L’Italia è tutta un monte (ma la politica non lo sa)

Di frequente, quando ci si ritrova a discutere delle problematiche delle montagne italiane, tocca constatare la scarsa attenzione ormai cronica della politica verso i territori montani, considerati da troppo tempo mere “aree marginali”, fatti oggetto di interventi di natura emergenziale ovvero decontestuale e comunque verso i quali non vengono dedicate autentiche progettualità di sviluppo strutturate nel tempo che sappiano valorizzare le loro infinite potenzialità in termini economici, sociali, culturali, ambientali. Parimenti si denota come nei decenni la gestione politica (nel senso virtuoso del termine) dei territori montani sia stata via via tolta alle comunità residenti per essere accentrata nei luoghi del potere politico-istituzionale, spesso idealmente “lontani” dai monti e pressoché ignari delle loro realtà, delle necessità, dei bisogni, delle opportunità e dei rischi lassù presenti.

Eppure basta guardare un’ordinaria carta geografica dell’Italia per comprendere che le terre emerse del paese sono quasi del tutto “montagna”, che inizia ovunque appena oltre i litorali e resta ben presente anche nelle principali zone pianeggianti – la Pianura Padana non è altro che una valle fluviale particolarmente ampia tra due catene montuose, in fondo. Addirittura, basta un buon teleobiettivo per considerare che pure Roma, la capitale politica del paese che spesso viene additata come il simbolo massimo della centralizzazione del potere a scapito delle comunità locali, è una città coi monti poco distanti e ben visibili dietro i suoi monumenti: lo dimostra bene la sublime immagine sopra pubblicata (presa da qui) di Stefano Ardito, figura di primaria importanza della cultura di montagna italiana, nella quale dietro la Torre delle Milizie, l’Altare della Patria e Santa Maria in Aracoeli si vedono perfettamente le vette del massiccio del Sirente-Velino (distanti circa 81 km in linea d’aria dal Gianicolo, misurati su Google Earth). E questo proprio perché le montagne in Italia sono ovunque e vicine a ogni cosa: probabilmente in nessun punto del paese si può scattare un’immagine fotografica nella quale una qualche sommità montuosa non sia visibile, ovvero nella quale non sia presente e dunque rilevabile, valutabile, considerabile la realtà delle montagne italiane con tutto ciò che la compone – e che ne deriva in termini di governo e gestione, appunto. Restarne “lontani”, dunque, non è solo un atto di trascuratezza politica ma pure di dissennatezza civica che uno stato il quale si consideri “progredito” non può permettersi in nessun modo.

Anche per tali motivi la scarsa attenzione della politica istituzionale italiana nei confronti dei territori di montagna è assolutamente deprecabile, e lo diventa in modo sempre maggiore con il passare del tempo e con l’acuirsi di molte delle problematiche di cui la montagna italiana soffre – problemi che tali risultano spesso proprio perché mal gestiti o trascurati da decenni, di frequente per lasciare spazio a interventi del tutto fuori contesto, irrazionali e degradanti. Possiamo sperare che questa situazione cambi, d’ora in poi? Be’, dal mio punto di vista dobbiamo sperarlo, anzi, dobbiamo pretenderlo: perché come ha scritto di recente Luca Calzolari in questo articolo, se la montagna soffre soffriamo tutti. Anche se non soprattutto in città, già.

Una legge sulla montagna? Sicuri?

L’ho sentita ieri, nelle news di qualche radio mentre ero in auto, la notizia riguardante le dichiarazioni di tal ministro per gli affari regionali e le autonomie (?) del governo italiano in carica, il quale (citato ad esempio in questo articolo) ha detto che

L’appuntamento per la Giornata internazionale della Montagna ci ha fornito l’occasione per ribadire un concetto fondamentale: l’impegno per questi territori deve tradursi in interventi strutturali e perfettamente su misura, visto che la montagna è un contesto ricco di opportunità e non una zona di marginalità. Da parte mia ribadisco l’impegno a presentare una legge sulla montagna che sia di iniziativa governativa, con l’obiettivo di garantire un iter parlamentare che possa giungere a positiva conclusione.

Ah, ma guarda, la famosa e fantasmatica “legge sulla montagna” della quale si sente parlare da tempo senza vedere nulla di concreto! Che sia la volta buona? – mi chiedo. Che sul serio si mettano in atto interventi strutturali e non incidentalmente raffazzonati «nell’ottica di favorire lo sviluppo sostenibile di questi territori»?

Approfondisco e leggo:

Abbiamo inoltre deciso di mettere in campo interventi concreti nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano, attraverso diverse iniziative. Stiamo lavorando per erogare rapidamente la quota parte statale di 15 milioni di euro del FONSMIT, con l’obiettivo di garantire 11 milioni per il sostegno in questo momento complicato agli impianti di risalita con innevamento artificiale e contemporaneamente investire 4 milioni nell’imprenditoria femminile a supporto di start-up innovative di quelle donne che muovono la montagna.

