Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

Le castagne che nessuno raccoglie più

[Foto di Filipe Ramos, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
A girare per i boschi delle mie montagne, sui pendii ove le selve di castagni sono predominanti e paesaggisticamente identitarie anche perché storicamente sussistenziali (un tempo quassù si viveva di polenta e castagne, non c’era molto altro), mi sto rendendo conto di come ormai più nessuno o quasi le raccolga più, le castagne. Mi basta uscire dalla porta di casa e fare due passi nella selva oltre la via e credo che tutte quelle finora cadute dagli alberi lì presenti siamo rimaste a terra, ignorate da chiunque – residenti inclusi. Eppure ricordo che fino a pochi lustri fa, quand’ero ragazzino, queste erano selve nelle quali, da fine settembre in poi, a tirarci un sasso a caso e a occhi chiusi si sarebbe colpito qualcuno, per quanto brulicavano di gitanti-raccoglitori di castagne, la gran parte cittadini che salivano su questi monti vicinissimi all’hinterland milanese e se ne tornavano a casa con borse di plastica traboccanti di frutti e mani sanguinanti (evidentemente a pochi sovveniva che le castagne sovente stanno nei ricci e i ricci in quanto tali pungono, dunque un buon paio di guanti conveniva averlo con sé) ma espressioni palesemente soddisfatte sui volti degli adulti e dei bambini, nemmeno avessero trovato delle gran pepite d’oro.

In altre zone montane credo e spero che la raccolta delle castagne sia ancora un’attività praticata, anche solo per mero divertimento e per poi farsi una bella mangiata di caldarroste. Invece dalle mie parti, così vicine alla pianura metropolitana lombarda iperurbanizzata, iperantropizzata, ipercentrocommercializzata, oggi i boschi restano silenti e deserti e le castagne abbandonate sul terreno, tristemente destinate a una sorte di marcescenza. È un gran peccato, e lo dico senza essere un così fervido appassionato del frutto: anche senza considerare la storia che la castagna porta con sé – la definizione di “pane dei poveri” era un tempo quanto mai consona – e ciò che la presenza delle selve castanili ha significato per le genti che hanno abitato queste montagne e per il loro paesaggio (senza dire poi della meravigliosa storia del castagno, che veramente da millenni è una sorta di miglior amico arboreo dell’uomo), mi sembra che il disinteresse contemporaneo verso le castagne, che poi è un’apatia sostanzialmente rivolta all’ambiente naturale più prossimo a noi e al legame che dovremmo saper intrattenere con quella parte di Natura che è un elemento integrante della nostra quotidianità, sia emblematico in senso generale della nostra relazione con l’ambiente naturale ovvero del nostro distacco da esso, dell’alienazione sostanziale verso ciò che è posto al di fuori della nostra società e che evidentemente la società stessa non ritiene più meritevole di un valore variamente culturale (e nemmeno economico, ma fatemi intendere questo termine nella sua etimologia originaria) nonché, forse, emblematico della disconnessione tra uomini e Natura dalla quale provengono molti dei problemi che oggi dobbiamo constatare al riguardo, innanzi tutto in tema di salvaguardia.

Probabilmente per molti oggi non è più così divertente andare per selve a raccogliere castagne come lo era un tempo, quando si andava anche solo per il gusto di farlo senza nemmeno agognare la pancia piena di caldarroste o di altre prelibatezze affini e quella raccolta silvestre, per i più giovani, si trasformava puntualmente in una giocosa esplorazione di boschi e di monti. Forse è giusto così, i tempi cambiano e cambia la visione diffusa delle cose, le volontà, i gusti, i piaceri e le aspirazioni. E dunque, forse, che io trovi quelle selve sui monti di casa e le loro castagne abbandonate al suolo fin troppo immalincolenti è soltanto una mia idea esageratamente “nostalgica”. Chissà.

