La Valle Soana tra memoria, bellezza e dignità

[Le vette della testata della Valle Soana, sul confine con la Valle d’Aosta. Foto tratta dalla pagina Facebook “Valle Soana“.]

La Valle Soana […] è una valle ignota a quanti non vi hanno interessi diretti, dimenticata nelle antiche carte topografiche, mal descritta nelle nuove, eppure degna di attrarre non solo gli alpinisti, dilettanti di caccia, di botanica, di siti pittoreschi, di squisite trote, di tranquillità, ma anche gli ascensionisti amanti delle rupi e dei ghiacci, delle balze e dei ripidi canaloni.

[Luigi Vaccarone, Costantino Nigra, Guida-itinerario per le valli dell’Orco, di Soana e di Chiusella, 1878.]

Sembra quasi rimasta tale e quale a un secolo fa, la Valle Soana, nel bene e nel male: poco conosciuta e frequentata (dagli italiani, mentre al solito gli stranieri sono più attenti) eppure affascinante e attrattiva per la gran quantità di «siti pittoreschi» dominati lassù, alla testata della valle, dal Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra. Le foto che vedete qui* si riferiscono alla mia presenza lassù per la giornata “Insieme per la Montagna Sacra” organizzata dal comitato promotore dell’omonimo progetto (del quale faccio parte), lo scorso 2 giugno.

In valle, se c’è un luogo che più di altri rappresenta quanto ho appena scritto, ovvero la dimenticanza degli uomini nel tempo tanto quanto il fascino emblematico della sua presenza tra «le rupi e i ghiacci» che ancora sa raccontare molto, anzi, per certi versi più di una volta, sono le borgate di Boschietto e Boschettiera.

Le definisco “luogo” al singolare perché invero sono due nuclei gemelli, il primo un po’ più sviluppato del secondo che dista un quarto d’ora a piedi lungo la mulattiera per il Colle di Bardoney, che collega la Valle Soana alla Valle di Cogne, ma uniti pure nell’apparente sorte di abbandono e decadenza, salvo poche case recuperate e ristrutturate. Eppure, al netto di quella sensazione di primo acchito triste, resta ancora profondamente affascinante e suggestivo aggirarsi tra le vecchie mura di pietra, analizzare la struttura delle case, la disposizione sul versante, cogliere i dettagli grandi e piccoli, il contrasto cromatico tra il grigio delle pietre, il verde dei prati e dei boschi, il bianco delle vette ancora innevate, immaginare come si viveva qui un tempo e come si potrebbe ritornare a vivere, seppur occasionalmente, ovvero come poter ridare una vitalità di qualche specie a questi relitti sospesi nel tempo da una storia che è corsa troppo avanti ma pure, forse, da una dimenticanza eccessiva di noi genti del “dopo” che ad un certo punto non ci siamo più voltati indietro a vedere cosa ci stavamo lasciando alle spalle.

D’altro canto, credo che già manifestare una certa sensibilità verso questo luogo, anche solo con la semplice osservazione e la considerazione di ciò che lo sguardo coglie (perché osservare è più del mero guardare o vedere), rappresenti un primo passo per ridonare dignità alle case e alle storie rapprese tra le loro pietre. Paolo Rumiz, ne La leggenda dei monti naviganti, ha scritto che «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: affermazione bellissima che rimarca l’importanza fondamentale della memoria, anche minima, per non cancellare un bagaglio di umanità vissuta che resta e resterà prezioso. Aggiungo che, se a quella memoria si è in grado di dare seguito con il riscontro diretto sul campo, così che la memoria da immateriale e a rischio di svanimento ridiventi materiale e riprenda forza, le vecchie case non torneranno abitate ma almeno resteranno vive nella conoscenza di chi avrà visitato il luogo e ne avrà apprezzato la bellezza, il fascino, l’anima.

Tra di esse, in fondo, il Genius Loci permane ancora, nascosto, silente e sopito ma non per questo svanito. Non occorre molto per ritrovarlo e dialogarci insieme: come detto, potrebbe ancora raccontare molte storie, belle e intriganti e illuminanti.

*: avendole fatte io, le foto, non sono certo di alta qualità (anche per la meteo della giornata, poco soleggiata), ma spero risultino comunque significative riguardo ciò che ho scritto.

