Lo sci sempre più caro e il cul-de-sac nel quale si sta infilando

[Uno degli impianti più moderni del comprensorio di Plan de Corones (Bolzano), compreso nel Dolomiti Superski. Immagine tratta da www.superskibook.com.]

Si va dal +28% rispetto a tre anni fa di Livigno e Bormio, dove il costo di uno skipass giornaliero per un adulto in alta stagione raggiunge i 66,5 euro e i 59 euro, al +2% degli impianti sul Monte Rosa (59 euro). Anche quest’anno ci sarà un rincaro dei prezzi per chiunque vorrà sciare sulle vette bianche italiane.

Anche il quotidiano on line “Open”, nell’articolo recentemente pubblicato il cui titolo vedete qui sotto (cliccate sull’immagine per leggerlo), dà conto dei costi sempre più alti che lo sci su pista impone a chi lo voglia praticare.

Fornisce poi un significativo elenco dei rincari subiti dagli skipass di alcune note località sciistiche:

  • La Thuile (Valle d’Aosta), 56 euro (+19% rispetto a tre anni fa);
  • Courmayeur (Valle d’Aosta), 67 euro (+20% rispetto a tre anni fa);
  • Cervinia (Valle d’Aosta), 61 euro (+15% rispetto a tre anni fa);
  • Monterosa (Valle d’Aosta), 59 euro (+2% rispetto a tre anni fa);
  • Livigno (Lombardia), 66,5 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
  • Bormio (Lombardia), 59 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
  • Adamello (Lombardia), 65 euro (+11% rispetto a tre anni fa);
  • Madonna di Campiglio (Trentino-Alto Adige), 79 euro (+13% rispetto a tre anni fa);
  • Dolomiti Superski (Trentino-Alto Adige), 83 euro (+24% rispetto a tre anni fa);
  • Val Gardena (Trentino-Alto Adige), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa);
  • Cortina d’Ampezzo (Veneto), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa).

D’altro canto è una situazione inevitabile. La realtà attuale e in divenire, caratterizzata innanzi tutto dalla crisi climatica ma pure da dinamiche socioeconomiche e culturali in evoluzione, rende la gestione dei comprensori sciistici sempre più onerosa; le nevicate naturali in diminuzione devono essere compensate dalla produzione di neve artificiale i cui costi sono in aumento costante nel mentre che l’aumento delle temperature di anno in anno abbrevia le stagioni sciistiche – ma pure far girare gli impianti continuamente rinnovati per reggere la concorrenza, sempre più potenti e parimenti energivori, costa sempre di più. Di contro il mercato dello sci è considerato “maturo” da anni, non più in grado di crescere se non in percentuali bassissime e comunque insufficienti a consentire ai gestori dei comprensori la copertura finanziaria dei costi crescenti, così come insufficienti sono i contributi pubblici elargiti al settore (al netto della loro opinabilità). Dunque ai gestori non resta far altro che scaricare almeno in parte i costi sostenuti sulla clientela aumentando i prezzi degli skipass, ma in questo modo restringendo ancora di più la platea di clienti (non sono tutti benestanti, gli sciatori!) e così alimentando e aggravando il circolo vizioso sopra descritto.

Morale della storia: lo sci si sta infilando da solo, e suo malgrado, in un cul-de-sac che potrebbe risultargli letale anche più della crisi climatica, e dal quale non lo salverà certo il turismo del lusso al quale sempre di più l’industria sciistica vorrebbe puntare, ma che è appannaggio di poche, rinomate e strutturate località.

La conseguenza inevitabile della storia e della morale suddette? Eccola qui sotto:

«Tanti sciatori hanno imparato a fare a meno degli impianti di risalita». Già.

Insomma: se gli impiantisti proclamano a ogni occasione a loro utile che la montagna «non può fare a meno dello sci», le persone continuano a frequentare la montagna ma abbandonano sempre di più lo sci. Dunque, a breve forse la situazione si ribalterà e sarà la montagna a “proclamare” di poter fare a meno dello sci. Inesorabilmente, ribadisco, nel bene e nel male.

P.S.: già qualche settimana fa a questo tema ho dedicato un articolo con altri dati emblematici, lo trovate qui.

Il frate, il cecchino e Giovanni Peretti

Se il Genius Loci dell’alta Valtellina e, in particolar modo, della Magnifica Terra di Bormio avesse un portavoce ufficiale, questi facilmente sarebbe Giovanni Peretti. Nato a Bormio, geologo, per quasi quarant’anni è stato Direttore del Centro Nivometeorologico di ARPA Lombardia che ha sede proprio nella cittadina retica, ha diretto per vent’anni la rivista “Neve e Valanghe” di AINEVA, ha fatto parte per quindici anni della CISA-IKAR, è stato Presidente del CAI di Bormio, membro del Soccorso Alpino, socio del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna nonché – last but absolutely not leastgrandissimo conoscitore e mirabile divulgatore della storia (in particolar modo quella del primo conflitto mondiale), della geografia, della natura e dei paesaggi naturali delle sue montagne, doti che si sono manifestate in innumerevoli pubblicazioni editoriali e iconografiche (e sono assai fiero di poter dire di averne alcune, nella biblioteca di casa).

