[Foto di Filipe Ramos, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]A girare per i boschi delle mie montagne, sui pendii ove le selve di castagni sono predominanti e paesaggisticamente identitarie anche perché storicamente sussistenziali (un tempo quassù si viveva di polenta e castagne, non c’era molto altro), mi sto rendendo conto di come ormai più nessuno o quasi le raccolga più, le castagne. Mi basta uscire dalla porta di casa e fare due passi nella selva oltre la via e credo che tutte quelle finora cadute dagli alberi lì presenti siamo rimaste a terra, ignorate da chiunque – residenti inclusi. Eppure ricordo che fino a pochi lustri fa, quand’ero ragazzino, queste erano selve nelle quali, da fine settembre in poi, a tirarci un sasso a caso e a occhi chiusi si sarebbe colpito qualcuno, per quanto brulicavano di gitanti-raccoglitori di castagne, la gran parte cittadini che salivano su questi monti vicinissimi all’hinterland milanese e se ne tornavano a casa con borse di plastica traboccanti di frutti e mani sanguinanti (evidentemente a pochi sovveniva che le castagne sovente stanno nei ricci e i ricci in quanto tali pungono, dunque un buon paio di guanti conveniva averlo con sé) ma espressioni palesemente soddisfatte sui volti degli adulti e dei bambini, nemmeno avessero trovato delle gran pepite d’oro.
In altre zone montane credo e spero che la raccolta delle castagne sia ancora un’attività praticata, anche solo per mero divertimento e per poi farsi una bella mangiata di caldarroste. Invece dalle mie parti, così vicine alla pianura metropolitana lombarda iperurbanizzata, iperantropizzata, ipercentrocommercializzata, oggi i boschi restano silenti e deserti e le castagne abbandonate sul terreno, tristemente destinate a una sorte di marcescenza. È un gran peccato, e lo dico senza essere un così fervido appassionato del frutto: anche senza considerare la storia che la castagna porta con sé – la definizione di “pane dei poveri” era un tempo quanto mai consona – e ciò che la presenza delle selve castanili ha significato per le genti che hanno abitato queste montagne e per il loro paesaggio (senza dire poi della meravigliosa storia del castagno, che veramente da millenni è una sorta di miglior amico arboreo dell’uomo), mi sembra che il disinteresse contemporaneo verso le castagne, che poi è un’apatia sostanzialmente rivolta all’ambiente naturale più prossimo a noi e al legame che dovremmo saper intrattenere con quella parte di Natura che è un elemento integrante della nostra quotidianità, sia emblematico in senso generale della nostra relazione con l’ambiente naturale ovvero del nostro distacco da esso, dell’alienazione sostanziale verso ciò che è posto al di fuori della nostra società e che evidentemente la società stessa non ritiene più meritevole di un valore variamente culturale (e nemmeno economico, ma fatemi intendere questo termine nella sua etimologia originaria) nonché, forse, emblematico della disconnessione tra uomini e Natura dalla quale provengono molti dei problemi che oggi dobbiamo constatare al riguardo, innanzi tutto in tema di salvaguardia.
Probabilmente per molti oggi non è più così divertente andare per selve a raccogliere castagne come lo era un tempo, quando si andava anche solo per il gusto di farlo senza nemmeno agognare la pancia piena di caldarroste o di altre prelibatezze affini e quella raccolta silvestre, per i più giovani, si trasformava puntualmente in una giocosa esplorazione di boschi e di monti. Forse è giusto così, i tempi cambiano e cambia la visione diffusa delle cose, le volontà, i gusti, i piaceri e le aspirazioni. E dunque, forse, che io trovi quelle selve sui monti di casa e le loro castagne abbandonate al suolo fin troppo immalincolenti è soltanto una mia idea esageratamente “nostalgica”. Chissà.
Ah, gente proprio fortunata quella dell’alta Valtellina!
Clima impazzito o no, grazie alle Olimpiadi loro la neve per sciare sulle piste ce l’avranno «sicura».