Domenica 2 giugno in Valle Soana: “Insieme per la Montagna Sacra”

Molti dei problemi di sostenibilità ambientale e culturale di cui soffrono le montagne (e non solo quelle) originano da due nodi fondamentali: l’eccessiva invasività delle attività umane nei territori naturali e la mancata cognizione di un senso del limite oltre il quale l’opera dell’uomo diventa per molti aspetti insostenibile. Sono nodi i cui effetti si sono fatti più pesanti nella contemporaneità ma anche più evidenti: così, se da un lato vengono ancora presentati e realizzati troppi interventi sulle montagne che appaiono indubbiamente invasivi e oltre il limite del buon senso che deve guidare le opere dell’uomo in natura, dall’altro sempre più persone – non solo tra quelle che frequentano i monti e gli ambienti naturali – manifestano attenzione, comprensione e sensibilità verso quelle criticità.

Il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, del cui Comitato promotore faccio parte insieme ad altre ben più prestigiose e rinomate personalità, basa la sua idea e le finalità proprio su questi temi fondamentali, invitando a riflettere sul loro portato e sulle conseguenze nella realtà della montagna contemporanea, al contempo proponendo un gesto tanto simbolico (e del tutto libero) quanto potente: astenersi dal “conquistare” la vetta di un monte, riconoscendo così la necessità di tornare a considerare un senso e una cultura del limite al fine di contenere l’invasività umana in un mondo già fin troppo antropizzato (e le Alpi sono la catena montuosa più antropizzata del mondo, è bene rimarcarlo), spesso con effetti a dir poco deleteri quando non devastanti per gli ecosistemi e la biodiversità.

Ecco dunque che dopo il notevole successo delle giornate degli anni scorsi, animate da un pubblico numeroso, interessato e partecipe, anche quest’anno si torna in Valle Soana a camminare ai piedi del Monveso di Forzo, montagna scelta come simbolo di rispetto del Limite, con

“INSIEME PER LA MONTAGNA SACRA”
Domenica 2 giugno 2024

Una camminata riflessiva e collettiva ai piedi del Monveso di Forzo, la montagna nel gruppo del Gran Paradiso individuata dal progetto. L’escursione è facile e aperta a tutti, e vi aderisce la Commissione CAI-TAM Liguria-Piemonte-Valle d’Aosta.

Il programma della giornata, che trovate anche sulla locandina dell’evento sotto riprodotta, è il seguente:

Al mattino:

Ritrovo alle ore 10 in Località Molino di Forzo (1170 m), dove termina la strada della Valle di Forzo che si imbocca poco prima del capoluogo, Ronco Canavese, centro principale della Valle Soana, raggiungibile con mezzi pubblici. Da Torino 1,5 – 2 ore con mezzi propri.

Segue un’agevole passeggiata su buona mulattiera con meta le borgate Boschietto e Boschettiera (1480 m), che comporta un’ora e mezza di cammino e 300 metri di dislivello. Si consigliano adeguate calzature da montagna; pranzo al sacco a Boschettiera.

Lungo il cammino ci saranno momenti di informazione e di divulgazione riguardo le finalità del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra” insieme ai componenti del Comitato promotore.

N.B.: si ricorda che il regolamento del Parco Nazionale del Gran Paradiso non ammette l’accesso dei cani sui sentieri escursionistici ad eccezione del periodo tra il 15 luglio e il 15 settembre.

Al pomeriggio:

Alle ore 16 a Molino di Forzo, nel piazzale presso l’Osteria delle Alpi, la presentazione del libro La Montagna Sacra di Enrico Camanni, a cura dell’autore.

Alle ore 17, il concerto per la Montagna Sacra del gruppo musicale celtic rock LabGraal.

N.B.: in caso di meteo non favorevole la presentazione e il concerto si terranno nel centro polivalente di Ronco Canavese.

Potete scaricare la locandina della giornata cliccandoci sopra, con invito a divulgarla ovunque sia possibile, oppure ottenerla in formato pdf qui.

Per qualsiasi altra informazione sulla giornata potete scrivere a montagnasacra22@gmail.com, riguardi invece il concerto dei LabGraal potete visitare il sito web http://www.labgraal.org/lab/

Intanto sono ormai circa millecinquecento i firmatari del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” (del quale qui sopra vedete il logo ufficiale), persone di radici e culture diverse: alpinisti, escursionisti, naturalisti, giornalisti, scrittori, artisti, montanari, frequentatori rispettosi di ogni vita e di ogni luogo che hanno condiviso con entusiasmo la proposta. Nessun conquistatore.

