Dalla Svizzera all’Italia in un colpo d’occhio

Come qualcuno di voi già saprà, la biblioteca del Politecnico federale di Zurigo (ETH-Bibliothek Zürich) possiede un archivio fotografico di immagini della Svizzera a dir poco fenomenale, con milioni di scatti liberamente consultabili e scaricabili i quali, vista la geografia del paese, concernono in buona parte le Alpi. Personalmente trovo affascinanti e di valore paesaggistico inestimabile le fotografie aeree novecentesche, per come consentano di rendersi vividamente conto delle trasformazioni sia naturali che antropiche dei territori alpini grazie alle loro visuali privilegiate. Ma, anche senza ricercarvi valenze scientifiche o culturali, le immagini dell’archivio sono spesso di grande e immediata bellezza: da perdercisi dentro per settimane intere alla ricerca di quelle più sorprendenti!

L’immagine sopra pubblicata (cliccateci sopra per ingrandirla) è stata scattata nel 1923 dal pioniere dell’aviazione elvetica Walter Mittelholzer in volo a 3600 metri di quota sopra la zona del Pizzo Badile (3308 m), tra Val Bregaglia (Svizzera) e Val Masino (Italia): si nota in primo piano l’inconfondibile parete nord del Badile (toponomen omen!) e, tra luce e ombra, lo spigolo nord, entrambi alpinisticamente celeberrimi. Tuttavia, il punto di scatto dell’immagine spinge la visuale ben dentro il territorio italiano: oltre il Pizzo Ligoncio, la vetta in secondo piano con piccoli ghiacciai e nevai sottostanti, si può vedere in alto a destra la parte settentrionale del bacino del Lago di Como e, seguendo il sovrastante skyline montano verso sinistra, si riconoscono benissimo il Monte Legnoncino, il più elevato Monte Legnone e addirittura, dietro, tanto le Grigne (Grignone e Grignetta) a destra della vetta del Legnone quanto a sinistra persino il Monte San Primo, evanescente nella foschia della pianura alto lombarda.

In un solo colpo d’occhio “svizzero”, in pratica, si può cogliere un’ampia parte delle Alpi e delle Prealpi lombarde. Il mondo è piccolo anche nella grande catena alpina, in fondo.

Il Monte San Primo tra rilancio dello sci a 1000 metri di quota e sviluppo turistico sostenibile: come stanno le cose al momento?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 21 luglio 2024.)

Fin da quando i primi articoli sono apparsi sulla stampa locale, la vicenda del progetto di sviluppo turistico del Monte San Primo (in comune di Bellagio, sul Lago di Como; per “L’AltraMontagna” me n’ero già occupato qui) per il quale si vorrebbero riattivare impianti di risalita, piste e innevamento artificiale a poco più di 1000 metri di quota, ha suscitato scalpore e subito innescato un dissenso sempre più ampio (il dibattito non c’è neanche stato vista l’assurdità del progetto), che ha portato la vicenda alla ribalta della stampa internazionale, peraltro mettendo a repentaglio l’immagine stessa del luogo.

Nonostante ciò, gli enti pubblici che sostengono il progetto – Comune di Bellagio e Comunità Montagna del Triangolo Lariano con Regione Lombardia – tirano dritto continuando a rifiutare qualsiasi confronto con chiunque, mentre di contro cresce sempre più la richiesta di tutelare la montagna e al contempo di rilanciarne la frequentazione turistica sostenibile, anche perché nemmeno una fantasmagorica stregoneria renderebbe fattibile e sostenibile lo sci a 1000 metri di quota!

Ho fatto il punto della situazione – senza dubbio una delle più emblematiche in corso sulle montagne italiane – con i referenti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.

Nella recente tornata elettorale Angelo Barindelli è stato confermato alla carica di sindaco del Comune di Bellagio, mentre nella Comunità Montana Triangolo Lariano è stata formata la Giunta in perfetta continuità con la precedente. Stiamo parlando degli Enti sostenitori del progetto “OltreLario. Triangolo Lariano meta dell’outdoor”, che di fatto hanno rilanciato la realizzazione delle infrastrutture sciistiche previste, continuando a ignorare completamente il dissenso ormai vastissimo al riguardo. Come si pone il Coordinamento “Salviano il Monte San Primo” di fronte a questa rinnovata e, se possibile, ancor più intransigente posizione del Comune di Bellagio e della Comunità Montana?
A sorprenderci non è tanto il risultato elettorale in sé – che possiamo ritenere per lo più indipendente dalla specificità del progetto San Primo – quanto l’insistenza delle Istituzioni nel riconfermare la consistenza del progetto, destinato per più della metà del finanziamento (ovvero più di 2 milioni e mezzo di euro, su un totale di 5 milioni di fondi pubblici) alle piste da sci e all’innevamento artificiale ad una quota di 1.100 metri. Stiamo parlando quindi di un progetto fuori luogo e fuori tempo, come ci hanno più volte ribadito sia gli esperti climatologi (a partire da Luca Mercalli, intervenuto direttamente sulla questione San Primo), sia la stampa internazionale, sia l’opinione pubblica che ha manifestato con noi il proprio dissenso al progetto.