Be’, certo, sempre che non soffrano di qualche malanno fisico…
O forse che i moderni cannoni sparaneve posseggano anche qualità sanitarie e terapeutiche? 🤔
[Immagine tratta da www.italiaonline.it.]Quando scrivo di progetti e infrastrutture realizzate in montagna che personalmente ritengo opinabili quando non deleterie, e ciò che scrivo rimbalza qui e là sul web e sui social media, puntualmente spuntano i commenti di chi ritiene le mie considerazioni «ambientalismo da salotto» o di uno «che vive in città e non conosce la montagna» oppure sentenzia che sarei tra quelli che non vogliono che si tocchi e si faccia nulla, in montagna, che «a non far niente non si sbaglia mai» (cit.)
Bene, per quanto mi riguarda (ovvero parlo per me, ma forse altri la pensano come me): non sono un ambientalista dacché non ho doti e virtù per esserlo (cos’è un “ambientalista,”, poi?), vivo in montagna, girovago in quota appena posso, studio la cultura alpina sotto diversi aspetti, lavoro su progetti culturali per i territori montani. Non sono affatto contrario a fare cose, in montagna, ma sono contrarissimo a farle male e vorrei che le cose fatte in montagna fossero basate sul buon senso e sulla conoscenza scientifico-culturale dei luoghi, non sull’ammontare del profitto possibile o sulla convenienza del momento. Vorrei che le cose fatte in montagna avessero una visione strategica sviluppata nel tempo e non solo un interesse limitato al qui-e-ora, vorrei che fossero il frutto di una progettualità attenta, meditata, strutturata, non di iniziative messe in piedi al volo per sfruttare i vantaggi del momento e giustificate da meri slogan propagandistici, vorrei che fossero condivise con chiunque vive e lavora nel territorio oggetto degli interventi, non solo con gli amici e i sodali, vorrei che non fossero sempre così autoreferenziali ma georeferenziali cioè che avessero sempre al centro il luogo e non chi lo comanda, vorrei che quanto più alto sia l’ammontare dei soldi pubblici investiti tanto più le opere relative promuovano vantaggi che siano i più ampi e condivisi possibile e non il contrario, vorrei che finalmente tali opere e le idee da cui nascono riconsiderassero economia e ecologia come due elementi consonanti, non contrapposti. L’ambiente è importante, la sua salvaguardia è imprescindibile ma, prima, lo deve essere la coerenza, la visione, la consapevolezza, la responsabilità verso ciò che si sta facendo sotto ogni punto di vista: politico, economico, sociale, ecologico, culturale… ogni punto di vista ovvero ogni ambito che è parte del luogo in cui si interviene e ne forma il contesto. E resto convinto che possa essere molto meno dannoso, per dire, un grande edificio di cemento e acciaio, se ben studiato e armonizzato al luogo, che una qualsiasi piccola opera la quale non c’entri nulla con il luogo nel quale viene piazzata, con la sua storia, il suo ambiente naturale e il suo paesaggio. Se la prima cosa non è certamente semplice da concepire, la seconda è fin troppo facile da realizzare, con tutti i conseguenti danni che si possono così diffusamente contemplare.
Ecco. Forse il nocciolo della questione è proprio quell’affermazione, «a non far niente non si sbaglia mai» ovvero il suo opposto: a pretendere di poter fare qualsiasi cosa, si sbaglia quasi sempre. Solo a fare le cose con intelligenza e buon senso facilmente ne verranno fuori opere “giuste”, apprezzabili, gradevoli, encomiabili. D’altro canto questa è una cosa che si impara fin da piccoli, che bisogna usare la testa a fare le cose, no? Evidentemente qualcuno, crescendo, se la scorda. Chissà come mai.
La crisi che si sta attraversando, geografie in forte mutazione e il dinamismo progettuale di alcune realtà pongono alle montagne un tema inedito: come ritornare a essere un territorio dell’abitare.