Insomma, ora capirete bene perché in principio di questo post ho definito Peretti così prossimo al Genius Loci bormino e altovaltellinese, al quale dal 2021 “dà voce” anche in forma di romanzi, opere letterarie dalla forma di fantasia ma dalla sostanza profondamente radicata nella realtà storica del territorio e dei paesaggi delle montagne valtellinesi. Il più recente dei suoi romanzi è Il frate e il cecchino, pubblicato come i precedenti da Alpinia Editrice (di Bormio, ça va sans dire!): Peretti lo presenterà domani sera, come vedete qui sopra, e, posto quanto avete letto, se siete di o in zona vi invito calorosamente a partecipare. Perché sarà una cosa mirabile a cui assistere, come lo è sempre con Peretti tra le sue montagne, per conoscere un gran bel libro da leggere, ve lo assicuro.

Sabato prossimo a Pontida, un prestigioso volume per andare “Oltre il Giuramento”

Sabato prossimo 7 dicembre, a Pontida, nell’Auditorium del celebre Monastero locale, si terrà la presentazione di OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, il nuovo volume della collana “Oltre” curata da Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni dedicato al comune della Val San Martino e al suo peculiare territorio. Come nel precedente volume (Oltre il Confine) dedicato all’intera valle posta tra la bergamasca, il lecchese e la Brianza, anche in questa nuova opera, con i saggi degli altri prestigiosi autori, ce n’è uno a mia firma dal titolo significativo e, a modo suo, “programmatico”: Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci. È il resoconto, o se preferite il diario, di una deriva psicogeografica attraverso l’intero territorio di Pontida, accompagnato dalle narrazioni degli abitanti e della loro relazione con il luogo, alla ricerca della sua anima più autentica e identitaria che ho poi cercato di raccontare sulla base delle personali percezioni raccolte durante le numerose esplorazioni. Ne esce un resoconto multiforme, di matrice antropologica ma dallo spirito geopoetico, che unisce il paesaggio esteriore e i paesaggi interiori in un’unica visuale profonda che, mi auguro, racconta il luogo-Pontida in un modo insolito, differente e particolare.

Ma, lo ribadisco, il mio testo ha il privilegio di essere tra quelli oltre modo prestigiosi e affascinanti di altri notevoli autori: Gian Luca Baio, Alberto Bianchi, Fabio Bonaiti, Pierluigi Donadoni, Augusto Fumagalli, Valerio Gelmi, Vito Intini, Sara Invernizzi, William Limonta, Marco Macconi, Alberto Mauri, Matteo Nicodemo, Stefano Perico, Claudio Prandi, Tosca Rossi, e Alessia Scaglia. Tutti insieme invitiamo innanzi tutto il lettore ad andare oltre ad almeno tre stereotipi che, di fatto, hanno caratterizzato il panorama editoriale dedicato a Pontida negli ultimi trent’anni: le vicende legate al Monastero benedettino fondato nel 1076, quelle legate al tradizionale Giuramento del 7 aprile 1167 tramandatoci dalla storiografia e quelle che fanno di Pontida un centro rinomato per le vicissitudini politiche risorgimentali, e contemporanee, ispiratesi al mito della Lega Lombarda.

Quindi lo accompagniamo con una serie di “racconti” aventi come protagonista una Pontida diversa dalle aspettative, frutto di nuove ricerche e studi: andando oltre il Giuramento, appunto, emergono i cognomi e le vicende storiche delle famiglie pontidesi, uno sconosciuto musicista dell’Ottocento, il fenomeno migratorio verso le Americhe, le trame murarie e vegetali che delineano il paesaggio, l’eco di borghi rurali ormai perduti, la costruzione di una scuola che si avvia a compiere cent’anni, il singolare rapporto fra gli abitanti e il Monastero, le potenzialità turistiche del territorio, il “mio” Genius Loci delineato dalle psicogeografie del paese e molto altro.

[Uno scorcio di Pontida dai boschi prospicienti il centro abitato, còlto durante una delle mie derive psicogeografiche lo scorso marzo 2024.]
Sullo sfondo, trasversale a tutte le narrazioni ed esplorato sia a livello storico tramite lo studio delle fonti storico-catastali ottocentesche sia in chiave odierna attraverso la voce degli attuali interpreti, emerge poi l’importante tema della viticoltura e della produzione del vino, attività agricola che affonda le proprie radici nel Medioevo pontidese, attraversa i secoli e giunge sino a noi grazie all’attività di sapienti viticoltori e cantine che ancora oggi ne conservano la tradizione trasformandola in fattore di sviluppo culturale ed economico.

