Costermano, un luogo meraviglioso che si vorrebbe trasformare nell’ennesimo luna park turistico

(P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” il 9 ottobre 2023, qui.)

Quando i viaggiatori nordeuropei del Grand Tour presero dal Sette-Ottocento in poi a valicare la catena alpina e a discenderne le vallate dirigendosi verso sud, avevano in mente un’idea quasi idilliaca del Mediterraneo, il mare caldo tra Europa e Africa che miravano a raggiungere per godere della sua scintillante e vitale luminosità, così diversa di quella dei luoghi nordici dai quali provenivano. E a quest’idea già pensavano appena superati i passi alpini, come se la bellezza delle mete mediterranee fosse per loro un profumo da fiutare e dal quale farsi inebriare. Così, se è noto che quando giungevano sulle rive dei laghi alpini li pensavano anteprima del grande mare eurafricano, si può immaginare lo stupore di quelli che, arrivati nel Garda meridionale e ammirandone la meravigliosa compiutezza paesaggistica, credevano di essere giunti alla meta, sulle rive di un piccolo “mare interno” al quale non mancava quasi nulla di ciò che si aspettavano di trovare sul Mediterraneo: acque cristalline, clima mite, colture rigogliose, villaggi ameni, luminosità trionfante in un paesaggio che offriva in pochi chilometri condensati tra le ultime propaggini alpine e la vastità della piana padana tutta la pensabile e desiderata bellezza italiana.

Sono passati almeno due secoli dai viaggi del Grand Tour eppure, ne sono certo, le sensazioni e le emozioni che il paesaggio del Lago di Garda meridionale suscita nei viaggiatori contemporanei sono nel principio le stesse di allora, e in quel paesaggio la zona tra Costermano e Garda credo sia una di quelle più iconiche e emblematiche della bellezza locale, che qui si offre munificamente e integralmente. Non manca nulla, qui, di ciò che chiunque voglia godere d’un bel paesaggio chiede di trovare: il lago e le sue acque, le colline, le montagne, la particolare luce che il luogo genera, la cultura, la Natura… Ecco, giusto a proposito di cultura e di Natura, tra Garda e Costermano c’è un luogo che si può ben dire speciale per moltissimi aspetti: la Valle dei Mulini, un’incisione del torrente Tesina nelle colline moreniche della zona – che nell’antichità separavano il Ghiacciaio del Garda da quello dell’Adige – uno scrigno di storia antropica, di identità geografica, di valenze naturalistiche per come rappresenti un habitat preziosamente variegato formato da corsi d’acqua nel fondovalle, prati aridi sui versanti assolati, boschi termofili e pareti rocciose che nascondono al loro interno numerosi endemismi, alcuni unici a livello nazionale. Per tutto ciò, la Valle dei Mulini è dal 2003 parte della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) “IT3210007 – Monte Baldo: Val dei Mulini, Senge di Marciaga, Rocca di Garda” ed è inserita nella rete europea “Natura 2000”, il principale strumento europeo di conservazione della biodiversità. Un luogo bellissimo e affascinante, insomma, visitando il quale si vivono emozioni forti e ci si sente in una dimensione naturale di grande forza, della quale chiunque può capire il valore e le enormi potenzialità culturali di una frequentazione del luogo consapevole e sensibile.

Per tutto ciò, si resta totalmente sconcertati di fronte al progetto con il quale il Comune di Costermano, che dovrebbe rappresentare il primo custode di questo suo inestimabile tesoro naturalistico (!), vuole trasformare la Valle dei Mulini in un ennesimo spaventoso parco divertimenti ad uso e consumo del turismo di massa, degradandone la bellezza e calpestando le valenze culturali per fare spazio ad un vero e proprio non luogo pesantemente turistificato, da (s)vendere come qualsiasi altro prodotto del consumismo turistico massificato. Il progetto del Comune prevede molte delle cose più degradanti che iniziative del genere contemplano: l’ennesimo ponte tibetano sospeso, un glamping (camping glamour) e diverse altre strutture ricettive, strutture residenziali, percorsi “esperienziali” (?) sul fondovalle, un parco “Outdoor Paradise” (?), aree picnic, un parcheggio da 400 posti auto e 10 per i pullman con strade e opere annesse e connesse… un vero e proprio luna park, in pratica. Il tutto, ribadisco, in una zona ambientalmente tutelata da norme nazionali e comunitarie e, cosa ancora più grave, senza che il progetto venga assoggettato alla Valutazione Ambientale Strategica, come imporrebbe una legge che troppe volte viene bellamente derogata dalle amministrazioni pubbliche più scaltre e meno attente alla cura dei propri territori.

