giacenti sulla superficie. Pure lassù, ancor prima che l’uomo ci sia giunto, la wilderness ormai non esiste (più).
Ve ne sono molti, di luoghi nelle Alpi, che sanno condensare nel loro breve spazio gli elementi fondamentali del paesaggio montano, vette, roccia, acqua, neve, boschi, orizzonti, altezze, imponenze, maestosità, bellezza, grandiosità. Ma pochi lo sanno fare con la condensazione di potenza di un luogo che non offre grandi massicci montuosi e altitudini così importanti, che non ha la rinomanza di altri territori e che, per giunta, non è nemmeno sulle Alpi. È l’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina, a compiere un tale prodigio: nella sua parte occidentale, ove il bacino principale si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona, presenta un paesaggio possente, di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano sul cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.
La testata della Valle della Pietra vista dai pressi del Rifugio Trona Soliva, in versione estiva. Da sinistra, il Pizzo di Mezzodì, i Denti e il Pizzo di Mezzaluna, la Valle di Trona con la diga e l’omonimo bacino artificiale, il Pizzo di Trona, la Valle d’Inferno nella quale si intravede la diga dell’omonimo bacino sovrastato dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.
È un paesaggio alpino alla massima potenza ma senza esserlo, appunto: “tecnicamente” ovvero geograficamente, la valle appartiene alle Prealpi Bergamasche, che tuttavia qui è come se volessero sfidare in stupore e meraviglia i più celebri colossi alpini dirimpetto, i cristalli di granito del Masino e la mole ghiacciata (chissà ancora per quanto) del Disgrazia, ben visibili dalla parte opposta della Valtellina. Loro sì che “Alpi” ce l’hanno scritto sui documenti d’identità geografica, così ben più elevati, più decantati, più frequentati: forse anche in forza di tale sfida le vette prospicienti l’alta Valle della Pietra si sono protese verso l’alto più di quanto la loro originaria sorte orografica aveva forse stabilito, conformandosi in piramidi audaci e nervose, come il Pizzo di Trona o il Varrone, oppure sfilacciandosi in innumerevoli pinnacoli più o meno esili come quelli del Pizzo di Mezzodì o del Pizzo Mezzaluna (notate la suggestiva bellezza dei toponimi della zona, peraltro!), in bilico apparente sul vuoto degli alti circhi o forse così tremolanti perché riflesse, le loro rocce ammonticchiate, nelle acque dei laghi che occupano le conche sommitali, un tempo palcoscenico per chissà quanto scenografici e ruggenti ghiacciai che sembrano svaniti da poco, in fondo.
E poi, a sovrastare con placida ma decisa imponenza su ogni cosa, sua maestà il Tre Signori, vero e proprio fulcro cosmico del territorio al quale le cime intorno fanno da attente guardie e da scudieri fidati, per la cui identificazione basta semplicemente dire «il Pizzo»: è inequivocabilmente lui, il sovrano indiscusso eppure bonario (da questo versante, mentre altrove si fa ben più ardito) con la sua enorme gobba di rocce lisce che sale quasi stancamente verso l’alto come fosse oberata dalla plurimillenaria storia che si porta dietro e che lo stesso suggestivo oronimo segnala, anche se solo in parte. Lassù, sulla sua vetta, si incrociano da secoli storie, domini, genti, culture, confini, aspirazioni, emozioni e vi giungono narrazioni molteplici e poliedriche eppure armoniche che nell’insieme formano la lettura di un romanzo assolutamente coinvolgente e sorprendente, di quelli che non t’aspetti così intriganti perché pensi ad altre come a grandi letture e invece scopri che lo è pure questa, che la lettura di questo territorio è del tutto appassionante in ogni sua pagina, ti prende con l’emozione dell’inaudito svelato, che nei personaggi delle sue storie, siano essi gli antichi Celti o i Romani che probabilmente già sfruttavano l’abbondanza di ferro di queste montagne oppure gli alpeggiatori che da secoli e ancora oggi producono formaggi eccezionali o ancora gli ingegneri e le maestranze che nel Novecento hanno costruito nelle alte conche un piccolo ma significativo “paesaggio idroelettrico” le cui dighe dialogano armonicamente col territorio come sculture moderne in un ampio salone di foggia antica regalandovi avvenenza e attrattiva idriche, ecco, con tutte queste figure che si sono relazionate con i monti della zona viene naturale identificarsi, anche solo percorrendo i loro stessi remoti cammini che intessono lo spazio, percorrono il tempo e, sul terreno, ne codificano il peculiare alfabeto antropologico iscrivendovi le narrazioni di quell’originale romanzo locale.
La stessa foto sopra pubblicata in versione invernale. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.
Tutto è potenza alpestre, quassù, e tutto quanto concentrato in un spazio relativamente piccolo che in tal modo concentra pure la bellezza e il fascino, il che dilata la percezione delle sue dimensioni materiali e immateriali rendendolo apparentemente vastissimo, latore di una geografia tanto semplice quanto ampia e articolata, generatore di orizzonti innumerevoli e multiformi che in un solo paio di sguardi unisce la maestosità alpina e la vastità padana. Così, «il Pizzo», i suoi quasi “banali” 2554 metri di quota li gonfia fino a sembrare ben più alto, ben più maestoso e dominante su questo piccolo/grande mondo di inopinate e garbate sorprese, signore indiscusso sulla cui sommità ci si può sentire tutti quanti “re” come ci si sente tali – ci si dovrebbe sentire tali – sui monti: regnanti su tutto, padroneggianti su niente. Eccetto che sulla bellezza e sulla relativa meraviglia: e di esse, in questa valle così alpina senza essere “alpina”, ce n’è un dominio dei più ricchi, potenti ed emozionanti.