Forse il paradigma delle “Alpi patrimonio” sembra conoscere, dopo più di tre decenni di vita, la sua fase discendente. Nato in contrapposizione al processo di turistificazione industriale delle montagne, parallelo al fenomeno di spopolamento, che ha costituito il leitmotiv alpino del “secolo breve” e della fase del fordismo urbano, il paradigma delle “Alpi patrimonio” è venuto a fondarsi sulla centralità dell’attore pubblico e su rilevanti finanziamenti in particolare di matrice europea, avendo al centro un’idea precisa: puntare sulla valorizzazione e la patrimonializzazione delle eredità materiali e culturali (storia, tradizioni, prodotti locali, architettura rurale, turismo soft, ecc.) come “piattaforma” per far fuoriuscire le aree non soggette ai processi di sviluppo turistico dalla loro marginalità.
Questa stagione, che indubbiamente è stata importante, e che ha comportato anche una nuova autoconsapevolezza autoctona, ha col tempo dimostrato una serie di limiti. Innanzitutto la centralità nuovamente attribuita al tema del turismo. E soprattutto un’idea di progetto contemporaneo delle montagne fondata essenzialmente su elementi del passato, a partire da “materialità” e valori simbolici tutti inscritti nel retaggio della civiltà alpina storica. Come se fosse impossibile costruire nuove valenze della montagna.
La crisi strutturale odierna, il venir meno dell’azione pubblica, il dinamismo certamente di nicchia ma comunque pionieristico e innovativo di alcune progettualità locali proprio nei luoghi fino a poco tempo fa ritenuti maggiormente marginali, mostrano geografie (di attori, di luoghi, di valori) in forte mutazione. Non più semplice playground turistico, le Alpi di oggi pongono un tema per molti versi inedito: come ritornare a essere un territorio tout court dell’abitare. […]
Sotto questo profilo le Alpi ripropongono nuovamente – secondo un’immagine messa a fuoco per la prima volta da Horace-Bénédict de Saussure – la loro natura di “laboratorio strategico”. È sulle Alpi che possono essere sperimentati nuovi modelli di sviluppo, capaci di conciliare crescita e qualità, innovazione e valorizzazione delle eredità. È sulle Alpi che può essere costruito un nuovo patto tra montagne e città, unica strada percorribile per sfuggire – come ha ricordato Enrico Camanni in La nuova vita delle Alpi – alla falsa alternativa tra trasformazione e conservazione.
Mi rivolgo agli amministratori pubblici di certe località montane italiane e ai relativi livelli istituzionali superiori: veramente può essere solo il turismo di massa – quello sciistico in particolare – l’unica forma di sviluppo economico e sociale possibile per le montagne italiane, come voi vorreste farci credere?
[Foto di Silvia Pasquetto – Comune di Ostana, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Probabilmente non c’è bisogno che vi racconti la storia della rinascita di Ostana, in Valle Po, uno degli esperimenti (ma ormai ci sarebbe da parlare di concretizzazioni) di rigenerazione di un centro abitato alpino e del relativo territorio più riusciti, sulle montagne italiane, al punto da essere ormai diventato un caso esemplare e illuminante per qualsiasi altra similare progettualità. Se invece non la conoscete al meglio, trovate un buon riassunto della storia recente di Ostana qui.
Dunque, in questo mio articolo non miro a ribadire quanto già noto a tanti: tuttavia, per rimarcare comunque la notevole qualità del “progetto Ostana” e il suo essere un modello di cose belle e buone realizzate in montagna, vi dico di uno strumento “pratico” facente parte a tutti gli effetti del progetto e del suo successo, che fin dalla sua prima conoscenza ho trovato estremamente interessante per come rappresenti una delle basi fondamentali per la concretizzazione della rinascita del villaggio piemontese, per la quale l’architettura ha giocato un ruolo primario e non solo in quanto pratica necessaria al recupero funzionale degli edifici: il Manuale delle linee guida e degli indirizzi tecnici per gli interventi di recupero ed ex novo a Ostana, grazie al quale il villaggio è diventato un laboratorio di architettura alpina, riconosciuto a livello nazionale e anche al di fuori dei confini. Un compendio tecnico ma con grandi valenze culturali che dimostra bene come i migliori e più efficaci progetti di rigenerazione dei territori montani siano quelli scaturenti da un processo di conoscenza approfondita dei territori stessi, dalla quale conseguentemente può scaturire la sensibilità migliore e la cura più attenta e edotta nei confronti del luogo e di chi lo vive e lo vivrà nel futuro.