Posto quanto sopra, e innanzi tutto l’irremovibilità degli enti pubblici che sostengono il progetto “Oltrelario”, come intende muoversi il Coordinamento?
Come Coordinamento intendiamo continuare a muoverci secondo le linee adottate finora, ovvero su azioni di informazione sui reali contenuti dell’assurdo progetto e sulla conseguente sensibilizzazione rivolta alla popolazione; oltre a ciò ci concentreremo nuovamente sull’elaborazione di controproposte per, anzitutto, tutelare la montagna dal punto di vista naturalistico e paesaggistico e, se possibile, del rilancio economico nel rispetto della piena sostenibilità ambientale. Lo faremo con le analoghe modalità già collaudate, come ad esempio: camminate di conoscenza del territorio, incontri con esperti dei territori montani, approfondimenti sulla geologia locale e sulla climatologia delle regioni alpine e prealpine. Oltre ad una continua azione di pressione su tutti gli attori politici coinvolti nel progetto: sindaci, amministratori locali e regionali. Nel caso in cui il progetto arrivasse ad una fase avanzata, valuteremo la possibilità di rivolgerci ad organismi sovraordinati o di controllo, come ad esempio l’Unione Europea o la Corte dei Conti.

Alcune associazioni facenti parte del Coordinamento hanno deciso di partecipare al bando “Montagne in transizione” di Fondazione Cariplo. Perché ritenete importante questa azione nell’ottica dello sviluppo turistico sostenibile del Monte San Primo e del Triangolo Lariano?
Lo riteniamo importante anzitutto per dimostrare che, prima di arrivare ad una progettualità, occorrono studi mirati sulle reali esigenze ecologiche, economiche e sociali del territorio, e questo lo faremo anche grazie alla collaborazione con l’Università dell’Insubria che è partner del progetto insieme a due comuni del territorio del Triangolo Lariano. Questo per poi giungere all’elaborazione di linee di intervento per il possibile ‘rilancio’ turistico in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Vogliamo pertanto agire in un’ottica esattamente contrapposta a quella entro cui si muovono le Istituzioni che, al contrario, sono partite da un cospicuo finanziamento pubblico (di oltre 5 milioni di euro, come detto) per poi strutturare in modo totalmente raffazzonato il progetto ‘OltreLario’, assolutamente fuori luogo e fuori tempo. […]

(L’intervista continua su “L’Altra Montagna”, cliccate sull’immagine qui sopra per leggerla.)

 

Addio Lugano bella (che andiamo sul Lago di Como!)

Curiosamente qualche giorno fa, pressoché in contemporanea su due quotidiani on line differenti che raccontano territori contigui e molto simili ma in due paesi diversi (per certi verso molto diversi)  – il Lago di Lugano in Ticino, Svizzera, il Lago di Como in Lombardia, Italia – sono uscite le notizie che vedete qui sotto:

Solo qualche anno fa si sarebbe potuto pensare il contrario: il Lago di Lugano come meta gettonatissima e VIP, il Lago di Como molto meno. Ora invece la situazione si è ribaltata: in Svizzera si piange, in Italia si ride. Complice l’arrivo a maturazione delle dinamiche turistiche (sia di massa che di lusso) che da qualche tempo contemplano come meta privilegiati i laghi prealpini italiani e – forse soprattutto – le tante celebrità che sulle rive del Lario hanno preso casa (da Clooney in poi) o dicono di volerla prendere (Taylor Swift l’ultima) regalando al territorio e alle sue località il marketing più efficace possibile (altro che quella boiata di “Open to meraviglia”!), i laghi lombardi sembrano in netto vantaggio su quelli ticinesi.

Ma non sono tutte rose e fiori, visto che ormai con frequenza per il Lago di Como si parla di overtourism, di servizi carenti, di disagi per i residenti e – inevitabilmente, mi viene da pensare – di toast il cui taglio a metà viene fatto pagare 2 Euro (ricordate?). Ovvero, agli italiani va il successo turistico ma forse manca l’organizzazione elvetica. In pochi chilometri di distanza, insomma, cambiano destini turistico-commerciali e capacità politico-organizzative.

