Il Wetterhorn, una montagna spettacolare – ma alla quale poteva andare anche meglio!

(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)

[Foto di Janis Fasel su Unsplash.]
Il Wetterhorn è senza dubbio una delle montagne più spettacolari della Svizzera e di tutte le Alpi. Possente, maestosa, imponente, domina con la sua triplice vetta – che raggiunge la quota massima di 3704 m – una delle vedute più famose e fotografate della Svizzera, quella della conca valliva di Grindelwald, sulla quale precipita dalle zone sommitali glaciali con un’impressionante parete verticale alta 1400 metri e una prominenza complessiva dal fondovalle di oltre 2000 metri.

Ha solo una “sfortuna”, il Wetterhorn: l’orogenesi di questa parte delle Alpi l’ha piazzata accanto a montagne ancora più elevate e, soprattutto, più celebrate dalle cronache e dal turismo mondiale. Innanzi tutto l’Eiger, poi il Monch e la Jungfrau – la celeberrima “triade” dell’Oberland bernese – e poi altri quattromila della zona come lo Shreckhorn, il Lauteraarhorn, il Finsteraarhorn… Così sovrastato da queste vette e messo in ombra dalla loro fama globale, il Wetterhorn risulta inesorabilmente meno famoso e citato. Eppure, la sua avvenenza alpestre non è da meno rispetto a quella dei rinomati monti vicini e la sua parete nord ovest non sfigura in imponenza rispetto alla celeberrima nord dell’Eiger, della quale è solo qualche dozzina di metri meno alta; d’altro canto il Wetterhorn vanta una lunga serie di opere pittoriche che lo ritraggono, come se prima dell’avvento del turismo commerciale, concentratosi sui monti vicini (innanzi tutto grazie alla rinomata Ferrovia della Jungfrau; ma anche il Wetterhorn era risalito da una funivia parecchio spettacolare: l’ho raccontata qui), i viaggiatori che giungevano in zona fossero ben più sensibili alla sua bellezza.

[Il Wetterhorn giganteggia sopra le case di Grindelwald. Foto di W. Bulach, opera propria, CC BY-SA 4.0. Fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro sul versante opposto di Grindelwald, quello della Haslital ove si trova la località di Meiringen (sì, quella che, si dice, ha dato il nome alla meringa), il Wetterhorn in passato era chiamato Hasle Jungfrau, essendo la vetta massima del paesaggio visibile da quella zona così come la Jungfrau vera e propria lo è per il versante dirimpetto, il che ne rimarcava non solo l’importanza morfologica ma anche il forte valore di marcatore referenziale del monte per la geografia locale.

Ma per me che sono un gran appassionato di montagne tanto quanto di toponomastica alpina, il fascino del Wetterhorn nasce anche da questo suo strano nome: il “Corno del tempo”, inteso proprio come tempo meteorologico. Infatti wetter in tedesco significa “tempo” – «Was ist für Wetter?», «Che tempo fa?» – e lo si può usare sia con accezione positiva che per “maltempo” così come per indicare le previsioni meteo. Fatto sta che non sono riuscito a trovare alcuna informazione sull’origine del toponimo Wetterhorn. Perché tale diretto riferimento alla meteorologia nel nome? Forse che la montagna con la sua mole riesce a influenzare le correnti atmosferiche e dunque le condizioni del tempo nella zona? O forse perché anche per il Wetterhorn (come accade per molte altre montagne) la presenza di particolari circostanze meteorologiche, ad esempio la presenza di nubi stazionanti sulla vetta (come nella “cartolina” qui sotto), è sintomo di imminente maltempo?

Non è dato sapersi – almeno per lo scrivente.

[Foto di Xperience, opera propria, pubblico dominio. Fonte commons.wikimedia.org.]
Magari, qualcuno di voi che state leggendo questo mio articolo ne sa di più al riguardo: sarò ben felice di imparare da lui. Fatto sta che per il momento il “mistero” toponomastico del Wetterhorn resta. Ma anche stavolta è un mistero che in fondo accresce ancor di più il fascino del Wetterhorn e ne alimenta la grande valenza geografica e culturale per il territorio che domina e per chiunque abbia la fortuna di ritrovarselo, così scenograficamente maestoso e spettacolare, nello sguardo.

Sui monti aumentano gli incidenti da impreparazione e faciloneria. La montagna non è un parco giochi: perché allora spesso così viene trasformata e imposta?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 25 luglio 2024. Qui lo trovate nella sua versione completa.)

Dovunque sulle Alpi sono in costante aumento gli incidenti nel corso di normali escursioni – cioè occorsi a persone che vanno per sentieri più o meno facili, non che scalano e affrontano difficoltà alpinistiche. Il CNSAS nel 2023 ha effettuato 5.257 interventi per incidenti escursionistici su un totale di 12.349 missioni di soccorso, nel 2022 erano stati 5.083 a fronte di 10.347 missioni.