Engadina, montagna extra-lusso

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’Engadina è come quelle compagne di classe di cui sei sempre stato innamorato ma non hai mai avuto il coraggio di dirglielo per paura di chissà che cosa: ogni volta che la vedi, anche a distanza di anni, lei rimane sempre la più bella. L’Engadina possiede quella perfezione estetica propria delle visioni celestiali, quasi fosse una Beatrice dei paesaggi montani, la quintessenza dell’idea stessa delle Alpi. Fitti boschi di conifere, tanti larici prossimi a ingiallire; venature di roccia grigia – granito – e verde – serpentino – sotto cime aguzze e innevate; le acque grigie e rapide dei torrenti; i ghiacciai lassù che vedi e non vedi, e poi laghi qui e là, il tutto con un incastro di colori che sembrano scelti con la sapienza di un pittore impressionista. E quei prati, così perfettamente verdi, così perfettamente rasati, così perfettamente pettinati da far venire il sospetto che il sospetto che dietro ci sia qualche organizzazione di giardinieri anonimi che nottetempo si preoccupano di raderli e sistemarli come si fa con certe spiagge di sabbia bianca nei resort di extra lusso. Bellissimo, indubbiamente, peccato che l’Engadina, o quanto meno l’Alta Engadina – quella che va dal passo del Maloja fino a Celerina e Zernez – ormai sia diventata proprio come quei resort: montagna extra-lusso. E dunque quando ci vado a passeggiare in cerca di fresco – perché lassù è comunque più fresco che giù da noi che siamo non in montagna, ma “tra” le montagne – finisco per fare un viaggio strano, a suo modo disturbante, come se entrassi in un film di Wes Anderson, o nelle pagine di Thomas Mann aggiornate al 2022, e mi sentissi fuori posto. […]

[Tratto da Engadina, una Svizzera da cartolina di Tino Mantarro, pubblicato su “Kaiserpanorama” il 3 agosto 2022. Mantarro è l’autore di Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, la cui recensione trovate qui.]

Il paesaggio di Milano tra arte e architettura

Di “paesaggi” ce ne sono innumerevoli, tanti almeno quante sono le persone che li possono singolarmente formulare. Tuttavia, essendo il “paesaggio” una costruzione della mente umana, se potesse essercene uno “per antonomasia” non sarebbe quello naturale ma il paesaggio urbano, dove l’intervento antropico di trasformazione dell’ambiente naturale è oltre modo compiuto spinto alle estreme conseguenze, nel bene e nel male.

Sabato 15 prossimo a Milano, alle ore 10.30, insieme a Passeggiate d’Autore, Luciano Bolzoni – architetto scrittore, curatore d’arte, direttore culturale di Alpes e socio fondatore di Articon – propone L’incanto dell’architettura. Il paesaggio milanese tra arte e architettura, un’originale esplorazione della città e di alcuni dei suoi luoghi peculiari dove l’architettura del ‘900 si fonde con la pittura contemporanea. L’incontro sarà l’occasione di legare due aspetti così importanti della cultura e della società cittadina come appunto l’arte e l’architettura, oggi fusi insieme nella mostra ARCHIMIA del pittore-architetto milanese Alessandro Busci alla Babs Art Gallery di via Gonzaga (curata dallo stesso Luciano Bolzoni), dalla quale partirà il piccolo tour che racconterà alcuni episodi chiave dell’architettura moderna della città, con particolare attenzione al genio progettuale del grande Gio Ponti. Alla Milano “firmata” dell’era attuale si contrappone il fervore progettuale del tempo, capace di dare un volto definitivo al centro cittadino: l’itinerario parte quindi dalla visita alla Babs Gallery per poi procedere verso Piazza del Duomo (Arengario di Griffini / Magistretti / Muzio / Portaluppi), e poi verso l’edificio di Gio Ponti di via San Paolo / via Agnello, per terminare in Piazza San Babila.

Un’occasione veramente affascinante per osservare e contemplare il paesaggio milanese da un punto di vista particolare e dotato di innumerevoli intensità narrative, con una guida d’eccezione e di rara competenza.

Per saperne di più e partecipare, visitate il sito web di Passeggiate d’Autore.

L’uomo e il selvatico

[Vedute alaskane. Foto di Blake Guffin da Unsplash.]

Il selvatico non è ospitale, ignora l’esistenza dell’uomo, dei suoi valori e della sua cultura. Non c’è nessuna possibilità per noi di essere così come siamo, intatti, lì dentro. Per questo motivo tutte le spedizioni alpinistiche sono in primo luogo equipaggiamenti, preparazione atletica, training psicologico. L’uomo in quanto tale deve trasformarsi in una specie di mito tecnologico e morale, superiore agli elementi, perché, prima di tutto, non li può vedere.

[Marco Triches, Diario delle Alpi, MonteRosa Edizioni, 2022, pag.125. Per leggere la mia recensione al libro, cliccate qui.]