È la cresta di un’onda destinata a correre a lungo, probabilmente ancora spinta dalle dinamiche post Covid (peraltro in comune con altre mete italiane e lombarde in particolare), oppure è solo un momento particolare destinato a non durare, vuoi anche per le criticità e le carenze sopra rimarcate? Di sicuro è una situazione che offre numerose opportunità a fronte di certi potenziali svantaggi: si possono mettere in equilibrio le une e gli altri, basta tenere al centro – a mio parere – i luoghi, le loro specificità, le comunità che li abitano e il bagaglio culturale che li rende speciali. Non è cosa semplice, ovvio, ma se la predisposizione mentale è fin dal principio quella giusta possono uscirne grandi cose per tutti. In fondo, Lombardia e Ticino sono la stessa terra, divisa solo da una linea di confine che mai come qui è stata rigida ed è labile.

P.S.: cliccate sulle immagini per leggere i rispettivi articoli. Ovviamente il titolo del post richiama la famosa canzone (il cui vero titolo è Addio a Lugano) di Pietro Gori, interpretata nel tempo da molti grandi artisti musicali.

Big bench? Small charity! Facciamo qualche conto in tasca, alle panchine giganti

[Ecco un altro luogo dove serviva proprio una panchina gigante per poter ammirare il paesaggio, vero? Monte Carza, Trarego Viggiona (Verbania). Immagine tratta da qui.]
Ribadisco: il terribile e volgare fenomeno delle “big bench”, le panchine giganti sparse a centinaia per il territorio italiano, nonostante se ne stiano installando ancora è già in declino. Come d’altronde accade per tutte le cose prive di senso, che rapidamente entusiasmano e poi in breve stancano.

In ogni caso, da quelli che ancora le sostengono e al netto delle motivazioni di matrice meramente ludica, viene spesso esaltata la funzione “benefica” che avrebbero le panchine giganti, per la quale la “Fondazione Big Bench Community Project” (BBCM) che le promuove destina «una gran parte delle donazioni che riceviamo a progetti proposti dai territori in cui è installata una grande panchina, che coinvolgano i bambini e l’arte» – così si legge sul sito. In questo modo, chi critica le panchinone viene pure ritenuto una brutta persona che va contro alla beneficenza grazie ad esse raccolta e donata.

Benissimo, analizziamo nel dettaglio la questione. Leggo dal sito BBCM che la “Fondazione” ad oggi ha erogato 13.500 Euro. Sì, ma lo ha fatto in 14 anni (la prima panchina gigante è del 2010) e su un totale di 366 panchine esistenti: fanno meno di 37 Euro a panchina erogati.

Trentasette Euro a panchina. Già.

Seriamente: di cosa stiamo parlando?

Sia chiaro: piuttosto che niente meglio piuttosto, come dicono a Milano. Tuttavia, permettetemi di sostenere, per esperienza personale diretta, che con una marea di altri progetti, anche piccoli, realizzati al fine di “valorizzare” veramente i territori si possono ottenere ben altre erogazioni, a partire da quelle delle Fondazioni di comunità a vantaggio reale dei soggetti che in quei territori operano per sostenere «lo sviluppo della creatività dei bimbi» (cito sempre dal sito) e la cultura in generale, senza andare a piazzare manufatti così “ignoranti” – rispetto ai luoghi che dicono di voler valorizzare e invece degradano, anche vista la loro ripetitività – come le panchine giganti, peraltro guarda caso gradite innanzi tutto da adulti ai quali poco o nulla interessano tanto gli scopi benefici quanto i luoghi attraverso la cui “valorizzazione” verrebbero sostenuti. Forse anche per questo le somme erogate sono così esigue. Sarò cinico, forse, ma la realtà dei fatti è questa, per come la si può rilevare dalla sua stessa fonte.

«Come ritornare bambini riscoprendo il paesaggio»: così recita lo slogan sulla home page del sito BBCM. Peccato che i bambini scoprono il paesaggio esplorandolo, correndoci dentro, rotolandosi nei prati, sporcandosi le mani di terra, emozionandosi dietro ogni albero, ogni dosso, ogni crinale raggiunto e superato e facendosi domande su ogni cosa che colgono, non selfies. E tanto più non grazie a un giocattolone fuori misura cementato a terra e fatto per gli adulti in cerca solo di selfies, appunto.

N.B.: sull’ultimo numero de “La Rivista” del Club Alpino Italiano si può leggere un articolo assolutamente significativo sul fenomeno “panchine giganti” di Luca Gibello, architetto, direttore de “Il Giornale dell’Architettura” e fondatore dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Alta Quota” (nonché valente alpinista) che vi consiglio caldamente di leggere, se potete.

I panorami, le panchine giganti e noi poveri scemi

[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]
Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?

Assurdo, vero?

Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!

[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]
Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!

Già.

Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!