Il volume, che è di valore notevolissimo e non lo dico affatto perché ci sono dentro pure io – se e quando lo avrete tra le mani ve ne renderete conto subito – contiene 568 pagine, 6 presentazioni, 13 saggi tematici e 6 contributi di appendice. Il tutto, interamente tradotto in inglese, impreziosito di immagini inedite e nel segno dell’alta divulgazione o, meglio, di una divulgazione “oltre”, per raccontare suggestioni al lettore e, una volta chiuso e riposto il libro, invitarlo a visitare Pontida di persona e non da meri turisti ma da viaggiatori autenticamente consapevoli in grado di conoscere veramente il luogo, fuori e dentro la sua anima peculiare.

Dunque, l’appuntamento che vi propongo è per sabato a Pontida, con il caloroso invito a partecipare alla presentazione: Oltre il Giuramento lo merita assolutamente e ciò non vale solo per chi è del posto. Anzi: il valore divulgativo, letterario e editoriale del volume anche stavolta veramente va “oltre” e si fa viepiù assoluto, ve lo assicuro.

P.S.: per qualsiasi ulteriore informazione al riguardo: oltreilgiuramento@valsanmartino.ithttp://www.valsanmartino.it

Serve una “diplomazia animale”

[Foto di steve fehlberg da Pixabay]

L’attitudine a coesistere non è una pia illusione né una concordia naturale: non implica che ci si lasci mangiare senza difendersi. Esige tutta la nostra intelligenza per comporre degli habitat condivisi e mettere in campo dei comportamenti diplomatici atti a minimizzare ogni rischio per gli esseri umani – minimizzarlo senza dover sfociare nell’eliminazione generalizzata degli altri con la presunzione di pacificare la Terra.
I grandi predatori sono per larga parte della loro vita degli animali territoriali. La territorialità è stata inventata dall’evoluzione come dispositivo di pacificazione tra gli esseri viventi, molto più antico delle leggi e delle convenzioni umane. La ferocia senza freni di questi animali è un mito dei moderni: possono essere feroci ma possono anche cercare la diminuzione dei conflitti e dell’aggressività, ancor di più se, muniti della nostra particolare intelligenza di diplomatici animali, mettiamo in campo delle condizioni che permettano la coabitazione e che lascino loro spazio.

[Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo 2020, pagg.78-79. Trovate la mia recensione al libro – che dovete leggere assolutamente – qui. Nota bene: la citazione sopra riprodotta fa il paio con quest’altra.]

Da studioso e appassionato delle montagne a 360 gradi, passo volentieri oltre le ennesime polemiche che si scateneranno a seguito della direttiva europea che ha declassato lo status del lupo da “specie strettamente protetta” a “specie protetta”. Sia chiaro: il dibattito al riguardo è importante (fino a che non si polarizza e le parti non s’arroccano su posizioni francamente insensate quando non ridicole) e la mia opinione al riguardo ce l’ho chiara, ma sono ben conscio che il nocciolo della questione sta molto più a monte, nella relazione che la nostra civiltà ha elaborato nei secoli con il mondo animale, naturale e in generale non antropizzato. Una questione del tutto irrisolta e che al momento non mi pare risolvibile in alcun modo, posto lo stato delle cose e ancor più l’approccio culturale generale utilizzato al riguardo: lo spiegai già tempo fa in questa chiacchierata con l’amico Tiziano Fratus.

Occorre un approccio differente, molto meno superficiale e molto più relazionato al senso della nostra presenza nel mondo nonché al suo portato: qualcosa che, essendo noi Sapiens, dovremmo saper cogliere ed elaborare di default, invece non pare che ciò accada. Un approccio differente e di grande forza è quello che elabora Baptiste Morizot, il quale guarda caso di mestiere fa il filosofo, uno abituato a spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza attraverso la logica (siamo Sapiens, ribadisco) piuttosto di altre “doti” molto più superficiali che invece oggi vanno molto di moda. Anche la sua proposta di una “diplomazia animale” dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale: siamo la razza più intelligente e avanzata del pianeta ma restiamo animali, e il valore della nostra dominanza sul pianeta dovrebbe essere dato dalla capacità di viverlo diplomaticamente rispetto alle altre creature che lo abitano con noi, non dalla capacità di poterle assoggettare e facilmente eliminare perché ritenute di “status” inferiore al nostro e d’intralcio alla nostra conquista assoluta del mondo.

Be’, fino ad oggi, nell’epoca moderna e ancor più in quella contemporanea, non mi sembra proprio che l’umanità sia riuscita in ciò. Domani chissà: la speranza è l’ultima a morire, dice il noto proverbio, ma speriamo che prima non debbano morire troppe altre creature viventi – Sapiens inclusi, inevitabilmente.