Una follia sotto tutti i punti di vista, in pratica. E lo posso dire a ragion veduta (appunto!) dato che a Costermano e nella Valle dei Mulini ci sono stato di recente e l’ho esplorata e conosciuta approfonditamente, grazie ad alcuni amici locali che mi ci hanno accompagnato e approfittando di una visita naturalistica guidata che mi ha fatto ben comprendere quanta ricchezza biologica e ecosistemica possieda la Valle. Oltre a quanta bellezza conservi, nel suo particolare scrigno morenico: attraversarla a piedi rappresenta un’esperienza profonda, poetica, la tessitura passo dopo passo lungo i suoi sentieri, sguardo dopo sguardo teso verso la vitalità naturale, ascolto dopo ascolto del suo peculiare registro sonoro, di una relazione compiuta e vibrante con il luogo e con la sua anima. È nella Valle dei Mulini abita il Genius Loci di questo tratto di gardesano, di questo mondo a metà tra la dimensione alpina e l’atmosfera mediterranea nel quale ci si sente così bene, così in armonia con l’ambiente che si ha intorno, così vivificati dalla sua bellezza e dal valore culturale del luogo… un paesaggio esteriore che diventa rapidamente interiore, una geografia fisica che si rispecchia in quella umana storica e contemporanea, un prezioso patrimonio locale che sa donare veramente a chiunque la propria unicità. Eccetto solo quelli che, chissà per quale drammatica inabilità intellettuale e spirituale, non riescono proprio a coglierla e concepirla, la bellezza della Valle dei Mulini, considerandola al pari di qualsiasi altro banalissimo, dozzinale terreno da mettere a valore, da monetizzare, da sfruttare fin quanto possibile. Ma come può essere possibile una follia del genere?

Per giunta un progetto del genere mette a rischio un altro luogo speciale di Costermano: il cimitero militare tedesco, uno dei più grandi del Nord Italia, «luogo di memoria e ammonimento» che raccoglie più di 22.000 caduti della Seconda Guerra Mondiale la cui solenne sacralità e il prezioso valore storico-culturale che un luogo del genere possiede sono minacciati da alcune infrastrutture residenziali legate alle opere ludico-ricreative previste, il che ha già suscitato i reiterati reclami degli enti federali tedeschi che gestiscono l’area, con relative azioni legali che hanno visto sconfitto il comune di Costermano.

Se da un lato le proteste contro un progetto così dissennato sono attive da anni, anche con la creazione di un “comitato” che riunisce ben 65 associazioni della zona il quale opera con diverse azioni di sensibilizzazione sulla questione, dall’altro il Comune dichiara di voler tirare dritto evitando qualsiasi autentico dibattito sul progetto e di dare risposte alle domande, ai dubbi e alle innumerevoli perplessità che vengono continuamente sollevate da ogni parte, con un atteggiamento che non di rado assume caratteri di inaccettabile arroganza ma che qualsiasi persona dotata di senno e di senso della realtà non può riuscire a comprendere, se non immaginando chissà quali stati di obnubilamento mentale e morale. Come si può pensare di distruggere – perché sostanzialmente è ciò che accadrebbe – un territorio e un luogo così preziosi trasformandoli nell’ennesimo luna park ad uso e consumo del turismo di massa? Come si può immaginare che qualcuno possa vedere nella Valle dei Mulini soltanto un posto dal quale ricavarci soldi e che di contro non riesca a coglierne l’inestimabile valore culturale, sociale, identitario a vantaggio dell’intero territorio circostante? Veramente si crede di poter “valorizzare” un luogo così cementificandolo e riducendolo a mera scenografia per le ennesime, banalissime, degradanti attrazioni ludico-ricreative?

È qualcosa di assolutamente sconcertante, non c’è altro da dire.

E poi, chiedo: veramente i costermanesi e gli abitanti di questo meraviglioso territorio dalla bellezza paesaggistica più unica che rara possono accettare di degradarlo, volgarizzarlo, depauperarlo della sua identità storico-culturale, trasformarlo in un altro non luogo turistico per clienti-consumatori che verranno indotti a fruirlo solo attraverso quelle attrazioni, quelle giostre ricreative, dunque accettando di trasformare essi stessi in mere comparse di un così bieco business commerciale?