È un bel risultato, tuttavia, visto l’interesse crescente che sta suscitando il progetto, ci sono di sicuro ampi margini di incremento. A tal fine vi invitiamo nuovamente a far aderire amici o conoscenti. Basterebbe una adesione in più per ognuno per raddoppiare la cifra.

Aderire è semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Lo si può fare anche da questo form, cliccando sul pulsante giallo che vedete qui sotto.

 Il progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” è nato nel 2022 per onorare i cent’anni del Parco nazionale Gran Paradiso con un’azione di alto profilo simbolico, e ha rapidamente raccolto l’adesione di un qualificato ventaglio di sostenitori, in forma associativa e individuale, tra cui: il Club Alpino Italiano e l’Alpine Club di Londra, gli alpinisti Kurt Diemberger, Fausto De Stefani, Hervé Barmasse, Alessandro Gogna, Manolo, il climatologo Luca Mercalli, l’antropologo Duccio Canestrini, i giornalisti Paolo Rumiz, Michele Serra, Enrico Camanni, il regista Fredo Valla, i saggisti Guido Dalla Casa e Silvia Ronchey, gli scrittori Paolo Cognetti, Matteo Righetto, Tiziano Fratus, Daniela Padoan, Raffaella Romagnolo, gli attori Giuseppe Cederna, Lella Costa e Giovanni Storti.

In una società segnata dalla competizione e dal dissennato consumo delle risorse naturali, i sostenitori del progetto auspicano che almeno su una cima – identificata con il Monveso di Forzo, l’elegante triangolo a cavallo tra la Valle Soana e la Valle di Cogneci si astenga dalla “conquista” per riscoprire il significato del limite. Si tratta di un atto simbolico: fermarsi sotto la cima lasciandola ai giochi del vento è scelta rivoluzionaria per una cultura antropocentrica e “padrona”.

Niente di confessionale: il termine “sacro” va inteso in senso laico, nel segno del rispetto e della contemplazione. E niente di costrittivo: la “Montagna Sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria. L’impegno a non salire sul Monveso è una scelta personale e culturale. Una rinuncia minima ma simbolicamente forte e per certi versi rivoluzionaria, in grado di attivare una riflessione profonda sui temi citati e, in generale, sul futuro delle montagne e della presenza umana nelle terre alte.

Per ogni altra informazione sul progetto:

L’incessante e impunita distruzione dei sentieri da parte dei motociclisti

Nelle immagini, riprese di recente dallo scrivente, potete vedere i danni causati ai sentieri in zone boschive dal transito di motociclette, in particolar modo quelle da trial. Sentieri, inutile affermarlo, al cui inizio c’è in bella mostra il divieto di transito alle motociclette. Cliccate sulle varie immagini per ingrandirle.

Le gomme tassellate estirpano la superficie erbosa, scavano il terreno e spargono ovunque il terriccio, spostano i massi che formano il fondo calpestabile e divelgono le pietre che bordano i gradoni che agevolano il cammino. Tutto ciò ancor più se ha piovuto di recente e il terreno risulta ancora ammorbidito; appena torna la pioggia, l’acqua scorre nei canali e nelle piccole trincee scavate dalle gomme delle moto, le amplia e le approfondisce sempre più dissestando di conseguenza in modo crescente il sentiero per l’intera ampiezza, così rendendo sempre più difficile il cammino per gli escursionisti. Figuratevi in presenza di un nubifragio, come quelli che il clima attuale rende frequenti e viepiù violenti: con pochi passaggi delle motociclette l’agevole sentiero di un tempo si trasforma nel letto di un ruscello caratterizzato da un dissesto crescente e inarrestabile.

Una situazione del genere è ancora più ignobile se constatata – come è il caso documentato dalle mie immagini – lungo una mulattiera storica che presente ancora molte parti selciate nella tecnica tipica della zona, sicuramente vecchie di qualche secolo, come si vede in una delle immagini lì sopra*: una via rurale di grande valore culturale che andrebbe protetta, salvaguardata e manutenuta, non lasciata in balìa della demenza motorizzata dei trialisti e di quelli della stessa risma, che ovviamente se ne fottono della bellezza e della valenza storico-culturale dei tracciati che distruggono.