Ah, ecco. Mi sembrava strano.

Undici milioni di Euro per l’innevamento artificiale sono un intervento concreto nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano? E lo è anche prevedere una cifra quasi tre volte inferiore per sviluppare forme di economia femminile di montagna, un contentino (4 milioni sono il nulla per gli scopi annunciati) evidentemente obbligato dal tema della Giornata Internazionale della Montagna di quest’anno dedicato alle donne di montagna?

Questo non è solo analfabetismo funzional-istituzionale incrollabile come potrebbe essere il caso di chi a tali personaggi dà fiducia. In verità queste figure politiche capiscono benissimo cosa stanno facendo, e sanno perfettamente che la montagna non la stanno aiutando ma la stanno degradando, svilendo, distruggendo per ricavarne tornaconti per se stessi e per i loro sodali. E di tutto ciò ne vanno profondamente fieri.

Già. Poi certo, si dice sempre che “la speranza è l’ultima a morire” ma mi pare che, in questo contesto, si stiano già montando i paramenti per celebrarne il funerale. Piuttosto, chiunque ormai sa di non poter più dare fiducia ai suddetti personaggi (e fortunatamente il numero di quelli che non credono più ai loro ipocriti slogan aumenta sempre di più), che continui a promuovere, sostenere e lavorare per il bene autentico e il miglior futuro delle nostre montagne restandone ben distanti!

La politica paternalista, o menefreghista

[Foto di Pasja1000 da Pixabay.]

Capita sovente che durante gli incontri pubblici siano presenti dirigenti, funzionari, decisori che hanno importanti responsabilità sul governo delle aree interne e montane. Tu parli, e loro ti guardano con un sorrisino tra l’ironico, il compassionevole e il paternalista. Finito l’evento vengono da te e ti dicono (non lo farebbero mai pubblicamente): «Ma mi spieghi che problema c’è con la chiusura delle banche nei paesi? Oramai c’è l’E-banking. E con i negozi? Guarda che oramai i corrieri arrivano in qualunque posto sperduto. E poi comunque ci sono i centri commerciali di fondovalle. E vedrai che tra pochi anni, con i droni che porteranno le merci, e presto anche le persone, il problema della marginalità della montagna sarà storicamente risolto».
Tutte cose vere, importanti. E siamo sempre stati per il progresso. Ma questi discorsi mi ricordano i nostri genitori quando da adolescenti andavamo chessò a Berlino, tornavamo, e loro dicevano: «Hai mangiato? Hai dormito bene? Sei andato di corpo regolare?». E tu ti incavolavi, perché a te si era aperto un mondo e tuo padre si informava dell’intestino. Insomma, non si vive di solo pane. E abbiamo un enorme problema rispetto a classi dirigenti cresciute negli ultimi 30 anni che pensano che per gestire il mondo sia sufficiente adottare i crismi del paradigma tecnico-soluzionista, e tutto si risolverà naturalmente e automaticamente. Avranno deleghe su questi territori, ma li vivono con le lenti del tecnico-turista, e hanno una visione tardofunzionalista delle persone che alla fine viene a coincidere con la figura del consumatore. La pandemia insomma non ha insegnato nulla. Viviamo in una società che non riesce nemmeno più a riprodurre materialmente il proprio corpo sociale, ma certo prima o poi troveremo una app anche per questo. Per tutte queste ragioni supportiamo a spada tratta le comunità (di restanti e arrivanti, poco importa) che si pongono come primo tema la costruzione di (nuove) forme di società, di economie, di culture. Comunità consapevoli, progettanti, che costruiscono reti, e a cui forse l’arrivo del corriere e del drone non è sufficiente.

Faccio pienamente mie queste riflessioni di Antonio De Rossi, scritte sulla sua pagina Facebook lo scorso 14 agosto, perché descrivono le stesse sensazioni che anch’io ho provato molte delle volte nelle quali ho potuto e dovuto interloquire con i rappresentanti delle istituzioni politiche e di governo dei territori locali presentando e proponendo iniziative varie a carattere culturale. Atteggiamenti di dogmatica superiorità ovvero di malcelato disinteresse, di ma-che-ne-sai-tu-e-tanto-ho-ragione-io, di sostanziale incapacità di comprendere ciò che si propone dietro la quale, forse, c’è la volontà precisa di non ascoltare nulla che non sia consenso e adesione. Tutto ciò spesso (cioè non sempre, sia chiaro) ben velato da cortesia, affettazione, strette di mano e pacche sulle spalle, da garanzie di considerazione di quanto si è proposto, da apprezzamenti espressi unicamente per allontanare l’interlocutore prima possibile e far che non rompa più le scatole. E a volte, magari, alla fine la promessa di risentirci «più avanti»: già, nell’anno 2500 o giù di lì, forse.