Mi auguro vivamente che il dissennato progetto di Costermano venga rapidamente e definitivamente considerato solo per ciò che è, una mera follia, e che la Valle dei Mulini, veramente e virtuosamente valorizzata in tutte le mirabili peculiarità che offre, possa salvaguardarsi e rimanere sempre ciò che è, uno dei luoghi più belli e affascinanti del Lago di Garda e del paesaggio nord italiano.

N.B.: per quanto riguarda le immagini, la foto in testa all’articolo e le prime due gallerie sono tratte dalla pagina Facebook “La Valle dei Mulini un gioiello naturale da difendere“, la terza galleria è composta da foto fatte dallo scrivente il 09-10 settembre 2023.

Sabato 14 ottobre, l’inizio di una ribellione “gentile ma solida” per le nostre montagne!

La ribellione, si può leggere in un dizionario, è la «reazione conseguente a uno stato di esasperata soggezione o costrizione». Chi frequenta le montagne in quanto ambito che permette di godere di una valida sensazione di “libertà”, anche solo supposta, in fondo compie un personale, piccolo ma significativo atto di “ribellione gentile” dalle tante costrizioni alle quali si deve far fronte nel corso dell’ordinaria quotidianità. Ma pure di tante altre soggezioni e costrizioni soffre la montagna, oggi: sono quelle ad essa imposte dalla turistificazione più selvaggia, quella che considera i territori montani né più né meno come un bene da vendere e consumare al fine di ricavarci più profitti possibile al contempo fregandosene bellamente del valore – naturale, antropico, culturale, sociale – del paesaggio nonché della realtà ambientale in divenire, climaticamente sempre più difficile.

Di fronte a una tale situazione, i cui esempi sono purtroppo innumerevoli, ribellarsi nel modo più virtuoso possibile diventa non solo una plausibile possibilità ma una inesorabile necessità, non tanto un diritto godibile quanto un dovere categorico di chiunque abbia a cuore la bellezza e il futuro di quei territori minacciati, soggiogati a progetti dissennati, degradati dalle loro opere, svenduti al turismo più massificato e banalizzante. E dimostri così di avere a cuore il presente e il futuro di se stesso e del nostro paesaggio, un patrimonio di tutti verso il quale dunque tutti dobbiamo manifestare cura e sensibilità.

Ecco perché è quanto mai importante Ribelliamoci alpeggio, nome geniale e programmatico della nuova mobilitazione diffusa che, dopo Re-Imagine Winter dello scorso marzo 2023, l’A.P.E. – Associazione Proletaria Escursionisti, The Outdoor Manifesto, comunità locali, associazioni, comitati, gruppi spontanei e singoli attivisti stanno organizzando e coordinando per sabato 14/10 in diverse località delle Alpi e degli Appennini.

L’invito è a mettersi in cammino su creste, cime e terre alte delle montagne italiane per opporsi alla costruzione di nuovi impianti di risalita, di bacini per l’innevamento artificiale o la realizzazione di interventi di ampliamento e collegamento tra comprensori sciistici già esistenti; per connettersi in maniera sostanziale con le lotte e le mobilitazioni che attraverseranno il Congresso Mondiale per la giustizia climatica (che si svolgerà a Milano dal 12 al 15 ottobre) e per mobilitarci e affrontare collettivamente l’emergenza climatica.

Ciò che succede e si decide oggi e nei prossimi anni avrà impatti profondi per migliaia di anni: un futuro diverso, slegato da logiche socio-economiche anacronistiche e devastanti, non solo è possibile ma è diventato assolutamente necessario per la Terra, per noi e per le generazioni future.

Per avere ogni altra informazione utile su Ribelliamoci alpeggio, conoscere la mappa delle località cove si terranno le mobilitazioni (e sapere nel dettaglio il perché di ciascuna di esse), per adesioni e per comunicare iniziative e proposte, potete consultare il sito web dedicato all’evento.

È l’ora di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il nostro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti; occorre una ribellione gentile, ribadisco, ma solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto. Saliamo in quota sugli alpeggi e avviamo la ribellione più virtuosa e benefica che si possa realizzare! Ribelliamoci al-peggio!