Questo preoccupante trend si registra anche in Svizzera, paese nel quale di sicuro la cultura della montagna è più sviluppata che in Italia. «Pensiamo che molte persone non siano consapevoli dei pericoli e non siano attrezzate a dovere e assumano troppi rischi» spiega a “Rsi.ch” Mara Zenhäusern, portavoce dell’UPI – Ufficio prevenzione infortuni: esattamente quanto va sostenendo da tempo il nostro Soccorso Alpino, mettendo in guardia dall’affrontare la montagna, anche quella apparentemente semplice, con poca consapevolezza e troppa superficialità.

[L’aumento degli incidenti escursionisti sulle Alpi svizzere fino al 2021. Immagine tratta da “Rsi.ch“.]
Infatti Bruno Maerten, responsabile di BernaSentieri – zona est, sempre su “Rsi.ch” aggiunge: «La montagna può essere pericolosa, non è un parco giochi!». Ecco, appunto: la montagna non è un parco giochi. Eppure moltissime persone vi si comportano come se in quota stessero giocando, manifestando comportamenti del tutto superficiali e stupidi: d’altro canto se vai in un parco giochi questo fai, pensi a divertirti anche insulsamente ma ci sta, il posto è fatto per questo.

Ma la montagna non è un parco giochi, non è fatta per esserlo, e chi la trasforma in un luna park compie un crimine duplice: degrada la montagna e involgarisce il comportamento da tenere quando vi ci si trova. Viene inevitabilmente da chiedersi: è solo un caso che da una parte si denunci la condotta scriteriata di molti gitanti montani e il conseguente aumento di incidenti, e dall’altra sulle montagne si continuino a realizzare parchi giochi – panchine giganti, ponti sospesi, percorsi-avventura, roller coaster, tubing, eccetera – che nulla fanno per educare le persone al giusto comportamento da tenere, anzi, contribuiscono (inevitabilmente, verrebbe da pensare) alla diffusione di condotte così superficiali e pericolose?

Il timore assai vivido è che non sia affatto un caso. Quelle pratiche turistiche, e le infrastrutture che di conseguenza vengono realizzate, contribuiscono a far credere a molte persone prive di una cultura e una preparazione pur minima nei confronti dell’ambiente montano – e forse prive anche di rispetto per esso – che anche in alta quota si possa giocare, ci si possa divertire senza pensare ad altro, che contino solo l’adrenalina e l’effetto wow artificialmente riprodotti da quelle giostre ovviamente sicure e poi, scesi da lì, si possa ritrovare la stessa adrenalina sui sentieri sentendosi parimenti sicuri. Tanto la montagna è un parco giochi, che mai potrebbe accadere?

E pensare che, come rimarca Andrea Castelli su “Il Dolomiti”, fino agli anni Novanta chi andava in montagna senza indossare scarponi adeguati sembrava un pazzo o un povero idiota, la scarpa da ginnastica era considerata un autentico vilipendio. Castelli ricorda le parole che già tempo fa gli disse Cesare Maestri, «Non abbiamo saputo educare alla montagna!», e i risultati di questa cronica mancata educazione sono ora sotto gli occhi di tutti: gente che vaga per montagne senza capire dove si trova, comportamenti irrispettosi e scriteriati, incidenti a gogò su qualsiasi sentiero, non di rado fatali.

[Un intervento della REGA, la Guardia Aerea Svizzera di Soccorso. Immagine tratta da facebook.com/rega1414.]
No, la montagna non è questo e non abbisogna di tutto ciò, di quei terribili parchi giochi con le loro giostre per adulti senza testa, di tutta questa gente che si comporta come fosse al luna park o in spiaggia, di tali comportamenti privi di senno, maleducati, pericolosi. Detto fuori dai denti, piuttosto di dover constatare tutto questo, è bene che queste persone se ne vadano altrove, a meno che prima di salire in quota non sappiano prendere coscienza e consapevolezza di ciò che comporta. Ed è bene anche che i promotori – quasi sempre sono i politici locali – di quei parchi giochi che con tanta frequenza proliferano sui nostri monti si assumano finalmente la responsabilità di queste loro iniziative così degradanti. La colpa fondamentale è loro, non dei gitanti inconsapevoli e privi degli strumenti per capire: non girino lo sguardo dall’altra parte quando poi sui giornali appaiono gli articoli sugli incidenti e sui recuperi del Soccorso Alpino. Ne siano coscienti, una volta per tutte.