Dice bene De Rossi: è un problema di classi dirigenti e, aggiungo io, lo è dal punto di vista culturale prima che politico. In altri termini, è la conseguenza di un scollamento tra realtà territoriali e relativi apparati gestionali che non solo, da quando ha preso a manifestarsi, non si è mai cercato di rinsaldare ma, anzi, si è reso funzionale alla coltivazione di certi meccanismi di potere su base locale che hanno inevitabilmente peggiorato la situazione, facendo di ogni potenziale ambito di intervento una altrettanto potenziale occasione di tornaconto personale, con dall’altra parte un sostanziale disinteresse verso le esigenze, i bisogni e gli interessi collettivi dei territori amministrati e delle loro comunità. Una situazione che, rapidamente, si è degradata in circolo vizioso autoalimentato e sempre più arroccato nei propri indiscutibili recinti ideologici, che per tale motivo è destinata a rovinarsi e infine a implodere ma che, temo, ben difficilmente chi ne è promotore la cambierà. Perché se tu avvisi qualcuno che sta andando a schiantarsi contro un muro ma quello continua invariabilmente a dire che no, non è un muro ma un morbido cuscino, be’, c’è ben poco da fare.

La stagione migliore per il Monte di Brianza

P.S. – Pre Scriptum: la recente “ospitata” presso il CAI di Calco per la presentazione della guida DOL dei Tre Signori mi ha riportato alla mente l’articolo che potete leggere di seguito e dedicato alla montagna di casa per gli amici calchesi e per chi abita le zone limitrofe, ovvero il Monte di Brianza. Un “piccolo” massiccio prealpino che sa regalare grandi sorprese, la cui scarsa elevazione altitudinale è inversamente proporzionale all’ampiezza di vedute panoramiche e di possibilità escursionistiche per le quali peraltro sono proprio i mesi invernali il periodo migliore, quando altre mete più prettamente montane sono irraggiungibili mentre qui il fascino intrigante dell’inverno prealpino si manifesta in tutta la sua suggestività. Ve lo ripropongo, dunque, insieme all’invito a conoscere e esplorare il Monte di Brianza: la sua bellezza e le peculiarità che offre vi sorprenderanno, ne sono certo.
Buona lettura.

Il fascino discreto (e un po’ magico) del Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza dalla sommità del Monte Tesoro. Foto di © Alessia Scaglia; cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Monte di Brianza è uno dei quei luoghi per diverse “ragioni” (tutte assolutamente opinabili) troppo poco considerati e apprezzati. Vuoi perché troppo “facile” da raggiungere, così a ridosso della Brianza (come suggerisce il toponimo) e del milanese, vuoi perché monte dalle fattezze di tozza collinona boscosa priva delle più suggestive asperità tipiche della montagna “vera”, vuoi perché troppo bassa al cospetto dei monti vicini, ben più elevati e rinomati al confronto dei quali sembra appiattirsi intimorito. Be’, tutte cose oggettive ma fuorvianti, perché il Monte di Brianza è invece un luogo assolutamente affascinante e ricchissimo di numerosi piccoli e grandi tesori, un lembo di rigogliosa Natura inopinatamente poco contaminato e antropizzato a pochi km dall’ultracementificata (e inquinata) Brianza e dalla grande Milano, che veramente sembra galleggiare tra i troppi e disordinati segni dell’uomo in questo territorio come un’isola magica, misteriosa e attraente (si veda l’immagine notturna nella galleria fotografica qui sotto e la macchia scura del monte tra le mille luci dei paesi e delle città d’intorno, per cogliere una tale percezione), nella quale il vagare – tra i suoi boschi lungo sentieri e mulattiere secolari che raggiungono luoghi di delicata e antica bellezza – (ri)genera sensazioni piacevolissime, tanto imprevedibili quanto intense.

Ci si sente sospesi, sul San Genesio (altro toponimo del monte, dal nome di una delle sommità principali) in una sorta di piega dello spaziotempo, nella quale certamente giungono i rumori e le visioni della pianura ma sono come filtrati dai “bordi” della sfera ambientale che circonda la montagna e la separa, in modo geograficamente indistinto ma paesaggisticamente netto, dal resto del mondo d’intorno. Ci si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria da impianti industriali e strade estremamente trafficate ma da essi ci si sente ben più lontani: forse proprio grazie al vivido e inatteso piacere di ritrovarsi in un’isola di virente quiete così bella e – per molti, ribadisco – inaspettata, che risintonizza i sensi su armonie diverse, fuori dall’ordinario.