Contrastare la distruzione delle montagne si deve, si può: come sul Monte San Primo

Contrastare la distruzione delle nostre montagne perpetrata da certe opere devastanti e dissennate si deve, si può. Lo scrivevo qualche giorno fa in merito ai lavori sulle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia e alla doppia diffida legale con la quale se ne chiede l’immediata sospensione; lo ribadisco oggi qui grazie all’ammirevole ed efficace azione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ha prodotto un articolato, dettagliato e inesorabile documento che analizza il rapporto preliminare e la relazione illustrativa inerenti i progetto con il quale il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano vorrebbero ripristinare gli impianti sciistici sul San Primo, a 1100 m di quota, oltre a infrastrutturare pesantemente l’intera zona di conseguenza. Il tutto senza sottoporre il progetto alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) come previsto dalla normativa vigente: un modus operandi del tutto discutibile, a dir poco, non di rado utilizzato dalle amministrazioni pubbliche in certe opere ambientalmente “critiche” – in numerose previste per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ad esempio – che a molti sembra (sembra?) soltanto un sotterfugio per realizzare progetti il cui impatto sul territorio, l’ambiente naturale, il paesaggio, gli ecosistemi locali e le comunità socioeconomiche è tale che in un iter burocratico-amministrativo normale non potrebbero mai ricevere il “via libera”.

Come si legge nel sito del Coordinamento, il Comune di Bellagio – capofila/committente del progetto sul Monte San Primo – porta motivazioni a sostegno dell’esclusione dalla VAS a dir poco sconcertanti. Il suo programma di “sviluppo turistico” del San Primo «non è accompagnato da alcuna valutazione delle conseguenze che l’aumento sia delle presenze turistiche sia del consumo di suolo sia del traffico automobilistico avrebbe su un territorio montano fragile, caratterizzato da complesse peculiarità sia di natura geologica sia di natura viabilistica.
Nel piano, proposto dal Comune di Bellagio, manca il ripristino e la manutenzione del territorio, manca la valutazione degli effetti diretti e indiretti delle azioni di intervento, manca un’analisi della sostenibilità ambientale degli interventi e della loro viabilità economica a medio e lungo termine. In altre parole, mancano quegli approfondimenti che costituiscono la sostanza della VAS, a tutela dell’ambiente e della collettività. Del resto, la pur voluminosa relazione non riesce ad esporre in modo chiaro e convincente le ragioni per cui si dovrebbe rinunciare alla VAS.»

È un comportamento sconcertante, ribadisco, oltre che non poco inquietante per come palesi una sostanziale indifferenza e insensibilità nei confronti del luogo, della sua bellezza, delle sue autentiche valenze culturali e parimenti turistiche in senso sostenibile, della sua storia oltre che della realtà climatico-ambientale in divenire, in aggiunta a una evidente e scriteriata pretesa di monetizzare il San Primo, di svenderne il meraviglioso territorio come fosse né più ne meno un bene da consumare fino a che ce n’è. Una visione inaccettabile perché del tutto avulsa dal luogo, fuori contesto, degradante, pericolosa per il buon futuro della montagna e dei suoi abitanti. E che una visione del genere venga formulata dai suoi amministratori locali è cosa tanto stupefacente quanto emblematica.

Per tutto ciò, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, con il documento citato – che potete leggere integralmente quiinvita gli Amministratori a riconsiderare urgentemente la materia e ad implementare la VAS (Valutazione Ambientale Strategica), come previsto dalla normativa vigente, appunto. Nonché – questo lo aggiungo io – li invita a manifestare finalmente una ben maggiore attenzione, competenza, cura e sensibilità nei confronti del loro territorio e della sua realtà effettiva, così da svilupparne la frequentazione nel modo più equilibrato e proficuo nel lungo periodo al contempo salvaguardandone la mirabile e speciale bellezza.

Potete seguire gli sviluppi della questione “San Primo”, tra le più significative in tema di sviluppi turistici montani sulle montagne italiane, grazie al sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” o alla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.  D’altronde in questi casi – che non danno forma a una battaglia solamente ambientale ma a un’azione di grande valore civico, morale, politico, culturale, vale sempre ciò che asserì Tucidide quasi 25 secoli fa: «Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Ecco.

Città e (certe) montagne: che differenza c’è?

Francamente: tra quanto si vede nell’immagine sopra e in quella sotto, al netto di ciò che vi sta intorno – ben intuibile e assolutamente fondamentale per il valore dei luoghi, sia chiaro, ma che purtroppo molti non sanno (e a volte non vogliono) realmente osservare, apprezzare e comprendere se non in modi così superficiali, nel bene e/o nel male, da vanificarne la sostanza – che differenza c’è?

