Un “ticket” che fa di un paese un “borgo”

[Foto di Emibuzz, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La recente introduzione di un biglietto d’ingresso (di 3 Euro) per visitare Corenno Plinio, meravigliosa località dalla lunga e affascinante storia sulle rive del Lago di Como, sinceramente mi lascia alquanto perplesso. I promotori dell’iniziativa – ovvero le amministrazioni pubbliche locali con il supporto di quelle regionali – sostengono che il denaro ottenuto dovrà servire per la manutenzione della località, piccola ma ricca di emergenze storiche e artistiche (a partire dal fascinoso Castello Andreani), a conseguente vantaggio del suo sviluppo turistico, il che parrebbe una motivazione comprensibile per l’introduzione del “pedaggio”. Tuttavia, è notizia delle ultime ore che la stessa Soprintendenza ai Beni Culturali pare lo abbia bocciato adducendo il fatto che «non rispetta le norme del Codice dei Beni Culturali», ovvero che «il regolamento non può considerarsi redatto secondo l’art. 103 del Codice dei Beni Culturali, in quanto il borgo di Corenno, secondo quanto definito dallo stesso Codice dei Beni Culturali, non può essere considerato “luogo pubblico della cultura” né “complesso monumentale”, e non vi è stata alcuna intesa col Ministero della Cultura.»

Ora, al di là delle conseguenti, immancabili beghe politiche che ne stanno scaturendo, trovo che far pagare un “pedaggio” per la visita di un luogo pubblico per giunta ordinariamente abitato – quantunque lo si definisca «museo a cielo aperto» ma in modo piuttosto superficiale nonché culturalmente discutibile, dal momento che una località abitata, pur pregevole, non può certo essere definita “museo” – sia un metodo parecchio arbitrario e per questo inevitabilmente controverso e controvertibile, il quale interpreta in modo fin troppo funzionale sia la pratica di tutela del patrimonio artistico e storico pubblico sia il concetto di place experience elaborato dalla sociologia del turismo contemporanea, ovvero un porre il luogo al centro delle strategie turistiche non per sostenerne i bisogni fondamentali e di conseguenza la vitalità sociale e civica (cioè quanto fa della località un luogo, un soggetto vivo e non un mero oggetto fruibile) quanto per sfruttarne troppo materialmente il richiamo turistico. Inoltre si crea un precedente che di sicuro è ben difficile da coniugare a realtà che pur possano sembrare apparentemente simili: il paragone con Civita di Bagnoregio è comprensibile ma piuttosto fuorviante e, in ogni caso, il pagamento del biglietto lì in vigore sta generando notevoli criticità culturali e di banalizzazione del luogo. D’altro canto ogni luogo fa a sé, possiede proprie caratteristiche e proprie esigenze anche dal punto di vista turistico: il pensare l’opposto è una delle grandi colpe imputabili al turismo di massa contemporaneo e a chi lo gestisce politicamente. È un precedente che genera il rischio effettivo per il quale ogni luogo che possa vantare anche minime attrattività spendibili in senso turistico finisca per pretendere un proprio “innegabile” pedaggio – seppur quanto sostenuto dalla Soprintendenza dovrebbe disinnescare tale rischio: ma siamo in Italia, paese nel quale ogni campanile suona le proprie campane come vuole pur quando vi siano norme specifiche al riguardo.

Un rischio invece ben concreto che ho già potuto riscontrare altrove, in circostanze assimilabili, è che alla base di iniziative come quella di Corenno Plinio si nasconda un sostanziale smarcamento degli enti pubblici di primo e secondo livello (province e comuni, in sostanza) sia “morale” che materiale, che si concretizza in una deresponsabilizzazione verso il luogo e le sue esigenze totalmente poste a carico degli enti locali, in primis i comuni, all’apparenza resi economicamente in grado di sostenersi in modo autonomo. Ciò consentirebbe ai soggetti pubblici superiori di risparmiare sui finanziamenti da destinare al luogo adducendo al riguardo una buona scusa (peraltro in un panorama generale di tagli dei contributi statali al settore culturale ormai “storicizzato”). D’altro canto, l’eventuale elargizione di finanziamenti pubblici a località e comuni dotati di queste entrate “turistiche” creerebbe una palese disparità nei confronti di altri comuni che ne sono privi, peraltro sia da una parte che dall’altra: il comune che ha il ticket può e deve ottenere meno soldi pubblici di chi non lo ha? E come si può quantificare una proporzione che sia equa e determinata, se per sua natura l’introito dei ticket è di misura variabile?