Volendo lasciar libera la mente di vagare nei reami della fantasia, verrebbe da pensare che, muovendosi sul placido crinale del Monte di Brianza – che ha orientamento Nord-Sud, più o meno – lungo il sentiero che lo percorre interamente, ci si potrebbe credere in cammino lungo la schiena del Genius Loci del monte, il cui corpo si manifesti nelle fattezze di un ciclope addormentato a pancia in giù, appunto, la testa nascosta sotto il Monte Barro (l’altura adiacente a settentrione) e le gambe che affondano nelle pianure a Sud, verso le colline del Curone; un gigante placidamente a riposo ma assolutamente vivo, vibrante di energia e vitalità al punto da poterla percepire, camminandoci sopra, e sentirla come una forza naturale preziosa e benefica, di quelle che certi luoghi speciali sanno emanare consentendo a chi vi si trova di stare bene lì, di sentirsi ben accolti e compiaciuti di starci. E, a ben vedere, quanto vi ho appena raccontato può essere considerato un volo della fantasia solo nella sua forma metaforica dacché, al di là delle mere suggestioni “letterarie”, veramente il Monte di Brianza – o il suo Genius Loci – emana una propria vitalità peculiare: tenue, delicata, eterea più che altrove, in territori montani maggiormente scenografici (per l’immaginario comune), eppure nitida, a suo modo definita, che si può cogliere con un minimo di sensibilità in più rispetto all’ordinario.

Comunque, anche chi invece volesse far vincere la fantasia sulla razionalità e da essa lasciarsi piacevolmente irretire, sul San Genesio può farlo “a ragione”, viste le numerose leggende che sul monte si possono trovare, e che la fotografa Maria Cristina Brambilla ha raccontato sul numero di novembre 2020 della rivista “Orobie” e in questo suggestivo video:

Insomma: se non l’avete mai fatto prima, o non ancora con la più consona e sensibile attenzione, esploratelo, il Monte di Brianza. Per farlo in modo ben consapevole, potete consultare il sito web dell’Associazione Monte di Brianza (dal quale ho tratto anche le fotografie qui presenti), dove trovate ogni informazione utile al riguardo e molte altre suggestioni altrettanto utili e intriganti.

P.S. – Post Scriptum: sul Monte di Brianza ho scritto anche qui.

 

Neve senza badare a spese

[Immagine tratta da questo articolo di Meteobook.it.]

Non possiamo fare energy management, se ci sono le condizioni di vento, temperatura e umidità diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese: se si salta una serata ideale, poi si corre il rischio di dover aspettare una settimana e la preparazione delle piste richiede tempo. Abbiamo già provato quanto significa restare chiusi e non possiamo fermarci, altrimenti si blocca un’intera filiera.

Queste parole di Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF) raccolte in questo articolo de “Il Dolomiti”, trovo che siano profondamente emblematiche riguardo la forma mentis imprenditoriale, ma pure culturale, che sta alla base dell’industria dello sci su pista contemporanea, ovvero del suo stato di sostanziale alienazione rispetto alla realtà dei fatti montani in essere e in divenire.

«Diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese […] non possiamo fermarci.» Dunque, in parole povere: chi se ne importa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della salvaguardia dell’ambiente naturale e delle sue risorse, dei costi energetici e di gestione dei comprensori e quindi dei prezzi degli skipass sempre più alti che riducono le presenze sulle piste… lo sci non si ferma e non bada a spese!

Tanto, aggiungo io, poi ci pensano le casse pubbliche cioè lo Stato con i nostri soldi a coprire i loro buchi di bilancio, così come ci penseranno i nostri torrenti ad alimentare i loro cannoni per la neve artificiale. Avremo meno servizi di base, nei paesi di montagna, meno ambulatori medici e meno acqua per campi e animali, ma che sarà mai a fronte di piste sempre ben innevate (se non farà troppo caldo)? Loro sì che non badano a spese, già, tanto chi ne farà le spese saranno le montagne e i loro abitanti.

Ecco: vi rendete conto a quale parossistico stato di disconnessione dalla realtà sia ormai giunto lo sci su pista?

Poi, certamente, l’idea espressa dalla presidente Anef la capisco, se la constato dal loro punto di vista, e posso pure comprendere il tentativo goffamente disperato di preservare la propria realtà da un cambiamento che loro stessi sanno essere (a meno che siano realmente degli squilibrati, ma non credo) pressoché inevitabile. D’altro canto quell’idea della presidente Anef mi sembra la stessa idea sostenuta e difesa dagli ufficiali del Titanic i quali, quando la nave imbarcando sempre più acqua dalle falle nello scafo stava inclinandosi sul fianco in modo ormai irreversibile, continuavano a ripetersi che «la nave è inaffondabile, dunque non ci fermiamo, andiamo avanti!»

Be’, come sia andata a finire con l’inaffondabile Titanic lo sapete tutti.