A proposito di ripartenza della scuola

Nell’opera di portata capitale dell’educazione dei fanciulli, la montagna ha da svolgere il ruolo più importante. La vera scuola deve essere la natura libera, con i suoi bei paesaggi da contemplare, le sue leggi da studiare dal vivo, ma anche gli ostacoli da superare. Non è nelle anguste aule con le inferriate alle finestre che si formeranno uomini coraggiosi e puri. Diamo loro piuttosto la gioia di bagnarsi nei torrenti e nei laghi di montagna, portiamoli a passeggio sui ghiacciai e sui campi di neve, conduciamoli alla scalata delle grandi vette. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnar loro, non solo si ricorderanno tutto ciò che avranno imparato nei giorni felici in cui la voce del professore si confondeva, per loro, in un’unica impressione con la vista di paesaggi affascinanti e grandi, ma si saranno inoltre trovati in faccia al pericolo e lo avranno gioiosamente sfidato. Lo studio sarà per loro un piacere e il loro carattere si formerà nella gioia.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.157-158; 1a ed.1880.)

Già, la montagna può ben essere – lo si usa dire, d’altro canto – “una scuola di vita”: come lo è stata in passato lo può essere oggi e, per molti aspetti, nel futuro. Ma se a qualcuno tale affermazione potrebbe sembrare “retorica” (a volte per colpa di chi la utilizza), Reclus rimarca da par suo che la montagna è una scuola, punto. Sic et simpliciter.
Poi lo è di vita ovvero per la vita, per il carattere e per lo spirito, per la volontà, per l’intraprendenza e per chiunque e in ogni sua età, nel ragazzino certamente ma, perché no, anche nell’adulto, che tra i monti troverà sempre qualcosa di importante e significativo da imparare.

Tanti auguri, Pippi!

“Non voglio diventare mai grande” disse con decisione.
“Nemmeno io” fece eco Annika.
“Davvero, non c’è da augurarselo” approvò Pippi: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse cumunali”.
“Tasse comunali, si dice” corresse Annika.
“Fa lo stesso, tanto s’intende sempre la stessa robaccia” disse Pippi. “E poi sono pieni di superstizioni e di fisime: credono per esempio che succeda chissà cosa, magari tagliarsi, se ci si infila il coltello in bocca, e così via”.
“Non sanno nemmeno giocare” disse Annika. “Che noia, dover diventar grandi!”

(Pag.266)

Ecco, per dire che quest’anno Pippi Calzelunghe compie 75 anni: la prima edizione del libro di Astrid Lindgren venne infatti pubblicata nel 1945 per Rabén & Sjögren, casa editrice svedese di libri per bambini e ragazzi che infatti la sta festeggiando come necessario sul proprio sito web. E anche per dire che, secondo me (che non ho mancato di visitare Vimmerby, la cittadina nella quale Astrid Lindgren nacque, nel mio ultimo viaggio in Svezia), e per ribadire ciò che ho detto/scritto più volte, io a Pippi darei l’incarico di formare un nuovo governo (del pianeta, magari, ma va bene anche solo di qui, che peraltro ne abbiamo bisogno certamente ben più che gli svedesi), dacché se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che abbiamo. Ecco.

“Il giorno in cui mi capiterà di sentire un bambino che si rattrista all’idea di arrangiarsi da solo, senza l’intrusione dei grandi, giuro che imparerò l’intera tavola piragotica all’inverso!”

(pag.230)

La sedentarietà

La sedentarietà fisica e le cattive abitudini dei ragazzi italiani di oggi, segnalate in questi giorni da alcuni articoli (come questo, da cui traggo anche l’immagine in testa al post), sono sempre l’effetto della sedentarietà mentale e della cattiva coscienza dei loro genitori. Sempre.

Genitori che, lo dico con molta franchezza, in certi casi è una tragedia che lo siano diventati, soprattutto per i loro poveri figli – ho disquisito al riguardo anche qui. I quali, mi auguro, si possano recuperare e possano redimersi da tale “disgrazia” subita prima che, a propria volta, diventino adulti e decidano di assumere la responsabilità di educare le future generazioni, in modo ben più virtuoso e coscienzioso rispetto a troppe madri e troppi padri odierni.