In verità di differenza ce n’è moltissima, ovvio che c’è nonostante tutto: ma, appunto, quanti sanno ancora coglierla in tutta la sua portata cioè quella che genera il senso e il valore differenti e peculiari dei due luoghi?

In altri termini: come può essere vera montagna quella che per molti versi viene costretta a imitare la città nei suoi aspetti più degradanti? E d’altro canto come può essere «green» – vocabolo come altri del tutto abusato e stravolto – la città che si professa tale in forza di qualche albero piazzato o ancora sopravvissuto tra ettari di cemento e asfalto?

Non è forse anche da questa confusione di ruoli, di paesaggi, di visioni, di elaborazioni e di conseguenti relazioni culturali con i luoghi, che nascono molti degli aspetti più negativi del turismo di massa, dalle cui manifestazioni fenomenologiche a subire le conseguenze è inesorabilmente il luogo più delicato e fragile, cioè la montagna?

P.S.: le immagini che vi propongo sono due tra le innumerevoli possibili e correlabili; tuttavia, la prima l’ho scelta in quanto nel luogo raffigurato, il Passo Sella, lo scorso 3 agosto si è tenuta una significativa manifestazione contro l’eccesivo sfruttamento turistico delle montagne sulla quale potete saperne di più qui.

Tutti a sciare… in Brianza!

A mio modo di vedere, quella presentata dall’articolo qui sopra mi pare un’idea eccellente. Anzi, proporrei di diffonderla il più possibile e di disseminare piste da sci sintetiche su tutte le collinette e i rilievi di consona altezza delle città italiane nonché, al contempo ovvero per diretta conseguenza, chiudere e smantellare molti dei comprensori sciistici sulle montagne che appaiono ormai insostenibili – sia ambientalmente che economicamente – e dunque eccessivamente impattanti sui territori che li ospitano e sui loro paesaggi.

Pensate ai numerosi vantaggi di questa cosa, se attuata: molti “sciatori” non sarebbero più costretti a spostarsi dalle città alle montagne per ciò evitando di generare traffico sulle strade, rumore, inquinamento in quota; gli sciatori giungerebbero sulle piste in pochi minuti di viaggio dalle proprie case, magari con i mezzi pubblici, potendo così dedicare più tempo all’attività sciistica; i territori montani liberati dagli impianti smantellati, non più soggiogati alla monocultura sciistica, potrebbero essere rinaturalizzati e fruiti da un turismo veramente ecosostenibile (un settore in costante e forte crescita, d’altro canto); non si dovrebbero più spendere cifre spropositate di soldi pubblici per finanziare infrastrutture sciistiche insensate e insostenibili, soldi che dunque potrebbero essere spesi per i reali bisogni sistemici delle comunità che vivono in montagna e per la riattivazione delle filiere economiche locali nelle quali reimpiegare gli addetti alle piste smantellate; si conserverebbe l’acqua altrimenti utilizzata per gli impianti di innevamento artificiale e si risparmierebbe l’energia da essi consumata; gli sciatori metropolitani potrebbero passare delle giornate “super wow!unendo magari lo sci al mattino e lo shopping al pomeriggio in qualche centro commerciale prossimo alle piste…

Sì, certo, sto facendo del buon sano sarcasmo.

O forse nemmeno così tanto, a ben vedere. In fondo, dopo gli innumerevoli tentativi di trasformare le montagne in periferie ludico-ricreative delle città, con tutte le nefaste conseguenze del caso, potrebbe essere il momento delle città di trasformarsi in bizzarre riproduzioni sintetiche delle montagne. Una specie di nemesi, insomma. Che forse da un lato distorcerebbe ancor più l’immaginario diffuso presso certi “turisti” riguardo le montagne ma dall’altro potrebbe preservarle dalle peggiori forme di “turistificazione” che tutt’oggi vengono loro imposte da certa politica ignorante, riconsegnandole ad un futuro finalmente contestuale e armonioso alle loro innumerevoli autentiche potenzialità e alla realtà quotidiana dei territori montani.

Solo fantasie sarcastiche?

P.S.: per leggere l’articolo al quale fa riferimento l’immagine in testa al post cliccateci sopra. Ringrazio molto Maria Cristina Volontè che mi ha segnalato la notizia.

P.S.#2: in ogni caso, non ho formalmente nulla contro quella pista da sci sintetica brianzola. Nel senso che è meglio sia lì, in una zona già iper antropizzata, che su qualche pendio montano ancora vergine.