Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.

Un bel regalo di Natale

[Manomatic, street artwork nella città di Bailén per il progetto di arte urbana Murales Concencia. Immagine tratta dal web.]

Se trascuriamo i bambini (i quali non sanno abbastanza per formulare le domande importanti), ben pochi di noi spendono molto tempo a chiedersi perché la natura sia così com’è; da dove sia venuto il cosmo, o se esista da sempre; se un giorno il tempo comincerà a scorrere all’indietro e gli effetti precederanno le cause; o se ci siano limiti ultimi a ciò che gli esseri umani possono conoscere. […] Eppure, la più rimarchevole proprietà dell’universo è di aver generato creature in grado di porre domande.

[Stephen HawkingDal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, BUR Rizzoli, 1998.]

Ecco, tra millemila consigli natalizi che in questi giorni vengono sparati a raffica ovunque, questo sarebbe proprio un bel regalo per Natale: domande. Sensate, intelligenti, interessanti, importanti. Perché oggi tutti pensiamo di avere e sapere risposte, ma di domande importanti ne abbiamo? Di quelle che una risposta ce l’hanno (forse) ma probabilmente non immediata e ancor più non mediata – da altri senza argomentazione logica, una risposta da cercare, scoprire, capire

Sarebbe proprio un bel regalo, e utile. A se stessi, soprattutto.

Tiziano Fratus, “Alberi millenari d’Italia”

Un breviario, come saprete, è un libro che contiene un compendio o un sommario di cose legate a un certo tema, ovvero una raccolta ordinata di opere, estratti, cataloghi, inventari e altro di carattere sostanzialmente omogeneo; con accezione religiosa, è un volume liturgico composto di salmi, inni, preghiere e letture, ordinati secondo le ore del giorno. Tiziano Fratus i suoi libri li definisce silvari, con un neologismo di sua creazione che dal suddetto termine proviene e che ne coglie alcune caratteristiche ma che non sarebbe corretto pensare come mero sinonimo arboreo-letterario di quello. Alberi millenari d’Italia (Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021), il suo ultimo libro, certamente può essere inteso come un “breviario” ovvero un compendio delle creature silvestri le cui caratteristiche esplicita da subito il titolo, degli alberi più vetusti, sovente dotati anche del titolo di “monumentali”, che si possono trovare sul territorio italiano, visitati da Fratus che nei vari capitoli racconta del suo incontro con tali vegliardi arborei. In tal senso il silvario, breviario silvestre, può essere letto come una vera e propria guida alla visita a questi grandi vecchi – a volte malandati, altre volte ancora floridi, comunque emozionanti come può esserlo stare accanto a una creatura che vive da mille e più anni – e a una forma di turismo ai luoghi che li ospitano che più “eco” e “green” non potrebbe essere, almeno nello spirito.

Ma risolvere così Alberi millenari d’Italia, un po’ come gli altri libri di Fratus e forse, se posso dire, anche più di essi, significherebbe ridurre grandemente il suo e loro valore. Il libro infatti appare un compendio anche per il pensiero dendrosofico dell’autore, una sorta di ulteriore e più appassionata testimonianza del suo essere Homo Radix, legato alle creature arboree non solo da una passione botanico-letteraria ma anche da una forma personale di spiritualità []

(Potete leggere la recensione completa di Alberi millenari d’Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La percezione

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi due anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

I boìs di Milano

[Corso Vittorio Emanuele II intorno al 1900. Foto di Photochrom Print Collection, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Via Fiori Chiari, via San Carpoforo, via Madonnina, bellissimi nomi resi equivoci dal ricordo di un non lontano passato postribolare. Il numero uno di via Madonnina oggi è chiuso, le finestre sono sbarrate con assi come avviene negli edifici vuoti in attesa di demolizione. È una decrepita fetta di casa tra via Madonnina e via Mercato, come ce ne sono tante nella Parigi di Utrillo. Qui, ai tempi di Paolo Valera, funzionava il più celebre dei trecento boìs di Milano, ristoranti di infimo ordine che il popolo chiamava sesmilaquindes, cioè 6015: un numero da prigioniero della Bassa, l’ergastolo di Mantova, e che somiglia alla scrittura della parola boìs.
Cosa si poteva mangiare in un 6015? La roma (o rosticianna, carnaccia con cipolle fritta nello strutto), la venezia (trippa), la spagnola (patate arrosto), i màccheri al sughillo (maccheroni al sugo), i vermi (vermicelli), i nervosi (nervetti all’aceto), la galba (minestra), la polenta vedova (polenta accomodata), el scagliùs (pesce), i trifol (patate) rostì e in insalada. Per finire: un bicchierino di rabbiosa (acquavite).

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.70.)

Si dice che Milano sia la città più europea d’Italia, anzi, forse l’unica città italiana di livello europeo e internazionale ed è sicuramente vetro tanto quanto bello. Ma, per diventare ciò e risultare così meritatamente celebrata da tutti, quanto ha perso di sé e della propria identità tradizionale, del proprio piccolo/grande mondo vernacolare, della propria anima popolare e popolana, meneghina e lombarda, padana e prealpina, e di tutta la memoria storica che ne derivava (e ne deriverebbe ancora)?

Non è una domanda retorica e tendenziosa o passatista, da «si stava meglio quando si stava peggio», perché la Milano di oggi è, ribadisco, per molti aspetti sublime nella sua cosmopolita contemporaneità. È d’altro canto un’osservazione, una constatazione interrogativa che viene da porsi, inevitabilmente, quando quella intensa memoria – come grazie a Aldo Buzzi, in tal caso – torna alla luce. Per niente retorica, semmai sostanziale e inevitabile, appunto.