
P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.
Dal 27 luglio all’1 agosto 2021 la città di Lecco diventa una delle protagoniste italiane ed europee della riflessione teorico/pratica sulle città del futuro, le 100 Smart Cities, un programma lanciato dalla Commissione Europea a dicembre 2020. 100 Smart Cities prevede un percorso sperimentale che attualmente coinvolge quattro aree di altrettante macroregioni europee: i QTP (Quartieri Terzo Paradiso) di Lecco, appunto, il dipartimento della Seine-Saint-Denis a Parigi, il Mendrisiotto in Canton Ticino e lo Smart Dublin, quartiere sperimentale di Dublino.
Nell’ambito dell’area di Lecco, punti nodali (materiali e immateriali) sono le “Baite Filosofiche” un progetto di “rigenerazione urbana” attraverso il pensiero – o, per meglio dire, il ripensamento – di un’area interna alla città di Lecco, che si articola lungo un orizzonte temporale decennale (2021-2030) nel corso del quale il pensiero filosofico contemporaneo innerverà lo specifico obiettivo di sperimentare modelli di coesione sociale e sviluppo economico sostenibile attraverso la cultura, l’arte e il cibo come fattore di aggregazione e di attrattività. Le “Baite Filosofiche” rappresentano un momento per la messa a
terra delle riflessioni sul futuro delle città e dei territori, per la loro connessione su tematiche come quelle delle reti del cibo, delle sperimentazioni sul benessere e la cura, sullo sviluppo economico, del lavoro, dell’educazione che porta le comunità a riconoscere e definire nuovi percorsi di sviluppo.
Inoltre, aggiunto io, mi piace molto che un tale progetto di ripensamento urbano possa avvenire in una città “alpina” come Lecco, legata a multiplo filo con le montagne che la circondano e non solo in forza della lunga e celeberrima storia alpinistica locale. Anzi, a fronte di questa, la relazione della città con i propri monti è sempre stata e continua a essere problematica, sfilacciata, a volte (?!) poco consapevole dell’enorme potenziale culturale, sociale e non di meno economico che offre (offrirebbe) all’intero comprensorio cittadino. Chissà che il festival delle Baite Filosofiche, che peraltro si terrà proprio in alcuni luoghi sopra la città e a ridosso dei monti d’intorno, dunque in ambiente, come si dice, non possa rappresentare l’input per un risveglio e una rivitalizzazione di quella relazione urbano-montana così fondamentale e altrettanto necessaria proprio per lo sviluppo futuro di Lecco e del suo territorio.
Cliccate sull’immagine della locandina del festival, lì sopra, per scaricarla in un formato più grande e per ritrovarvi ogni informazione utile, oppure cliccate qui.

L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.
(Annibale Salsa, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.139-140.)

Be’, quest’estate, se andrete in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che vedrete vi verrà presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.

Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.
(Annibale Salsa, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.91-92.)

Viene fatto divieto, agli ufficiali pubblici dello Stato delfinale ed ai nobili, di tagliare legname da costruzione o da riscaldamento nelle foreste delle Comunità e Università del Brianzonese, del Queyras, Vallouise, Cézanne, Oulx, Pinet, Chevallet, Fontenils né in altri luoghi del “Baliaggio” poiché i tagli sono causa di inondazioni, frane e valanghe. Tale interdizione è perpetua.
(Grande Charte des Escartons, articolo 18, anno 1343.)
Eh già: i montanari delle valli del Monviso, a metà del Trecento, avevano già capito e messo per iscritto nozioni, sulla buona gestione dei loro territori di montagna, che ancora oggi molti amministratori locali e altrettanti loro sodali non capiscono ancora – ovvero fingono di non capire, per perseguire i loro biechi tornaconti. Così, se quell’antica saggezza politica (nel senso più nobile del termine) si fosse salvaguardata e osservata fino a oggi, probabilmente molti dei dissesti che i nostri monti subiscono, spesso con conseguenze tragiche, non accadrebbero, e avremmo a disposizione territori certamente antropizzati ma in base a un antico e assodato buon senso, senza cementificazioni e infrastrutturazioni scriteriate, guidate da meri fini economici, che non solo rovinano la bellezza del paesaggio ma danneggiano pure il territorio di cui è origine.
D’altro canto, gli Escartons sono uno degli esempi migliori di quel fenomeno definito “paradosso alpino” per il quale, nel basso Medioevo, il livello di istruzione e di apertura culturale di molte comunità di alta montagna era superiore a quello degli abitanti della basse valli e delle città. Poi, ahinoi, certa non cultura urbana ha conquistato le montagne e irretito i loro abitanti, generando le numerose devianze che ci ritroviamo a constatare in numerose località montane. E con esse le frane, e le esondazioni, e le alluvioni, e i vari dissesti idrogeologici, e l’inquinamento anche alle alte quote, e la perdita di biodiversità, e la generale banalizzazione del paesaggio, e…