Insomma: pagare un pedaggio per accedere ad un luogo pubblico le cui valenze culturali pur significative risultano accessorie alla principale funzione residenziale (sia essa soddisfatta anche solo da pochi abitanti) mi sembra realmente una forzatura sotto molteplici aspetti e un’imposizione le cui motivazioni a sostegno risultano ben più deboli delle effettive obiezioni e delle problematiche che si generano. Non voglio dire che sia un sistema da cassare tout court ma, senza alcun dubbio, così imposto e giustificato, appare culturalmente e civicamente forzato nonché potenzialmente nuocente l’immagine turistica del luogo, anziché risultare per essa attrattivo. Infine, temo che queste pratiche di autosostentamento finanziario messe in atto dai soggetti pubblici non siano altro che l’ennesima conseguenza dell’arretratezza dell’Italia in tema di stanziamenti a sostegno del settore culturale (vedi sopra), che il recente Art Bonus ha solo parzialmente mitigato e al quale si lega l’atavico scollamento nostrano tra mondo imprenditoriale e panorama culturale per il quale, da noi, è assai rara – e non viene nemmeno granché coltivata – una pratica filantropica a sostegno di beni di pregio della collettività da parte di soggetti privati, che invece in molti paesi esteri è una parte importante del sostentamento economico  e dell’attività degli enti culturali. A tal riguardo, un luogo come Corenno Plinio, autentico piccolo ma prezioso gioiello del Lario, forse meriterebbe un’attività più condivisa e coordinata di gestione e sviluppo della sua attrattiva culturale, e di rimando turistica, tra pubblico e privato, che sappia attivare pure un proficuo fundraising tra quei soggetti – i cosiddetti portatori d’interesse o stakeholders – che potrebbero essere coinvolti nel sostegno filantropico, ribadisco, delle emergenze storiche, architettoniche e artistiche del borgo, così come di tante altre località di pregio assimilabili di cui l’Italia è ricca – ma verso le quali fin troppo carente di cura.

In ogni caso, ticket o non ticket, di sicuro ciò che più conta è che Corenno Plinio – per citare la visione illuminante dell’antropologo Vito Tetinon venga trasformato in un mero “borgo” ma resti un paese vero, ovvero rimanga un luogo vivo e vissuto, non un «posto illusorio, un piccolo paradiso in cui vivere da turisti, con tutti i comfort, e poi tornare a casa» (cito sempre Teti) per di più “musealizzato” con tanto di biglietto d’ingresso: una tale eventualità non rappresenterebbe la valorizzazione della località ma la sua rovina. E credo che nessuno, a fronte di tanta bellezza, storia, paesaggio naturale e umano, cultura, voglia e vorrà correre un rischio così grande.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)

Mal comune, nessun gaudio

[Montagne delle Asturie, nel parco nazionale dei Picos de Europa. Foto di Guillermo Álvarez da Unsplash.]

In Spagna ci sono più di 1.800 centri abitati con un solo abitante registrato nel censimento. Sono gli ultimi abitanti della Spagna rurale, dove l’esodo e lo spopolamento continuano. Il 42% dei comuni spagnoli è a rischio di spopolamento, molto lontano dal 7% di Francia, Italia e Germania.
La Galizia e le Asturie sono in cima alla lista dei luoghi dove è più comune trovare villaggi con un solo vicino, ma possiamo anche trovare questi sopravvissuti nei Pirenei o nella cosiddetta Siberia andalusa. Chi vive dove non vive nessuno?
3.400 comuni spagnoli, il 42%, sono a rischio di spopolamento. Un abitante su quattro ha più di 64 anni, la maggior parte di loro sono uomini. In Francia, Italia e Germania questa percentuale è inferiore al 7%, secondo l’ultimo rapporto della Banca di Spagna.