Purtroppo queste sono situazioni ancora drammaticamente diffuse sulle nostre montagne, anche perché godono di sostanziale impunità; se poi si considera che in Lombardia come in altre regioni alcuni politici ignobili agevolano tale impunità con provvedimenti a ciò funzionali, sostenuti dai vertici regionali, capite bene a quale devastante pericolo siano sottoposti i sentieri e chi li voglia percorrere. I Carabinieri Forestali e le altre forze di polizia aventi competenze al riguardo possono fare ben poco senza cogliere i vandali motorizzati sul fatto. Che resta da fare, dunque? Giustizia privata? Non è mai cosa auspicabile, certamente: ma quei motociclisti, per i danni che si divertono a cagionare a un patrimonio di tutti e anche per i modi prepotenti che a volte manifestano, in qualche modo la devono pur pagare. Ineluttabilmente.

*: per chi se lo stia chiedendo, si tratta della mulattiera che da Olginate sale verso Consonno, sul versante orientale del Monte di Brianza (provincia di Lecco), territorio della quale si ha la certezza della frequentazione antropica fin dall’anno Mille. La zona è da anni in preda a tali sevizie motociclistiche, come denunciato diverse volte sui media locali dalle associazioni di tutela del territorio e che manutengono i sentieri locali, ad esempio qui.

Marco Albino Ferrari, “Assalto alle Alpi”

Da gran appassionato di etimologia quale sono, trovo sempre interessante trovare il senso “pratico” – dunque non solo quello prettamente semantico – delle parole che utilizziamo, perché la loro origine sovente può svelare o suscitare comprensioni di esse più articolate di quanto si potrebbe ritenere di primo acchito.

Dunque, «assalto» – sostantivo derivante dal verbo assalire – è un termine che nella sua forma attuale si origina dal latino medievale assaltus composto da ad e da saltus, “salto”, che indica il moto verso l’alto, il salire – così adsaltus/assalto è il saltare sopra o addosso, il che rimanda chiaramente ad un impulso aggressivo, di sopraffazione. Di contro, il “salire” contenuto nella parola, se inteso in chiave montana, fa pensare subito all’ascensione di una cima: un’attività in genere praticata per passione e divertimento, dunque apparentemente nulla di veemente. Tuttavia, fino a qualche anno fa nei resoconti alpinistici si poteva leggere di frequente l’espressione «assalto finale alla vetta» e, parimenti, si usa spesso ancora oggi il termine “conquista”, entrambi i quali di nuovo rimandano a qualcosa di bellicoso: infatti l’alpinismo “eroico” di qualche decennio fa si compendiava nell’idea della “lotta con l’alpe” espressa dall’alpinista torinese Guido Rey e tutt’oggi presente, come motto, sulla tessera dei soci del Club Alpino Italiano.

Insomma, tutta questa curiosità etimologica intorno alla parola “assalto” nasce – lo avrete ovviamente già capito – dal titolo del più recente libro di Marco Albino FerrariAssalto alle Alpi (Einaudi, 2023), in particolar modo riflettendo sulla scelta per esso di un vocabolo così forte e dalle accezioni bellicose, appunto. Scelta che d’altro canto apparirà motivata a qualsiasi frequentatore delle nostre montagne che alle vette e ai loro paesaggi sappia dedicare uno sguardo sensibile e attento: come denota la presentazione del volume,  «Le Alpi sono minacciate da modelli di sviluppo del passato. Sul piano materiale, dal varo di nuove infrastrutture turistiche pesanti; sul piano immateriale, attraverso vecchi stereotipi idealizzanti, che riducono la montagna a luogo salvifico di pura “bellezza”.» “Minacciate”, già, altro termine che porta alla mente una dimensione di intimidazione, di rischio e sopraffazione, ulteriori elementi afferenti alla belligeranza []

(Potete leggere la recensione completa di Assalto alle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

La “Montagna Sacra” e il «capitale naturale» di Mario Rigoni Stern

[P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato lo scorso 12 gennaio sul blog “La Montagna Sacra” ospitato sul portale Sherpa.]

