Un investimento in felicità

Montagne.
Colori.
Quiete.
Armonia.
L’acqua, unico suono.
Luci e ombre che si rincorrono.
L’aria che avviluppa delicatamente.
Le nubi che disegnano il cielo.
Il paesaggio si fa nuovamente certezza, dona rinnovata fiducia.
Vedere per osservare, sentire per ascoltare.
Camminare per meditare.

I passi spesi sul sentiero sono un investimento in felicità il cui rendimento è sublime bellezza.
Salire verso i monti per andare incontro a vecchie e preziose amicizie dalle quali farsi raccontare tante nuove storie, mai ascoltate prima.
E, in certi momenti, il silenzio. Quello che appare più eufonico di qualsiasi altro suono e sospende il tempo insieme al moto dei passi per poterlo apprezzare meglio, sospende il respiro, sospende il cuore, sospende la mente.

In uno di quei momenti un giovane camoscio spunta dagli alberi, si ferma un attimo, osserva, scompare di nuovo nel bosco.
L’acqua nel fondovalle risuona ancora.

Forse, a prescindere dal naturale scorrere delle stagioni, queste pause autunnali servono a ritrovare l’armonia che l’estate rumorosa ha forzatamente messo da parte. Non me ne vogliano gli operatori turistici ma è ora che la montagna torna a essere autentica, è in questi momenti che ricomincia a raccontare le sue storie a chiunque le sappia ascoltare e a ribadire la propria verità. Verso la quale si può anche dissentire ma che non si può assolutamente ignorare, e che ci dovrebbe far riflettere, riguardo quale frequentazione considerare per le terre alte e per quanto di meraviglioso sanno offrire.

Perché la bellezza non si può ignorare, non si può non tentare di farla propria e diventarne armonici.

Non possiamo ignorare noi stessi, in montagna. Lassù, noi siamo montagna, e così dobbiamo essere colori, quiete, armonia, luce e ombra, aria e cielo.

Siamo paesaggio, dentro e fuori.

Siamo vita.

“Ambientalismo da salotto”?

[Immagine tratta da www.italiaonline.it.]
Quando scrivo di progetti e infrastrutture realizzate in montagna che personalmente ritengo opinabili quando non deleterie, e ciò che scrivo rimbalza qui e là sul web e sui social media, puntualmente spuntano i commenti di chi ritiene le mie considerazioni «ambientalismo da salotto» o di uno «che vive in città e non conosce la montagna» oppure sentenzia che sarei tra quelli che non vogliono che si tocchi e si faccia nulla, in montagna, che «a non far niente non si sbaglia mai» (cit.)

Bene, per quanto mi riguarda (ovvero parlo per me, ma forse altri la pensano come me): non sono un ambientalista dacché non ho doti e virtù per esserlo (cos’è un “ambientalista,”, poi?), vivo in montagna, girovago in quota appena posso, studio la cultura alpina sotto diversi aspetti, lavoro su progetti culturali per i territori montani. Non sono affatto contrario a fare cose, in montagna, ma sono contrarissimo a farle male e vorrei che le cose fatte in montagna fossero basate sul buon senso e sulla conoscenza scientifico-culturale dei luoghi, non sull’ammontare del profitto possibile o sulla convenienza del momento. Vorrei che le cose fatte in montagna avessero una visione strategica sviluppata nel tempo e non solo un interesse limitato al qui-e-ora, vorrei che fossero il frutto di una progettualità attenta, meditata, strutturata, non di iniziative messe in piedi al volo per sfruttare i vantaggi del momento e giustificate da meri slogan propagandistici, vorrei che fossero condivise con chiunque vive e lavora nel territorio oggetto degli interventi, non solo con gli amici e i sodali, vorrei che non fossero sempre così autoreferenziali ma georeferenziali cioè che avessero sempre al centro il luogo e non chi lo comanda, vorrei che quanto più alto sia l’ammontare dei soldi pubblici investiti tanto più le opere relative promuovano vantaggi che siano i più ampi e condivisi possibile e non il contrario, vorrei che finalmente tali opere e le idee da cui nascono riconsiderassero economia e ecologia come due elementi consonanti, non contrapposti. L’ambiente è importante, la sua salvaguardia è imprescindibile ma, prima, lo deve essere la coerenza, la visione, la consapevolezza, la responsabilità verso ciò che si sta facendo sotto ogni punto di vista: politico, economico, sociale, ecologico, culturale… ogni punto di vista ovvero ogni ambito che è parte del luogo in cui si interviene e ne forma il contesto. E resto convinto che possa essere molto meno dannoso, per dire, un grande edificio di cemento e acciaio, se ben studiato e armonizzato al luogo, che una qualsiasi piccola opera la quale non c’entri nulla con il luogo nel quale viene piazzata, con la sua storia, il suo ambiente naturale e il suo paesaggio. Se la prima cosa non è certamente semplice da concepire, la seconda è fin troppo facile da realizzare, con tutti i conseguenti danni che si possono così diffusamente contemplare.

