La sedentarietà

La sedentarietà fisica e le cattive abitudini dei ragazzi italiani di oggi, segnalate in questi giorni da alcuni articoli (come questo, da cui traggo anche l’immagine in testa al post), sono sempre l’effetto della sedentarietà mentale e della cattiva coscienza dei loro genitori. Sempre.

Genitori che, lo dico con molta franchezza, in certi casi è una tragedia che lo siano diventati, soprattutto per i loro poveri figli – ho disquisito al riguardo anche qui. I quali, mi auguro, si possano recuperare e possano redimersi da tale “disgrazia” subita prima che, a propria volta, diventino adulti e decidano di assumere la responsabilità di educare le future generazioni, in modo ben più virtuoso e coscienzioso rispetto a troppe madri e troppi padri odierni.

I quiz in TV

Veramente io spesso ho il dubbio su cosa faccia più male, se l’assunzione di sostanze stimolanti di più o meno lecito commercio oppure, ad esempio, l’assistere con assiduità ai quiz TV contemporanei.

E devo ammettere, in tutta sincerità, che è un “dubbio” la cui relativa ponderazione gli fa prendere la forma, per molti aspetti, di una ben precisa, manifesta verità.

P.S.: quest’articolo di Daily Storm disserta al riguardo, e il fatto che sia stato pubblicato nel 2012 lo rende ancor più “drammatico”, rapportato al presente.

Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale)? Forse Persio Tincani ce lo può spiegare (e lo sa fare con… Filosofia!)

Perché è possibile acquistare alcol e tabacco, sperperare interi patrimoni famigliari in infernali videopoker da bar, mentre è illegale la vendita di marijuana che crea una dipendenza molto meno forte? E ancora: perché cento anni di “guerra alla droga” si sono rivelati un clamoroso fallimento, dal punto di vista economico, sociale e dell’ordine pubblico? Questo libro suggerisce una risposta semplice: la maggior parte delle contraddizioni e dei fallimenti riguardanti “la guerra alla droga” dipendono dalla proibizione stessa. È la proibizione che impedisce un controllo sulle sostanze, lasciando che circolino stupefacenti dalla composizione sconosciuta. È sempre la proibizione che alimenta un sistema criminale attorno alla produzione e alla vendita di droga. È infine la proibizione che pretende di stabilire cosa è dannoso per i singoli individui e vieta di assumere droghe nel modo più sicuro possibile. Attraverso una lucida disamina degli argomenti proibizionisti, l’autore svela che essi si fondano su un moralismo mosso da un illogico desiderio di controllo sociale.

Fino a qualche tempo la pensavo in modo opposto rispetto a quanto sostiene Persio Tincani in questo suo ultimo lavoro per Sironi Editore – ma forse più per un profondo disprezzo verso la figura dello spacciatore, vero e proprio venditore di morte e in modo anche più subdolo del più feroce soldato. Tuttavia quel dubbio messo in luce da Tincani l’ho a mia volta (e inevitabilmente) elaborato: perché da sempre la droga è combattuta in una guerra totale – come si pregiano di definirla enfaticamente gli stati e le istituzioni coinvolte – e nonostante ciò lo spaccio di sostanze stupefacenti è sempre più diffuso? E’ guerra vera, dunque, o dietro c’è qualcosa che è opportuno nascondere? E quindi: serve combattere tale “guerra”, o molto più semplicemente ed efficacemente basta togliere di mezzo il senso e lo scopo per cui si pratica lo spaccio? Ciò significa dare via libera all’orrore della tossicodipendenza di massa, o forse le si toglie qualsivoglia “fascino” e fine, come da sempre accade nella storia dell’uomo per ogni cosa circa la quale la proibizione ne alimenti l’attrattiva e la relativa proliferazione?
Non ci si può non porre tali domande di fronte, appunto, alla completa inefficacia della suddetta “guerra alla droga”, e ottime risposte per esse – non certo esposte per mera persuasione personale ma costruite su una ponderosa base di filosofia del diritto (disciplina di competenza accademica, per l’autore) – le si possono certamente trovare nel libro di Tincani. Il quale per giunta è uno dei più brillanti e arguti intellettuali in circolazione, autore di un altro notevole volume, “Ovunque in catene”. La costruzione della libertà. E intendo un intellettuale di quelli veri dunque rari, non dei tanti da talk show in TV.
Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale) è una lettura assolutamente interessante e illuminante, che si concordi con le sue conclusioni oppure no – ma, ripeto, dissentire significa anche non considerare una buona parte, parecchio imbarazzante per la nostra civiltà, della realtà dei fatti.