[Un intervento del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Immagine tratta da www.cnsas.it.]
Infine, ultima ma non ultima cosa, si ricominci a educare le persone alla montagna e alla sua corretta frequentazione. Perché evidentemente fino a oggi si è creduto che non servisse e invece serve eccome – e non è qualcosa che può essere trasmesso dal web o con quale mirabolante app, tutt’altro. Ne va del destino delle montagne stesse e di tutti noi che vorremmo continuare a frequentarle e rispettarle usando la testa.

 

Una parola in favore della Natura

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e a una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante, e non come membro della società. Desidero fare un’affermazione estrema, e per questo sarò enfatico: la civiltà ha già fin troppi paladini; il pastore, il comitato scolastico, e ciascuno di voi potrà assumersi questo compito.

[Henry David Thoreau, Camminare, incipit dell’edizione Mondadori 2015, traduzione di Maria Antonietta Prina; orig. Walking, or the Wild, 1863. La mia recensione al libro la trovate qui.]

Le Olimpiadi invernali? Ormai non le vuole quasi più nessuno!

Le Olimpiadi Invernali del 2030, quelle successive a Milano-Cortina, si terranno sulle Alpi francesi, mentre quelle del 2034 con tutta probabilità negli USA, a Salt Lake City.

In entrambi i casi il CIO – Comitato Olimpico Internazionale non ha dovuto faticare troppo nel scegliere a chi assegnarle, dato che si tratta di candidature uniche. Le altre località (e i rispettivi paesi) candidate si sono ritirate prima dell’assegnazione – per i Giochi del 2030 erano Svizzera e Svezia – e pure nel caso delle Olimpiadi assegnate a Milano-Cortina la sola concorrente, ancora la Svezia, presentò un dossier di candidatura talmente debole da determinare inevitabilmente l’assegnazione all’Italia. Senza contare tutte le altre candidature concorrenti a quella italiana ritirate ancora prima della decisione, spesso in forza di referendum popolari: Vallese e Grigioni per la Svizzera, il Tirolo e Salisburgo per l’Austria, Monaco di Baviera per la Germania, Calgary per il Canada, Sapporo per il Giappone. Giusto per fare un paragone emblematico, per i Giochi del 2006 (non di cinquant’anni fa) assegnati a Torino le candidature furono ben sei.

[Immagine tratta da “L’AltraMontagna“.]
Morale della storia: quasi più nessuno ormai è disposto a ospitare le Olimpiadi Invernali, un evento tanto prestigioso e attrattivo quanto invasivo e impattante sui territori montani, sui loro ambienti e sui paesaggi, sulle comunità che vi abitano e sugli equilibri economici, sociali e culturali caratterizzanti quei territori.

Perché?

Be’, mi viene da dire (amaramente) che la risposta di questi tempi viene facile agli italiani più che a chiunque altro: basta osservare ciò che sta accadendo con l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Budget aumentato in maniera esponenziale e per la gran parte basati su soldi pubblici (siamo prossimi ai 6 miliardi di Euro per quindici giorni di gare!), opere mal progettate, inutili e impattanti (pista di bob di Cortina docet, ma non è la sola) pur a fronte di quelle realizzate per i Giochi di Torino 2006 e ora abbandonate e fatiscenti, nessun coinvolgimento delle comunità locali, scarse o nulle valutazioni sugli impatti ambientali delle opere previste, nessuna garanzia sui costi post olimpici delle opere e sul loro utilizzo, nessuna trasparenza sull’andamento dei progetti, potenziali infiltrazioni delle organizzazioni malavitose (già sono state aperte alcune inchieste al riguardo)… insomma, l’elenco delle cose che non vanno bene è lungo e inquietante. Una situazione peraltro ben illustrata dal report “Open Olympics”, che riporta i risultati della campagna internazionale di monitoraggio civico delle opere relative ai Giochi di Milano Cortina 2026.

Ecco, ora si capirà bene il perché quasi più nessuno ambisca a ospitare le Olimpiadi Invernali.

Peraltro, per quelle del 2030 il CIO ha stabilito la conferma della candidatura francese ma solo se la Francia si impegnerà a sostenere economicamente l’organizzazione dei Giochi. Forse che dopo aver constatato i gran casini combinati dall’Italia per Milano-Cortina 2026, ora il CIO non ne voglia più sapere di problemi del genere?

Inoltre, domanda ulteriore e ancor più spontanea: di questo passo, e al netto di cambiamenti radicali nell’idea e nell’organizzazione, da qui a pochi anni esisteranno ancora le Olimpiadi Invernali?

Il dubbio obiettivamente sorge, e anche ben vivido.

(Le immagini lì sopra pubblicate del cantiere della pista di bob di Cortina sono tratte da “L’AltraMontagna“. Qui invece trovate i miei numerosi articoli dedicati alla questione olimpica.)