A tal proposito, è interessante leggere nel Manuale (che potete consultare nella sua interezza cliccando sull’immagine della copertina lì sopra) quella che dai suoi autori è stata definita la “filosofia Ostana”:
Da diverso tempo Ostana è diventata un punto di riferimento sul tema del recupero e della valorizzazione dell’architettura alpina. A partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità locale ha infatti perseguito una diffusa e condivisa politica di riuso delle antiche costruzioni montane in un’ottica di qualità. Una filosofia incentrata sulla qualità e sulla reinterpretazione dei caratteri morfologici, costruttivi e tecnologici dell’architettura tradizionale occitana. Una filosofia che ha privilegiato il recupero dell’ingente patrimonio edilizio esistente ma che ha altresì portato ad alcune realizzazioni ex-novo. Gli interventi hanno così riguardato opere pubbliche e private, il costruito e gli spazi aperti: case, edifici del comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, spazi pubblici, percorsi pedonali, autorimesse parcheggi, ecc. Tra i principali fautori di questo recupero vi è l’architetto locale Renato Maurino che ha riversato parte della notevole esperienza acquisita nel manuale Recupero edilizio e qualità del progetto scritto con Luigi Dematteis e Giacomo Doglio (Edizioni Primalpe, Cuneo, 2003), il quale ha costituito una solida base di partenza per questo lavoro. Riuso e qualificazione oculata del patrimonio architettonico hanno dato vita ad una nuova identità e riconoscibilità di questo piccolo comune di montagna determinando una rinascita anche sotto il profilo economico e sociale. Qualità architettonica, identità e nuova abitabilità, sostenibilità ambientale, offerta di un turismo pertinente rispetto ai luoghi hanno permesso al paese dell’alta Valle Po entrare nella rete dei «borghi più belli d’Italia». Ostana rappresenta un vero e proprio laboratorio di architettura alpina contemporanea che può essere preso ad esempio per le politiche sulla montagna dei prossimi anni.
Ovviamente il Manuale di Ostana non è solo di tale tipologia esistente nei comuni alpini italiani, prendendo peraltro le mosse da similari materiali già esistenti pur a livelli diversi e per competenze differenti – ma in modi eccellenti come pochi altri sa coniugare la propria teoria nella pratica del territorio ostanese e delle sue peculiarità, anche grazie alla notevole competenza dei due responsabili scientifici Antonio de Rossi e Massimo Crotti. In tal modo, ovvero ponendo così solide basi teoriche ai contenuti che propone, il Manuale rappresenta una potenziale ottima garanzia per l’esecuzione di lavori ben eseguiti, coerenti con la storia e la geografia del territorio, inseriti in esso armoniosamente oltre che capaci di coltivare una proficua socialità a sostegno della comunità locale (l’architettura è anche, forse soprattutto, una disciplina sociologica, è bene ricordarlo) e capaci nel complesso di riattivare e rinnovare anche l’identità del luogo dando forza espressiva al suo paesaggio, sia quello prettamente naturale e sia quello antropico. Un Manuale come quello di Ostana è dunque non solo un documento tecnico ma anche un dispositivo culturale, che raccoglie la tradizione storica del costruire e dell’abitare il territorio di Ostana traghettandola attraverso il presente verso un futuro tanto coerente con quella tradizione quanto concretamente rinnovatore e così in grado di strutturarsi nel tempo come nuova tradizione locale, garantendo la continuità della storia del luogo e della sua comunità.
Insomma, è un documento che ogni comune di montagna, e in generale ogni centro abitato dotato di pregi architettonico-urbanistici come tanti ve ne sono ovunque nel territorio italiano, dovrebbe elaborare (affidandosi a figure competenti e sensibili, ripeto), possedere e adottare con la piena consapevolezza della sua importanza da parte degli amministratori pubblici locali. Se ciò accadesse, sono certo che di brutture assortite e interventi disgraziati e degradanti che tocca ritrovare sulle nostre montagne ce ne sarebbero molti meno, a tutto vantaggio della cura dei territori e del valore culturale e sociale del paesaggio.