Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.
La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).
Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.
[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.
Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.
[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.
Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.
Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».
Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.
È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.
Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.
Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?
«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).
Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?
Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.
[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.
[Panoramica delle piste di St. Moritz-Corviglia, ubicate tutte oltre i 1800 m di quota. Immagine tratta da facebook.com/@EngadinMountains.]
Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.
Queste che avete appena letto sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie, riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (ad esempio qui).
Il presidente degli impiantisti svizzeri, già.
Quasi in contemporanea la corrispondente associazione italiana degli esercenti degli impianti a fune, l’ANEF, ha presentato uno studio sull’impatto socio-economico a livello locale degli impianti di risalita (ne riparlerò presto), ricco di dati interessanti ma nel quale manca totalmente un elemento fondamentale: il riscaldamento globale. Come se a livello climatico non stesse accadendo nulla, tant’è che mentre in Svizzera si disincentivano in tutti i modi i nuovi impianti sotto i 1800 metri di quota, in Italia impiantisti e politici, in una mescolanza di mire e interessi ormai del tutto confusa, spendono centinaia di milioni e spandono tonnellate di cemento ben al di sotto di quella quota per realizzare impianti, piste, innevamenti tecnici e quant’altro.
Ora, delle due l’una: o i comprensori sciistici svizzeri si trovano su un pianeta che non è la Terra, sul quale invece stanno quelli italiani, oppure in Italia è chi gestisce lo sci a stare su un altro pianeta e a non vedere la realtà dei fatti, con gravi conseguenze per le montagne, le comunità che le abitano e per le casse pubbliche dalle quali vengono tolti decine di milioni di Euro per impianti sciistici destinati a un rapido fallimento.
[Le piste da sci di Aprica-Magnolta, con il resto del comprensorio poste per la gran parte al di sotto dei 2000 m di quota.]Dunque, sciisticamente parlando chi è più “fuori dal mondo”? Gli svizzeri o gli italiani?
P.S.: come ho già accennato, tornerò presto sul tema con più dettagli e maggior approfondimento.
P.S.#2: preciso ancora una volta: non è una questione politica o ambientale e non c’è da parte mia nessuna pregiudiziale verso l’industria dello sci. Semmai è una pura e semplice questione di buon senso, quello che manca a chi so ostina a proporre e finanziare (quasi sempre con soldi pubblici, ribadisco) impianti a quote dove le condizioni climatiche non permettono più la pratica dello sci.
«Sci, ultime discese di una stagione d’oro.»
«La stagione è andata molto bene.»
«In questi giorni le temperature sono alte, quindi verificheremo se riusciremo a garantire tutte le piste.»
«Martedì le condizioni della neve non erano ottimali, quindi, avendo ricevuto qualche lamentela, abbiamo deciso di tenere chiuso per qualche giorno.»
«Negli ultimi giorni non è stata facile da gestire viste le alte temperature.»
«Valuteremo nei prossimi giorni se sarà fattibile continuare.»
Certo che oggi è veramente dura la vita dei gestori dei comprensori sciistici!
Le dichiarazioni che avete letto qui sopra (le ho trovate qui) sono di alcuni di essi, referenti di altrettante stazioni sciistiche bergamasche: comprensori con piste per buona parte sotto i 2000 m di quota dunque in totale balìa del cambiamento climatico – ma è inutile rimarcare che dichiarazioni simili le si possano riscontrare ovunque sulle montagne italiane. Costretti, quegli impiantisti, da un lato a far credere che tutto vada per il meglio, dall’altro a dover ammettere, seppur a denti stretti, le crescenti difficoltà che rendono sempre più aleatoria la loro attività. Un atteggiamento forzatamente bipolare, insomma, che palesa chiaramente ciò che essi non possono ammettere, ovvero la consapevolezza che i loro comprensori sciistici hanno gli anni contati e di contro l’incapacità di capire cosa fare. O la non volontà di fare qualcosa, per motivi diversi ai quali non sanno sottrarsi.
D’altro canto capirete bene che legare un’attività imprenditoriale in un territorio già di suo difficile come quello montano, alla quale in modi più o meno leciti e giustificati si rimanda l’economia dell’intero contesto locale, al «verificheremo», al «valuteremo», al «non è stato facile» e al «se sarà fattibile», cioè a una incertezza pressoché totale nel presente e ancor più nel futuro, è cosa che lascia piuttosto interdetti. Non è per niente normale, insomma.