Ecco. Forse il nocciolo della questione è proprio quell’affermazione, «a non far niente non si sbaglia mai» ovvero il suo opposto: a pretendere di poter fare qualsiasi cosa, si sbaglia quasi sempre. Solo a fare le cose con intelligenza e buon senso facilmente ne verranno fuori opere “giuste”, apprezzabili, gradevoli, encomiabili. D’altro canto questa è una cosa che si impara fin da piccoli, che bisogna usare la testa a fare le cose, no? Evidentemente qualcuno, crescendo, se la scorda. Chissà come mai.

Il paesaggio “noioso” (?)

[Visioni alpestri domestiche, osservate infinite volte e sempre differenti.]
Non vorrei apparire troppo acido o irriverente, ma fatemi dire che quelle persone per le quali «un luogo è sempre uguale» ovvero un certo paesaggio li annoia perché l’hanno (avrebbero) già visto tot volte, penso siano tra gli individui più noiosi in circolazione, assolutamente.

Loro sì, noiosi. Non il paesaggio.

E non funge da attenuante il fatto che probabilmente, loro malgrado, non conoscano la differenza tra territorio e paesaggio: nulla cambia, sosterrebbero comunque le stesse cose.

Per proferire pensieri del genere tali individui non possono che aver soffocato ogni proprio stimolo alla curiosità per quanto hanno intorno e ogni capacità di percezione delle sue peculiarità. Non sanno più pensare al luogo, non lo concepiscono, non lo comprendono più, non pensano nemmeno a se stessi nel luogo, mentre probabilmente lo credono ovvero vi si relazionano come a un “bene” già consumato e dissipato. Dimostrano una gran sterilità di mente e d’animo, insomma, ergo appaiono d’una noia mortale.

Mi si sono generate in mente, queste impressioni, nel mentre che per la decimillesima volta vagabondavo per i monti sopra casa e mi ritrovavo di fronte uno dei loro “soliti” panorami, percependo l’altrettanto solita e sorprendente sensazione, nell’osservarlo, che lo vedessi per la prima volta. Perché mi sembra(va) sempre come “nuovo”, ogni volta differente da tutte le altre volte precedenti, con qualcosa da coglierci mai visto prima e in effetti è proprio così: il paesaggio cambia ogni volta che lo osserviamo, anche quando ci sembra sempre lo stesso e quando le condizioni ambientali nelle quali lo osserviamo sono (apparentemente) uguali ad altre volte: ma in verità non è affatto così, non è mai lo stesso.

Non lo è anche solo per il fatto che siamo cambiati noi che lo osserviamo e, in quel frangente, del paesaggio facciamo parte e vi interagiamo. Anche da un giorno con l’altro, oserei dire da un’ora all’altra. E deve essere così, necessariamente, perché se non cambiassimo noi così come effettivamente cambia il paesaggio – che si sia in grado di percepirlo, tanto o poco oppure per nulla – finiremmo per essere persone veramente noiose, già.

Alla montagna serve lungimiranza

La tendenza odierna in montagna è quella di inventare sempre nuovi giochi e attrazioni, anche a carattere prettamente culturale, con i quali dimostrare all’ospite che per lui si è fatto “anche questo”. Queste iniziative, volenti o nolenti, vanno a sostituirsi alla naturale propensione dell’ospite a scoprire per suo conto le cose che davvero lo possono meravigliare.
Funziona così: ci sono un po’ di soldi da spendere, attrezzature e mano d’opera costano, dunque il denaro è speso facilmente in questo modo, cercando di dimostrare che è stato speso per opere concrete. Non voglio qui parlare di altro genere di motivazioni a spendere: voglio rimanere sull’affermazione che il denaro disponibile deve essere speso in modo diverso. Anzitutto si deve considerare un periodo più lungo (in luogo del “tutto e subito”), un periodo che vada oltre la durata della carica di quell’amministratore o amministrazione.
Il punto che vorrei suggerire ai nostri amministratori, per ciò che riguarda l’ambiente e la qualità nell’offrire ospitalità, è che i progetti devono essere decennali, anche ventennali e non esaurirsi entro le prossime elezioni. Devono essere veri progetti lungimiranti, non dei “mordi e fuggi” che vanno bene nell’immediato per fare bella figura, per concludere l’evento e poi chi s’è visto s’è visto. L’ambiente si conserva con progetti che vanno molto alla lontana, i cui effetti non potremo vedere noi ma magari solo i nostri figli. Valutare i progetti in quest’ottica è ciò che dà qualità, anche immediata.

Alessandro Gogna, uno dei più importanti alpinisti italiani nonché figura di riferimento per tutto il mondo della montagna, intervistato da Ivo Cestari (alias Lou Arranca) in Dal tema delle ferrate (con l’obbrobrio sulla Paganella) a quello dei ponti tibetani e delle panchine giganti: la montagna per Alessandro Gogna, pubblicato su “Il Dolomiti” il 01 settembre scorso e ripreso in Vagando per i boschi di Sagron-Mis su gognablog.sherpa-gate.com il 20 settembre. Un’intervista assolutamente interessante sui temi del turismo in montagna, e sulle montagne di domani, come lo sono sempre le osservazioni illuminate e illuminanti di Gogna (anche per chi vi dissenta, senza dubbio).

