La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]

Un’immagine speciale per un luogo speciale

Crocus ai Piani di Artavaggio, Piani di Artavaggio (Lecco), 22 maggio 2009.

Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura tra i più quotati nel mondo della fotografia naturalistica – che ho la gran fortuna di conoscere, seguendone peraltro l’attività da decenni – sta partecipando al Concorso Fotografico a tema botanico bandito dall’Orto e Museo Botanico del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa, con una foto (quella lì sopra, sì) che offre una spettacolare veduta floreale dei Piani di Artavaggio, sulle montagne della Valsassina.
Ciò che determinerà le immagini vincitrici del concorso sarà il maggior numero di apprezzamenti (like e “cuoricini”) raccolti sulle pagine Facebook e Instagram dell’Orto Botanico entro le ore 10:00 del 7 maggio 2023. Un metodo di valutazione che trovo alquanto opinabile ma tant’è; in ogni caso potete trovare ulteriori informazioni sul Concorso sul sito web dell’Orto Botanico.

Tuttavia qui mi preme non solo invitarvi caldamente a votare l’immagine di Mauro Lanfranchi, nelle modalità suddette, quale forma di omaggio alla sua arte fotografica e al fondamentale lavoro culturale che con essa ha portato avanti nel tempo a favore delle montagne – lombarde soprattutto e lecchesi in particolare ma non solo – e del loro paesaggio, ma pure mettere in evidenza proprio grazie all’immagine fotografica in questione la grande bellezza dei Piani di Artavaggio e l’inestimabile patrimonio naturale che sanno offrire ai propri visitatori, generando il valore di un luogo più unico che raro il quale chiede solo di essere ammirato, compreso, amato in ciò che realmente è: una delle località più belle e speciali di questa regione montana. Pensare e pretendere di poter “valorizzare” un luogo del genere con infrastrutturazioni turistiche banalizzanti, come si vorrebbe fare, e non capire quali siano invece le reali potenzialità di Artavaggio e quanta bellezza vi sia lassù, che abbisogna solo di essere còlta e goduta – e semmai su ciò costruire e strutturare una frequentazione turistica capace di esaltare il luogo e di renderlo speciale come è – mi pare realmente desolante. Col rischio per giunta di degradare quelle sue peculiarità per lungo tempo e di generare un nuovo oblio come già accaduto in passato – cosa peraltro probabile in caso di interventi turistici di matrice meramente speculativa e privi alla base di un pensiero culturale e di una pari relazione con il luogo.

Insomma: votate l’immagine dei Piani di Artavaggio di Mauro Lanfranchi anche per rivendicare la salvaguardia di un luogo così speciale e della sua grande bellezza. È un gesto piccolo ma importante e altamente significativo.

La “montagna” che attrae o che respinge, su “L’Arena”

Ringrazio molto per la considerazione a me dedicata Emanuele Zanini del quotidiano veronese “L’Arena” che, nell’articolo di sabato 18 marzo al quale si riferisce l’immagine qui sopra (cliccateci sopra per leggerlo in originale), ha fatto il punto della situazione sulla questione del contestatissimo dj set al Rifugio Chierego, sul Monte Baldo, citando anche le mie osservazioni al riguardo già pubblicate da “Il Dolomiti” qualche giorno fa:

Riguardo la vicenda, lo stesso giornale veronese ha riportato le considerazioni di Alessandro Anderloni, regista, drammaturgo, direttore artistico del mirabile Film Festival della Lessinia e figura fondamentale per queste montagne (e non solo), il quale ha proposto che «Il Cai inviti i suoi soci, e sono tanti e sono quelli che camminano, a non mettere più piede nei rifugi che organizzano queste baldorie». Poste le parole del gestore del rifugio Chierego per il quale invece l’evento aveva lo scopo di portare i giovani in montagna, mi chiedo: ma se pure il gestore avesse ragione, sostenendo peraltro una motivazione che viene sempre formulata per giustificare situazioni del genere, di contro quante persone non si recheranno più al Chierego per gli stessi motivi e a prescindere dall’“invito” di Anderloni al riguardo?

Spesso queste vicende si tende a osservarle solo da un punto di vista e non da quello opposto, quando invece la visione d’insieme sarebbe, se non doverosa, quanto meno auspicabile. C’è da augurarsi che i gestori del rifugio Chierego l’abbiano formulata, quella visione d’insieme: sa l’hanno fatto, significa che hanno in mente un’idea di “montagna” diversa da quella che molti vorrebbero frequentare; se non l’hanno fatto, spero che possano manifestare una maggior sensibilità verso la montagna stessa sulla quale svolgo il loro lavoro di rifugisti, al quale va comunque il mio più assoluto rispetto.

C’è rifugio e rifugio, in montagna

(P.S. – Pre Scriptum: questo post riproduce il testo dell’articolo pubblicato su “Il Dolomiti” lo scorso 15 marzo. Dunque chi se lo fosse perso lo ritrova qui, ora.)

[Il Rifugio Nuvolau, il primo sorto sulle Dolomiti ampezzane.]