Ma non ero ironico, poco sopra, nel rimarcare quanto sia dura oggi la vita degli impiantisti. Lo è sul serio e non invidio affatto il loro stato. Hanno diritto a tentare di difendere il proprio business sciistico? Sì, ce l’hanno, e in tal senso si può capire che se ne escano con espressioni di esultanza forzate. Hanno diritto di continuare la loro attività? Sì, fino a che essa si dimostri pienamente sostenibile e in grado di reggersi da sola, come deve accadere per ogni impresa commerciale. Hanno diritto di rivendicare la predominanza della loro attività commerciale su ogni altra e per questo pretendere risorse pubbliche a non finire per andare avanti? No, non ce l’hanno: e, appunto, sono loro stessi a dimostrare ciò con quelle loro parole piene di incertezza e inquietudine. Hanno facoltà di ignorare la realtà ambientale – in senso generale – nella quale operano per procrastinare un modello economico-imprenditoriale che non vogliono cambiare? No, per nulla. È bene ricordare loro che non detengono il possesso della montagna e nemmeno l’usufrutto universale o il diritto di fare ciò che ad essi più conviene ma, come tutti, hanno il dovere di fare ciò che più conviene alla montagna e a tutti quelli che la abitano, non solo a chi va dietro ai loro affari – poco o tanto legittimi che siano.
Nella situazione che stiamo vivendo – dal punto di vista ambientale, economico, sociale, culturale – non si può più vincolare la montagna a questa situazione di precarietà e mantenere le comunità residenti ostaggio di un’economia che chiaramente – purtroppo! – è destinata per gran parte a svanire presto, nonostante ciò riservandole fiumi di denaro pubblico su iniziativa di politici miopi e incompetenti che inseguono i propri tornaconti propagandistici e elettorali. Di contro, non si può non fare nulla o quasi per progettare un futuro che rimetta al centro i bisogni, le necessità e il benessere dei montanari, nel quale sia certamente presente anche il turismo (quello sciistico ma non solo) ma in modi ben più razionali, sostenibili e contestuali ai territori e al tempo che stiamo vivendo. In tal senso anche la montagna viene resa forzatamente “bipolare”: da un lato soldi a gogò in attività economiche commerciali prossime alla fine, dall’altro lato nessuna alternativa e per giunta la continua perdita di servizi alla popolazione – sanità, trasporti pubblici, scuole, cura del territorio… insomma, le solite cose ben risapute da tutti meno che dai politici. In altre parole: da un lato la costrizione a un’esultanza svarionata e un po’ delirante, dall’altra la depressione sempre più profonda e tetra. In mezzo, la montagna che cambia – in primis per il clima – e la sostanziale negligenza al riguardo. Va tutto bene?Andiamo avanti così?
Che le risposte a queste domande possano essere le più obiettive, sincere e costruttive possibili.
[Foto di Yann Allegre da Unsplash.]Vaticino (indicato presente, prima persona del verbo vaticinare): potrebbe ben essere che in un futuro non troppo lontano, anzi, forse ben più vicino di quanto si potrebbe pensare, quei gestori dei comprensori sciistici che oggi guardano storto quando non s’aizzano contro gli ambientalisti (nel senso autentico e fattivo del termine) che spesso criticano la gestione odierna dello sci su pista condotta dai primi e ne osteggiano certi progetti di realizzazione o ampliamento dei rispettivi domaines skiables, vi si prostreranno davanti, a quegli ambientalisti, gementi e imploranti di dar loro una mano per salvare il salvabile dei propri comprensori, che saranno ormai prossimi alla sorte funesta già subita da altre stazioni sciistiche in forza sia della gestione stessa attuata, sia dei cambiamenti climatici sempre più drastici e sia dall’evoluzione delle sensibilità diffuse in tema di fruizione ricreativa delle montagne e dell’immaginario turistico conseguente, il quale non potrà certo più essere come quello fermo a mezzo secolo fa che invece i suddetti gestori (e i loro vari sodali politici, imprenditoriali, finanziari) ancora pretendono di considerare “sacrosanto” e sul quale basano le loro strategie turistico-commerciali, sempre più obsolete, anacronistiche, irreali e decontestuali.
E che cosa potrebbero decidere di fare, in quel momento, i prima tanto vituperati e poi così invocati ambientalisti? Cosa risponderanno, a quella richiesta di aiuto?