Cliccate sulle immagini per leggere l’intervista nella sua interezza.

Due libri, quasi tre

Come ho già scritto in altre simili occasioni, non parlo spesso di libri altrui non ancora letti ma a volte faccio eccezioni per autori – le cui ultime opere sono uscite di recente – che ho la fortuna di conoscere personalmente, che ho già letto in passato e dunque la cui qualità tanto umana quanto letteraria, per ciò che mi riguarda, do per assodata ergo altamente raccomandata.

Lorenzo Cremonesi è senza alcun dubbio uno dei più esperti e stimati reporter italiani, in senso assoluto ma in particolar modo riguardo gli scenari bellici, che ha vissuto per 40 e più anni in ogni parte del mondo. Ma è anche una persona nella cui storia personale un posto speciale lo occupano montagne la cui frequentazione condividiamo, quelle tra il bacino dell’Adda e le valli bergamasche: dorsali prealpine di modeste altitudini ma dotate di paesaggi straordinari, orizzonti vastissimi e geonarrazioni affascinanti. Peculiarità che, sono certo, si possono ritrovare anche in questo suo ultimo libro, nel quale il conflitto armato è il punto di vista ideale per ripercorrere la storia di Lorenzo e quella del mondo in cui viviamo. Dal racconto del nonno tornato in licenza per 24 ore dalle trincee del Carso per sposarsi ai bombardamenti di Kiev, dal lungo lavoro come corrispondente da Gerusalemme fino ai fronti battuti da reporter in Iraq, Libano, Afghanistan, Pakistan, Siria, Libia e Ucraina, dal primo viaggio in bicicletta in Israele da ragazzo all’inchiesta sulla tragica morte sul campo della collega Maria Grazia Cutuli: una sorta di grande romanzo di guerra che intreccia storia familiare e reportage in presa diretta e narra vicende, personaggi e luoghi memorabili degli ultimi quarant’anni. Storie di esodi, morte e distruzione che ci aiutano a capire meglio il passato recente, il mondo di oggi e quello di domani.

Franco Faggiani è invece uno degli scrittori più raffinati e sensibili che conosca: verso le storie che racconta, i personaggi che ne fa protagonisti nonché verso i luoghi narrati, di frequente montani. Anche con lui ho intrecciato esperienze alpestri affascinanti, per le quali questo suo nuovo libro è un compendio tanto inevitabilmente incompleto quanto profondamente emblematico di ciò che sono le nostre montagne e di quante narrazioni ci possono donare. Ho avuto la fortuna di condividere anche una parte di cammino con Franco, quella sui monti che, guarda caso, dalle zone frequentate da (e condivise con) Lorenzo Cremonesi vanno verso nord e nei secoli sono stati la culla di una categoria di montanari dalla storia sorprendente: i bergamini. È uno dei dieci itinerari raccontati in questa sorta di atlante geografico che è anche un incrocio di vicende reali e leggendarie, insieme alle strade dei contrabbandieri e del sale in Liguria, i sentieri dei pellassier, gli antichi commercianti di capelli delle valli cuneesi, la via del rimpatrio dei valdesi da Ginevra, il Sentiero del Re in Valle d’Aosta, Leonardo e i vigneti della Valtellina, la strada dell’acqua in Trentino, le antiche testimonianze dei Cimbri, la millenaria Foresta di Tarvisio o, ancora, il mondo magico dell’abbazia di Novacella in Alto Adige. Per il lettore il racconto, illustrato dalle fotografie dello stesso autore, è un invito al viaggio lento, un itinerario reale ed emozionale attraverso un territorio che copre sette regioni italiane lungo tutto l’arco alpino.

L’ultimo libro del quale vi dico in realtà non è ancora stato pubblicato ma lo sarà a breve, ed è il ritorno di uno dei libri più visionari sui temi del viaggio e del paesaggio da parte di uno degli autori più illuminanti al riguardo: Davide Sapienza. Nel libro Davide disegna la mappa di un territorio che vuole essere immaginario fin da subito, dal nome stesso che gli viene dato: la Valle di Ognidove. Ma immaginario non vuol dire arbitrario: l’immaginazione di un artista è rigorosissima. Uno scrittore vero, e Davide lo è, va incontro a un’esperienza inevitabile, che molti hanno descritto: non è lui a decidere cosa deve diventare parola e racconto. Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta; è il servo della storia e della pagina, il servo di due padrone sensuali ed esigenti. La mappa continuamente ridisegnata è quella di un sogno infinito, che come tutti i sogni – ci insegna Freud, quest’altro grande esploratore – è fatto di realtà. È preciso e mai mistificatorio: come gli angoli e le anse del mondo, come le pagine di questo libro.

Insomma, tre libri (o quasi, appunto, visto che uno deve ancora uscire) assai consigliati. Ma penso che non vi sia bisogno di rimarcarlo – be’, ormai l’ho fatto, e va bene così. Comunque, cliccate pure sulle immagini delle copertine, per saperne di più.