I rifugi sono degli edifici che non assomigliano a nessun altro tipo di casa. Le abitazioni sono abitazioni proprio perché sono abitate, ma i rifugi restano rifugi anche senza ospiti, anzi sono rifugi proprio in quanto spesso disabitati, ma pur sempre abitabili. Una casa senza abitanti trasgredisce la sua natura, ma un rifugio senza gente rispetta in pieno il suo significato e il suo compito. I rifugi sono dunque indifferenti alla gente, proprio come le montagne: erano lassù prima di noi, saranno lassù dopo di noi e senza di noi. Questa è la loro natura. Ed è forse per questo che sembra non abbiano età e appaiono sempre affascinanti e un po’ misteriosi, soprattutto quando sono chiusi: è perché sono una via di mezzo tra una casa e una montagna.

[Giovanni CenacchiDolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pag.40. La mia “recensione” dei libro è qui.]

A leggere l’articolo qui sotto riprodotto (uno dei numerosi al riguardo; cliccateci sopra per leggerlo) e la notizia che riporta, della quale tra frequentatori dei monti in questi giorni si dibatte molto, mi è tornato in mente il bellissimo brano di Cenacchi che vi ho voluto proporre lì sopra.

Ciò che è stato fatto al Rifugio Chierego (un evento in sé certamente bello e divertente) può essere legittimo, se osservato dal punto di vista dei gestori i quali sono liberi, salvo obblighi superiori, di condurre come vogliono la loro struttura. Si può certamente credere anche alla loro buona fede, quando sostengono che l’evento «aveva l’intento di includere i giovani e fargli conoscere la montagna e il nostro territorio». Ma – ennesima domanda spontanea – come si può far conoscere e apprezzare la montagna riproponendo in quota modelli prettamente metropolitani e del tutto decontestuali all’ambiente montano e alle peculiarità che lo rendono differente, appunto, dalla città? Veramente i «giovani che si sono recati con le proprie gambe presso il Rifugio senza l’uso di mezzi di trasporto» ci sono saliti per conoscere la montagna e il territorio circostante standovi come fossero in un music club cittadino o di qualsivoglia località adibita al turismo ricreativo di massa? Ma allora che ci sono andati a fare così tanto sforzo e fatica, fin lassù? Forse per fare la stessa cosa che avrebbero potuto fare nelle proprie città ma col gusto dell’“esotico” (in perfetto social media mood) offerto dai quasi duemila metri di quota, mi viene da temere. E, nel caso, questo sarebbe il «pieno rispetto della montagna»? Non si capisce proprio a cosa servano a questo punto le montagne e ogni altro territorio naturale non antropizzato, se vengono trasformati (pervicacemente) in piazze cittadine affollate e rumorose ma, unica differenza, in alta quota!

Ma ecco che, si legge nell’articolo, il gestore del rifugio Chierego, nella lettera con la quale cerca di giustificare la propria condotta inviata alla redazione del giornale, esprime un concetto ormai abituale nel corso di questioni del genere: «Credo che la montagna sia di tutti». Concetto, mi permetto tuttavia di osservare, che appare monco: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. Ecco, così è completo, e d’altro canto non è certamente sostenibile che, siccome la montagna sia di tutti, tutto in montagna possa essere giustificabile al riguardo. I gestori del Chierego, a quanto pare, organizzano altri eventi ben più apprezzabili e consoni al luogo nel quale si trovano: dunque che bisogno c’è di aggiungervi iniziative così palesemente fuori contesto e così tremendamente ispirate ai più beceri modelli del turismo di massa, che alle montagne da sempre non fanno che apportare danni?

Cenacchi scrisse che i rifugi sono una via di mezzo tra una casa e una montagna: be’, spiace dirlo ma quelli come il Chierego, quando si svendono a – pur legittime – operazioni meramente commerciali e banalizzanti come quella proposta o altre affini (perché questo sono, in concreto), perdono inesorabilmente qualsiasi idea di “casa” e tanto meno di “montagna”. Oltre a tutto il loro fascino, che mi auguro non venga intaccato nella considerazione dei tanti escursionisti che una “casa in montagna” e non altro lassù ricercano e, inutile rimarcarlo, nelle forme più “nuove” tanto quanto armoniche al paesaggio montano vorrebbero ancora trovare.

Ieri, su “Il Dolomiti”

Avrete forse letto della festa con dj set tenutasi qualche giorno fa al Rifugio Chierego, sul Monte Baldo, con centinaia di persone a ballare come fossero in discoteca a quasi duemila metri di quota. Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima che iniziative del genere suscitano accese discussioni. Dove si può fissare in questi casi il confine tra evento opinabile ma legittimo e spacconata insolente e nociva?

Ho espresso le mie opinioni al riguardo nella lettera-articolo pubblicata ieri, 15 marzo, da “Il Dolomiti”, testata sempre molto attenta e sensibile alle cose di montagna: ringrazio di cuore la redazione per la considerazione e lo spazio che ha concesso alle mie osservazioni.

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nel sito della testata.