[Il versante valdostano del Monveso di Forzo visto dal Glacier di Sendzé nel vallone della Valleile, sopra Cogne. Immagine tratta da www.gulliver.it.]
Uno degli aspetti che ancora qualcuno tende a opinare, del progetto della “Montagna Sacra” (del quale sono uno dei membri del gruppo di lavoro che lo promuove), è l’idea di rendere inviolabile la vetta del Monveso di Forzo – la “Montagna Sacra” nel parco Nazionale del Gran Paradiso protagonista del progetto – spesso interpretata come una sorta di divieto imposto e sentenziato dalla “sacralità” del monte. In verità – repetita iuvantnel progetto della “Montagna Sacra” non esiste nulla del genere e la presunta interdizione alla salita sul Monveso è il frutto di una scelta assolutamente personale attuata da chi vi ha aderito e ne condivide le finalità. Un atto profondamente simbolico, privo di qualsiasi decodificazione strumentale che non sia quella che sta alla base del progetto, ovvero il senso del limite e la necessità di recuperarne pienamente il valore ormai imprescindibile nella realtà che stiamo vivendo, in tema di presenza e interventi antropici nei territori montani ma non solo. L’aggettivo “sacro”, privo di alcun valore fideistico – di nuovo repetita iuvant – nella definizione del progetto ha proprio lo scopo di rendere subitamente chiaro e intelligibile il concetto. Come quando per indicare l’inviolabilità della proprietà privata si dice che è “sacra” senza con ciò pensare a chissà quali culti o riti: ecco, il principio è lo stesso. Da tutto ciò se ne deduce – se serve rimarcarlo – che non vi sono e saranno mai cartelli di “divieto di salita” nei dintorni del Monveso di Forzo (e parimenti su qualsiasi altra vetta) e che il tutto è demandato alle scelte libere e personali di chi vuole considerare il progetto, ma di contro che la simbolicità del non salire in vetta materialmente attuata da chi aderisce al progetto non ne inficia per nulla il senso e l’importanza, proprio perché frutto di un’assunzione consapevole di responsabilità non solo riguardo l’atto in sé ma, soprattutto, verso l’idea alla base e i suoi significati nel contesto presente e nei riguardi di qualsiasi vetta, montagna, territorio naturale non (ancora) antropizzato.

Detto questo, nella massima libertà di opinione al riguardo (anche questa una cosa “sacra” nella sua inviolabilità, no?), magari porre la questione sotto un ulteriore punto di vista può servire a renderla ancora più chiara, e più comprensibile il senso. A tal proposito viene in aiuto una nota e bella affermazione di Mario Rigoni Stern (che prendo da qui), il quale sosteneva che per sviluppare un rapporto equilibrato e responsabile nei confronti dei territori e degli ambienti naturali è necessario considerare una natura

dalla quale si doveva prelevare l’interesse senza intaccare il capitale. Oggi siamo in un momento della storia in cui occorre frenare un presunto progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta.

Ecco: non intaccare il «capitale» naturale che abbiamo a disposizione, limitare l’uso all’«interesse» che se ne può ricavare senza andare oltre ovvero al fine di frenare quel «progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta» che così spesso vediamo manifestarsi sulle montagne. Bene, il Monveso di Forzo è il simbolo del capitale da non intaccare, mentre il limite simbolico (ma manifesto) del non salire sulla sua vetta è il riconoscimento dell’interesse senza il consumo del capitale, cioè del senso del limite così necessario in questo momento della storia – peraltro già successivo ormai di qualche anno a quando Rigoni Stern scrisse quelle parole e non certo sviluppatasi al meglio, la storia, frequentemente sui monti.

Dunque, se anche qualcuno ritenesse (legittimamente) di non concordare con la richiesta di fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile e in tal senso “sacra”, credo proprio che nessuno o quasi tra chi si ritenga un appassionato dell’andare per montagne e territori naturali potrà dichiararsi in disaccordo con il messaggio fondamentale del progetto della “Montagna Sacra” contestualizzato all’intero ambito montano e naturale. Considerata la questione sotto questo punto di vista, forse anche la proposta di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo, convenendo in essa un limite simbolico ma riconosciuto, potrà essere meglio compresa e la sua idea di fondo messa in pratica nelle forme che più si ritengono proprie ma in ogni caso nel loro pieno, necessario, imprescindibile valore culturale. Per riscoprire la libertà di riconoscere i limiti naturali e logici al nostro agire e svincolarci dall’obbligo di superarli continuamente che troppo spesso e da troppo tempo la nostra società ci ha imposto, con le conseguenze sovente drammatiche che ormai tutti abbiano sotto gli occhi.