È un estratto di questa notizia della RTVE, la radiotelevisione pubblica spagnola. Non so se quel 7% citato anche per la realtà italiana sia un dato certo, non conoscendo i criteri utilizzati per tale calcolo – ad esempio, a giudicare da questo recente articolo dell’agenzia “Adnkronos”, si potrebbe ritenere ben più alta, quella percentuale, per i comuni italiani – ma, al di là dei numeri, ciò che si evince è che certi fenomeni sociali, che se analizzati più attentamente diventano sociologici e antropologici ancor più che economici o politici, presentano una comunanza continentale piuttosto inquietante. E certamente non è che un tale mal comune possa generare alcun gaudio, né mezzo né quant’altro: sarebbe di contro interessante studiare il fenomeno anche da questo punto di vista continentale, perché il coma demografico delle aree rurali non può che provocare un altrettanto stato vieppiù comatoso dell’identità culturale europea più autentica e preziosa, quella che serva da base per costruire qualsiasi relazione con i luoghi di vita (e non solo con quelli ma soprattutto con). E forse, alla base della deprecabile debolezza della comune identità continentale che si riverbera poi sulla rilevanza geopolitica dell’Europa nel mondo di oggi, c’è anche il silenzio, la solitudine e l’abbandono crescente delle aree rurali e dei tanti piccoli borghi che davano – e darebbero tutt’oggi – loro vita.

Luci di Solidarietà

Sono assolutamente felice di potervi consigliare un evento veramente molto bello e importante che dopo due anni di forzata assenza torna sabato 9 aprile prossimo: Luci di Solidarietà, fiaccolata lungo uno spettacolare tratto della DOL – Dorsale Orobica Lecchese, in ricordo dell’alpinista bergamasco Mario Merelli e a sostegno del Kalika Family Hospital, struttura ospedaliera sorta in Nepal ad uso della popolazioni locali proprio grazie all’impegno di Merelli, del quale quest’anno si ricorda il decennale dalla tragica scomparsa. È anche un modo prezioso per concretizzare nei fatti quel famoso motteggio, «la montagna è scuola di vita», in forza del quale la solidarietà si manifesta come uno dei migliori e più compiuti insegnamenti da mettere in pratica.

Sono molto contento anche per l’amico Giuseppe Capoferri, anima e motore dell’evento nonché rinomato baritono, in quanto conosco bene l’impegno e l’entusiasmo da sempre posto nell’organizzazione della fiaccolata e nel portare avanti gli ideali di solidarietà che vi stanno alla base, e posso immaginare la gioia di ripartire dopo i due anni di assenza imposta dal Covid.

Sulla locandina in testa al post trovate tutte le informazioni utili per partecipare alla fiaccolata; qui sotto potete invece vedere il servizio dedicato all’evento da Unica TV.

Ecco perché diffido dei bandi pubblici a sostegno della cultura

La gestione poco trasparente ha creato molte polemiche e litigi.

Ne diffido nonostante lavoro molto su progetti e iniziative culturali, per la montagna e non solo e in particolar modo per la conoscenza di territori, borghi, luoghi dotati di peculiarità tanto particolari (questo, ad esempio) quanto poco note o apprezzate ma non solo per questi, già. Negli anni ho già accumulato parecchia esperienza in merito a questi bandi pubblici, alla loro “fumosità”, agli adempimenti burocratici intricati e sovente irrazionali che richiedono, ai criteri di assegnazione dei fondi, all’arbitrarietà di certi meccanismi che in tali bandi non dovrebbero esistere e invece spesso ne rappresentano i meccanismi principali – il bando a cui si riferisce l’articolo de “Il Post” che potete leggere cliccando lì sopra è solo l’ultimo degli esempi al riguardo.

Ben vengano, questi bandi, e ben felice per chi se li aggiudicherà ma, personalmente, salvo necessità ineluttabili, preferisco esplorare altre vie di sostegno economico ai progetti elaborati, probabilmente più esigue nella “sostanza” ma meno fumose, più certe, più consone a quei progetti e con maggiori possibilità di concretizzazione immediata e nel futuro, senza che venga meno la trasparenza delle iniziative, anzi, salvaguardando anch’essa maggiormente.

Dunque, a voi che parteciperete al bando in questione: tanti auguri! Che possiate avere successo e non grattacapi, malumori o irritazioni di sorta, ecco.